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Amori & Naufragi

novembre 24th, 2009 § 0

C’era questa idea a proposito del blog di Stefano. E allora gli ho scritto e gli ho chiesto se fosse per quello che si chiamava così: Perché no?

Stefano mi ha risposto che no, il motivo era un altro.

Perché no? (Pourquoi pas?) era il nome di una nave -anzi, di più di una- di un esploratore francese che si chiamava Charcot. Non so, mi piaceva l’idea che un tizio che voleva esplorare mezzo mondo chiamasse la sua nave “perché no?”

hugo pratt

Alle 7 e 30 Charcot scrive un messaggio: “Alle 2 del mattino c’era un ciclone; ora calma piatta; ci prepariamo per partire in mattinata, dopo aver ricevuto le previsioni meteo. Stiamo per partire. Che ne sarà di questa traversata?”

Era il 15 settembre 1936, il giorno dopo il Pourquoi-Pas? avrebbe fatto naufragio.

Alle 5:15, del 16, il Pourquoi Pas? sbatte violentemente per due volte contro il fondale roccioso e si inclina a tribordo. La macchina esplode e si ferma. L’imbarcazione si schianta contro un’altra scogliera. E’ il disastro totale. Charcot e il comandante Le Conniat, ancora in piedi sul ponte, assistono a questo spettacolo straziante. Charcot urla: “Poveri bambini!” e libera il piccolo gabbiano Rita che prende il volo dopo un’ultima carezza.

Nel 1936 Samuel Beckett scriveva Cascando, che era la mia idea a proposito del nome del blog di Stefano.

Perché no? semplicemente la deprecata
occasione della
effusione verbale?

non è meglio abortire che essere sterili?
le ore dopo la tua partenza sono così plumbee
cominciano sempre troppo presto a trascinare
i rampini a artigliare ciecamente il letto della mancanza
svellendo le ossa i vecchi amori
orbite già riempite di occhi come i tuoi
tutto sempre è meglio troppo presto che mai
il nero bisogno spruzzato sulle loro facce
di nuovo dicendo nove giorni mai fecero galleggiare l’amato
né nove mesi
né nove vite

2.

di nuovo dicendo
se non mi insegni non imparerò
di nuovo dicendo anche per le ultime
volte c’è un’ultima volta
ultime volte di mendicare
ultime volte di amare
di sapere di non sapere di fingere
un’ultima anche per le ultime volte di dire
se non mi ami non sarò amato
se non ti amo non amerò
il battiburro di parole stantie di nuovo nel cuore
amore amore amore tonfo del vecchio pistone
che pesta l’inalterabile
siero di parole

di nuovo atterrito
di non amare
di amare e non te
di essere amato e non da te
di sapere di non sapere di fingere
fingere

io e tutti gli altri che ti ameranno
se ti amano

3.

a meno che ti amino

La coincidenza dell’anno mi ha fatto venire in mente questo

HugoPratt-vi

Di nuovo mi guardò come si guarda un bambino che, a tavola, ha fatto un’osservazione perdonabile solo in virtù della sua età. “No,” mi corresse “non è questo. Io le parlo di una categoria di naufragi in cui tutto va a fondo irrimediabilmente. Non resta nulla. Ma la memoria continua a filare, instancabile, per ricordarci il regno perduto.”

(grazie mille a Stefano. E a Ilaria per la traduzione)

There is no sushi. No Corso Como. Ci piace l’Uomo

novembre 21st, 2009 § 0

E’ difficile resistere al Mercato, amore mio. Di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica. Per questo le avanguardie erano ok, almeno fino al ’66. Ma ormai la fine va da sé. E’ inevitabile.

baustelle

La logica spietata del profitto o chissà cosa ci fa figli dell’Impero Culturale Occidentale. Meno male che qualcuno o che qualcosa ci punisce. Arriva un investigatore. Ci deduce l’anima. La nostra cognizione del dolore illumina.

Adesso che le radio hanno smesso di passarli è ora di fare indigestione di Baustelle.
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Santa è la bellezza. Tanta è la paura. Fai come faceva Baudelaire.

Il pensiero della gamba del tavolo

novembre 19th, 2009 § 0

Nei secoli dei secoli il Pensiero ha sempre avuto un nemico:
il corpo.

Il corpo è quella cosa da eliminare per lasciar spazio al Pensiero: “viva l’astrazione – abbasso la materialità” si sente dire nei corridoi dove il Pensiero è di casa.
Il pensiero ha grandi orizzonti: la verità, la perfezione, l’eternità. Tutte cose assolute che vogliono avere a che spartire il meno possibile con la roba che scade, tipo il latte in frigo se non lo bevi a tempo debito.

Poi, negli ultimi 30anni, è stata fatta una scoperta memorabile: pensiamo col cervello e il cervello -ma no!- fa parte del corpo. Un hurrà per George Lakoff.

Eh, ma le belle notizie non finiscono qui.

Si sente dire infatti che le metafore, cose tipo “l’affetto è calore – importante è grande – difficoltà è peso” possono rivelare il ruolo del corpo nel dare forma alla mente.
Le metafore, con i loro riferimenti al mondo fisico, non sono solo il modo attraverso il quale parliamo e scriviamo, ma il modo attraverso il quale pensiamo: non ci invitano a vedere il mondo in un modo differente, ma ci permettono di capire il mondo.
E stiamo citando scienziati cognitivi, linguisti e filosofi, mica amici miei.

Insomma il fatto è che le gambe del tavolo, anche se il tavolo propriamente non ha delle gambe, sono proprio quella cosa che gli permette di stare in piedi.

Un amico mio, qualche tempo fa, aveva incontrato John Searle, un celebre filosofo, e gli avevo chiesto delle sue polemiche con Jacques Derrida, che molto aveva scritto sulla rilevanza della metafora nella storia del pensiero.
Pare che John avesse risposto che quelle erano solo stronzate da artisti.
Beh, John, io sono contento che il vento stia cambiando e che le stronzate da artisti siano qui per restare.
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Laura goes to Kenya

novembre 18th, 2009 § 0

L’ultima volta che ho visto Laura eravamo a Torino, sulla terrazza del Lingotto. Quella dove si provavano le auto uscite dalla fabbrica dove lavorava mio nonno. Quella dove hanno girato un pezzo di The Italian Job. La scalinata per salire alla terrazza del lingotto sembra il barocco trapiantato nel novecento, quindi si fa fatica a credere che esista.
Eravamo lì per vedere un contest di skate.
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Ora Laura è in Kenya e spero che torni presto, con delle belle foto.

La costruzione dell’immaginario

novembre 13th, 2009 § 0

I miei genitori avevano una collezione di vinili.
Quando li mettevano su alcuni mi facevano paura, come gli Area o Claudio Lolli.
Altri no come il doppio blu + rosso dei Beatles.
Poi ho imparato a metterli su pure io e quando rimanevo solo in casa era la prima cosa che facevo.

Ce n’era uno con le prime cose di Paolo Conte. E in quel disco c’era questa canzone. E io allora non ne sapevo niente di appuntamenti, di vino bianco fresco che va giù bene, di mangiare pesce in riva al mare e di scandalizzare la gente.

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Stamattina, mentre andavo al lavoro in macchina, la ascoltavo di nuovo. E mi sono reso conto che la mia idea di innamorarsi è quella canzone.

(sul genere: L’educazione dell’immaginario)

Una vecchia storia (di sesso e di morte)

novembre 12th, 2009 § 0

A proposito delle Lacrime di Eros, al Museo Thyssen Bornemisza di Madrid

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L’umanizzazione della vita degli uomini e delle donne è un lungo processo nel quale intervengono l’evoluzione delle conoscenze scientifiche, le idee filosofiche e religiose, lo sviluppo delle arti e delle lettere e, in questo percorso, nulla s’arricchisce di più e cambia tanto quanto la vita sessuale. Essa è sempre stata l’ardente lievito della creazione artistica e letteraria e, di rimando, pittura, letteratura, musica, scultura, danza, tutte le manifestazioni dell’inventiva umana hanno contribuito all’arricchimento del piacere nel comportamento sessuale. Per questo non è peregrino sostenere che l’erotismo rappresenta un momento alto della civiltà e una delle sue componenti fondamentali. Ed è anche un qualcosa che fa tornare a galla quei fantasmi devastanti ed esiziali nascosti nella sfera irrazionale. Freud ha parlato, a questo proposito, di «vocazione tanatica»: lasciati a se stessi e non frenati, tali mostri dell’inconscio, che s’affacciano e pretendono diritto di cittadinanza nella vita sessuale, potrebbero in qualche modo condurre alla scomparsa della specie.
Perciò l’erotismo trova, nel divieto, non solo uno stimolo eccitante, ma anche un limite che, se violato, procura sofferenza e morte.

Mario Vargas Llosa

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I ritratti di David Beckham e le campagne fotografiche commerciali, che a Madrid coesistono con i capolavori artistici, ci ricordano che l’erotismo, privato del coraggio necessario per affrontare la trasgressione, svilisce e si degrada.

Bisogna fronteggiare un pericolo, sia sul piano della produzione culturale sia su quello dell’esperienza individuale, perché questa banalizzazione non avvenga.

Come diceva il nostro amico David Foster Wallace: “C’ è sempre un drago particolarmente orribile di guardia al castello e se il cavaliere intende portarsi via la fanciulla deve assolutamente combattere e farlo a pezzi.”

Quando fai la spesa cosa comperi, di che colore hai colorato i mobili

novembre 11th, 2009 § 0

Per le prime due edizioni sono stato uno spettatore assiduo di X-Factor. Mi aveva conquistato il duetto di Morgan e Massimo Ranieri in Lontano Lontano. Tra l’altro escono in questi giorni degli inediti di Tenco. I Bastard che rifanno Contessa, hanno tenuto in pedi il secondo anno del programma.
Poi il governo mi ha fatto un inaspettato regalo: il digitale terrestre, quasi meglio di quando hanno abolito gli esami di riparazione a settembre o le leva obbligatoria. Con ciò hanno sancito la morte della televisione in casa mia.
Quindi ho smesso e dai 5 minuti che ho visto sul web non mi sembra di essermi perso molto. Anzi.

Per fortuna che ci sono gli amici (grazie Elena, Serena e Valentina il primo concerto lo offro io). Così ho scoperto Giuseppe Peveri, in arte Dente, come tutti lo chiamano fin da bambino.

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Songwriter moderno e retrò, con più di 10 anni di musica alle spalle, al suo terzo disco solista. Il primo ha un titolo meraviglioso: Anice in bocca. Ho visto un video in chiude il concerto così “Tutto a posto? sì? state bene? siete felici? beati voi”. A me non piacciono le recensioni musicali, fatto sta che stamattina ho comprato -e dico comprato- il disco: L’amore non è bello.

Looks like teen spirit

novembre 11th, 2009 § 0

Foto della rabbia e dell’anarchia degli ultimi giorni dell’adolescenza e dei primi dell’età adulta,

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dall’ultimo numero di Colors.

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Mi ricordano le polaroid di Dash Snow alll’inizio della sua carriera artistica, di quando era un writer che infrangeva la legge vivendo per strada lontano dalla sua ricca famiglia. Quando fotografava le cose che altrimenti non si sarebbe ricordato il giorno dopo.

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Tutta la serie delle polaroid di Dash si può sfogliare qui
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La prima parte della storia di Dash Snow.

iCoso

novembre 8th, 2009 § 1

Una curiosa storia a prescindere dal vostro sistema operativo.

Nel 1997 l’azienda della mela bianca e luminosa è nei guai di brutto. Di lì a sei mesi o si raddrizza o si chiude. Per riprendersi punta su una campagna pubblicitaria. Ne viene fuori tutta la storia del Think Different che, a rivederlo adesso, fa l’effetto di un polpettone retorico ma che allora, si sa, andò benone.

Poi c’era il problema di trovare un nome ai nuovi prodotti. Steve Jobs (il grande capo, lo dico perché -vi assicuro- c’è anche chi non lo sa) convoca una riunione segretissima dove con un colpo di teatro dei suoi svela la nuova creatura; rivoluzionaria sì, ma ancora mancante di nome. Lui ne propone uno talmente brutto che i presenti, tuttora, non vogliono tornarci sopra. Il nome avrebbe dovuto riferirsi a Macintosh e a internet e c’era una settimana per trovarlo.

Ken Segall gli porta una prima lista: 5 proposte di cui 4 sacrificabili all’unica che lo convinceva: iMac. Jobs scarta in blocco. Segall presenta un’altra lista, sempre con iMac dentro. Jobs non lo accettò di nuovo, ma cominciò a stamparlo sui computer, per vedere l’effetto che faceva e poi sappiamo come è andata a finire tra iTunes, iPod, iPhone e via.
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Ma la vera ragione del successo è un’altra. Solo io la so e ora ve la dico. È che lì alla Apple si sono ispirati ai Beatles, che in fatto di bianco la sapevano lunga. Prendete il White Album, cosa ci trovate? Una cosa bianca e liscia con una mela dietro.

In ogni caso meglio sbirciare Lisa alle prese con il suo iCoso.
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Perché l’unica cosa peggiore della Microsoft sono i Mac maniaci.

Nerd Art

novembre 7th, 2009 § 0

Le telecamere tracciano i movimenti degli spettatori e li trasmettono a un software che rielabora l’immagine. Un insieme di regole stabilito permette all’opera di evolvere davanti al pubblico che la modifica, spostandosi nella stanza. Camille Utterback è un’artista computazionale, se il risultato fissato in fotogramma somiglia pericolosamente ai miei primi esperimenti con Paint, bisogna ammettere che il bello sarebbe partecipare al gioco.

Ma il meglio dell’arte nerd è David Hockney. Durante l’estate se ne stava nel suo letto a Bridlington, East Yorkshire, cercando di disegnare l’alba con Brushes, un’applicazione per iPhone. Una volta finito mandava il tutto a una ventina di amici via email. Ora ha smesso perché il sole d’autunno non si vede dalla sua camera da letto.
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Sempre sul genere il New Yorker ospita gli schizzi, animati, di Jorge Colombo.

Software art in divenire.

Disinibizione e creatività

novembre 4th, 2009 § 0

Indagini di neuro-estetica: dalle rilevazioni sperimentali che registrano l’afflusso di sangue e l’attività elettrica del cervello sotto esame viene fuori che

la creatività ha bisogno di una «disinibizione» di alcune parti del cervello per manifestarsi. Solo quando le informazioni sono in grado di fluire tra le varie aree, senza le costrizioni del controllo cognitivo, si formano le libere associazioni che rappresentano il tratto distintivo di questo fenomeno. In altre parole, l’immaginazione appare il risultato di un’ attività neuronale caotica, a cui, soltanto in un secondo tempo, si associa un meccanismo di selezione delle idee, in rapporto a specifici obiettivi.

Francesca Bacci, su Tutto Scienze
Vincent Van Gogh Notte stellata

Inaccrochable

novembre 2nd, 2009 § 0

Quando era a Parigi, nel 1922, Hemingway andava a trovare la signorina Stein. Parlavano di shopping e di omosessualità, lei gli spiegava il suo punto di vista: quella tra gli uomini le sembrava disgustosa mentre per le donne era diverso. Lui pensava che quello era il motivo per cui da ragazzo girava con un coltello in tasca.

Parlavano anche, con cautela, di scrittori e scrittura. Lui le portava i suoi racconti, lei li leggeva. Seduta sul suo letto, che era molto basso, gli disse che le piacevano tutti, tranne uno Up in Michigan.

“È bello, non è questo il punto. Ma è inaccrochable, vale a dire come un quadro che un pittore dipinge e poi non può appendere quando fa una mostra e nessuno lo compra perché nemmeno gli altri lo possono appendere”.
Scrivere cose inappendibili, inincorniciabili è un errore e una sciocchezza -diceva, e non valsero le proteste di Hem sul tono reale che la storia voleva avere.

Anche il video di Marrazzo è un inaccrochable, ma questo non gli ha impedito di fare un bel giro.

Nel corso del tempo molti sono stati convinti, per esempio Kant, che l’opera d’arte fosse quella cosa che stava dentro la cornice e non mai che potesse essere la cornice stessa.

Ieri è morta una poetessa che per tutta la vita ha scritto cose inincorniciabili.
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[questo articolo cita Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Alda Merini, Immanuel Kant, Pietro Marrazzo e Gustave Courbet]

Il lato sinistro delle cose

novembre 1st, 2009 § 0

Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

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Mi sveglio col piede sinistro
Quello giusto

[questo articolo cita Dante Alighieri, Jimi Hendrix e Morgan]

Spose-cadaveri, indie-rock, polaroid e macchine asciugatrici.

ottobre 31st, 2009 § 0

Tim è al Moma, con la sua prima personale.
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La scena musicale indie si è spostata da Manhattan a Williamsburg, nord Brooklyn. Dove scorrazzano le gang dei ribelli vintage con i loro motorini a pedale.
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Io sto rimestando tra le polaroid di Dash Snow, ma ancora non ci sono.
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Intanto Nastenka ha fatto il suo primo bucato in una lavanderia pubblica e un santone indiano, a Soho, le ha predetto un futuro meraviglioso.

That’s New York City, una città dove la speranza non si quieta.

I had made peace with my hope. But when I come to New York, in only hours New York did what it does to people-awakened the possibilities. Hope breaks out.

Philip Roth – Exit Ghost

L’educazione dell’immaginario

ottobre 28th, 2009 § 1

Bene, ora che ho messo su Hey You dei Pink Floyd, posso rivelare i risultati della mia ricerca. Dopo un intenso lavoro di introspezione retroattiva, tanto casuale quanto rilassato, ho rinvenuto i pezzi del mio immaginario, quelli fondativi. Quelli che agiscono a tua insaputa, quelli sulla base dei quali scegli che cappotto comprare, di che ragazza innamorarti, che lavoro fare. Cose così.

Sono tre.

1) 8 ANNI

Vengo a sapere da mio zio, con cui passavo molto tempo, che esiste una storia in cui il protagonista si sveglia una mattina trasformato in scarafaggio. “Leggimela”, gli dico, visto che passavamo un sacco di tempo a leggere storie, cose tipo Dumas o Verne. Dopo giorni di resistenza per l’evidente inadeguata precocità, eccoci:

Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto.

2) 10 ANNI

I miei genitori ci tenevano particolarmente a vedere quel film quella sera. Mia madre in particolare insisteva. E la televisione era una sola. Era un film del ‘75 di Sydney Pollak con Faye Dunaway e Robert Redford. I Tre Giorni del Condor.

3) 14 ANNI

Quando i miei si separarono presi a stare un po’ da uno un po’ dall’altro. Nella nuova casa di mio padre venne giù dagli scaffali tutta una collezione di fumetti che avrebbe smesso di prendere polvere. Tra questi tutti gli albi di Pazienza con le avventure di Zanardi.
zanardi

Che ci volete fare, è andata così.

L’arte trasfigura le cose

ottobre 28th, 2009 § 0

Suggerimento scaccia-crisi: Dì che sei un artista e digiunare sarà molto più romantico.

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Personalmente, quando sono stato a libro paga come “artista”, se c’era una cosa che mi faceva incazzare era quell’aria che faceva il capo di turno quando traccheggiava sui soldi da scucire. Quell’aria del tipo “tanto abbiamo tutti la stessa missione, lo stiamo facendo per l’arte, no?”. Fanculo tu e l’arte. Bisogna ricordarsi di rispondere in questi casi.

Il vecchio Paz, dico, lo sapeva bene:
zanna
Prima pagare, poi…

L’arte al cesso

ottobre 26th, 2009 § 3

Nel 1917 Marcel Duchamp prende un orinatoio e ci scrive R. Mutt; poi lo porta, con il titolo Fontana, alla Società degli artisti indipendenti di New York, dove preferiscono non tenerlo in custodia né tanto meno esporlo al pubblico.

Tuttavia quel cesso, forse R. Mutt va letto Mutt-Er: la “madre” di cui ricorda le forme, forse Marcel aveva letto un saggio di Freud su un sogno di Leonardo da Vinci, avrà molta fortuna.

Nel 2006 ne esistevano sei esemplari e nessun originale, tanto che l’anarco-artista Pierre Pinoncelli ha pensato di prendere a martellate quello in mostra a Parigi, per renderlo diverso dagli altri.

Insomma i ready made sfondano nel mondo dell’arte per quasi un secolo: nel 2004 Damien Hirst vende The Physical Impossibility of Dead in the Mind of Someone Living per sei milioni e mezzo di sterline. Si tratta di uno squalo tigre di 4.3 m, una volta decomposto è stato sostituito da un analogo nel 2006.

Sempre da un cesso viene ora un interrogativo e un invito che riprendiamo

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Mi pareva

ottobre 24th, 2009 § 0

october24

Say the word and you’ll be free
Say the word and be like me
Say the word I’m thinking of
Have you heard the word is love?

The word

(via http://www.learnsomethingeveryday.co.uk/)

La Vendetta di Ellen

ottobre 23rd, 2009 § 0

Se le primarie del PD vi annoiano e il taglio dell’Irap non vi appassiona più come un tempo magari
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potete distrarvi con il capolavoro fetish chic di Ellen von Unwerth, Revenge.

Sull’utilità e il danno della Pixar Animation Studios per la vita

ottobre 22nd, 2009 § 0

Senza i film della Pixar milioni di genitori si annoierebbero mortalmente a guardare i cartoni con i propri figli.
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Credetemi i film per bambini possono essere noiosi che neanche un articolo di Galli della Loggia in giornata uggiosa. Oppure così sdolcinatamente mielosi che neanche un bigliettino dei baci perugina selezionato da Federico Moccia. O così retorici e vuoti che neanche i servizi politici del Tg1 potrebbero stargli dietro.

E poi ci sono i cartoni della Pixar. Certo non bisogna essere genitori per vedere un film della Pixar. Ma è sulla tenuta che vi sfido. 15 volte gli Incredibili, 30 volte Nemo, 50 volte Monster&Co., oltre 70 Cars. Solo ai genitori tocca la ripetizione compulsiva. Ed è lì che si apprezza la fantasia sparsa in un mare di dettagli. E il fatto che, messo insieme, il film voglia dire qualcosa.

L’ultimo, Up, dice una cosa che aveva detto anche Federico Nietzsche ne L’utilità e il danno della storia per l’uomo.
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Si tratta della teoria dell’armadio: per fare posto ai cappotti nuovi devi liberarti di quelli vecchi.