Salsiccia alla Ranieri

Stasera si gioca Leicester Liverpool, la prima partita del dopo Ranieri. L’andata, a Liverpool, 10 settembre 2016, era tutto diverso. Era il primo home game ad Anfield, festa di inaugurazione per l’aggiunta di 8000 posti, la squadra di Klopp riceveva i Campioni. Io ero atterrato a Stansted, Londra, alle 11 e 30 del mattino, avevo affittato una macchina e cominciato a guidare verso Liverpool.

Non ho mai capito l’Inghilterra come durante quelle cinque ore di viaggio contromano.

Tifo il Torino FC, mio figlio, 12 anni, la Juve. È difficile ma ci conviviamo. Non tifiamo la stessa squadra; finché non è arrivato il Leicester di Claudio Ranieri. L’estate del 2015 eravamo in Grecia, guardavamo un partita in un pub e parlavamo dell’ultima panchina di Ranieri: la nazionale greca. Un punto in quattro partite, esonero dopo la sconfitta in casa contro le  Fær Øer. L’ingaggio di Ranieri in quella squadra inglese di cui non avevamo mai sentito parlare ci aveva incuriosito. Tornati a casa abbiamo cominciato a seguirla e non ci pareva vero che continuasse a vincere. Avevamo una squadra per cui tifare insieme.

Da Londra a Liverpool, 232 miglia: sull’autostrada guidare a sinistra è accettabile, sono gli incroci che fanno davvero paura, le rotonde e gli svincoli. Verso l’una ci eravamo persi per trovare un posto dove mangiare. Mangiare cose che sanno di burro e di affumicato, in un posto pieno di vecchi che mangiano toast e tè. Fuori pioveva, quella pioggia non pioggia, era grigio. Eravamo in ritardo per la partita.

Cancello, Anfield Road, Liverpool
Cancello, Anfield Road, Liverpool

Daniel vive a Leicester, ha una maglietta con la faccia di Claudio Ranieri, gli piacciono le sue battute scherzose, l’aria di chi non si prende troppo sul serio, diversa dall’arroganza di altri manager della Premier. Il macellaio di Daniel, a Leicester, vende la salsiccia Ranieri: è speziata, all’aglio. Daniel insegna sociologia all’Università di Loughborough, Leicestershire, segue tutte le partite del Leicester, da casa le trasferte, allo stadio gli home game. A settembre avevo chiesto a Daniel com’è stato l’anno della vittoria: «Nessuno ci credeva, ci aspettavamo che avremmo cominciato a perdere, magari che ci saremmo qualificati per l’Europa League, già la Champions sarebbe stata un obiettivo incredibile».

Romano, figlio di un macellaio, nell’estate del 2015 Ranieri sta per andare in vacanza in Calabria, quando riceve una telefonata: gli propongono un viaggio a Londra e il contratto per allenare il Leicester, che l’anno prima si è salvato all’ultima giornata, dopo un’improbabile rimonta. A giugno del 2015 tre giocatori del Leicester sono sul Sunday Mirror con un video in cui chiamano “occhi a mandorla” una ragazza, sono nudi e sono in una stanza d’albergo, a Bankok. Uno dei tre è il figlio dell’allenatore. I giocatori vengono licenziati e poco dopo viene licenziato anche l’allenatore: Nigel Pearson. Nel 2015 Ranieri era considerato un allenatore nella fase finale della sua carriera, aveva vinto un paio di coppe nazionali (con Fiorentina e Valencia), coppe internazionali minori, un secondo posto col Chelsea e col Monaco, molto spesso esonerato. Era considerato un indeciso, un perdente. In un anno diventa il simbolo del riscatto, per tutti i perdenti.

«Leicester è una città multiculturale – mi raccontava Daniel – allo stadio ci sono tifosi da tutto il mondo, Pakistan, India, immigrati di seconda e terza generazione. Io sono cileno. Quello che è successo l’anno scorso ha messo Leicester sulla mappa. Quando a Santiago mi chiedevano dove vivessi in Inghilterra, nessuno sapeva dove fosse, nemmeno come pronunciarlo. Le altre città hanno i Beatles o nomi famosi per il calcio: Leicester la tomba Ricardo III. Sono usciti articoli che dicono che la ricaduta economica sulla città per la vittoria in Premier League sarà di centinaia di milioni di sterline; magari sono esagerati, ma è arrivato il turismo, investimenti, studenti stranieri e i miei amici cileni mi chiedono di raccontare minuto per minuto com’è stato l’anno in cui abbiamo vinto la Premier».

A Birmingham, un incidente ci aveva rallentati; verso Manchester, il cielo si era aperto. Avevamo lasciato la macchina in albergo, era uscito il sole, ritirati gli abbonamenti avevamo preso un taxi che ci aveva lasciato davanti al cartello ‘strada chiusa’, sotto la collina di Anfield. «Da qui dovete andare a piedi», ci aveva detto il tassista. Prima partita casalinga dell’anno, appena inaugurato il nuovo settore con 8000 nuovi posti. Eravamo entrati al 9° del primo tempo, Davanti a noi la curva Kop cominciava You’ll never walk alone, e gli altri settori la seguivano, sopra di noi i tifosi blu: C’mon Leicester! Un grande OHHHH ogni volta che la palla arrivava a un giocatore smarcato sulla fascia. Il Liverpool riceveva i campioni in carica. E se li era mangiati. Finita la partita avevo pensato all’annuncio allo stadio Grande Torino: “I tifosi del settore ospiti sono pregati di attendere l’annuncio delle autorità competenti prima di lasciare lo stadio.” Qui i tifosi escono tutti insieme, maglie blu e rosse che si mischiano, senza nessun problema.

Anfield Road, 10 settembre 2016
Anfield Road, 10 settembre 2016, Liverpool – Leicester 4-1

A settembre Daniel mi diceva: «No, non siamo preoccupati per come andrà questa stagione. Sarebbe bello arrivare nei primi dieci o nella prima metà della classifica, andare avanti in Champions. Eravamo preoccupati che i giocatori più forti se ne andassero. Se riusciamo a restare in Premier potremmo diventare un club da metà classifica e non più una squadra piccola, per la storia del Leicester sarebbe un grande risultato. In ogni caso, per la prima volta, Leicester è una città famosa in tutto il mondo».

Daniel abita vicino allo stadio, da tre anni ogni partita casalinga va a vederla con sua figlia Leonor, che ha nove anni; fanno la strada a piedi, parlano della formazione e fanno pronostici. Arrivano allo stadio un’ora prima dell’inizio della partita: «È una cosa nostra».

L’11 settembre 2016, Il giorno dopo Liverpool Leicester 4-1, torniamo verso Londra, facciamo una deviazione per passare da Leicester. Quando arriviamo in città siamo stanchi e non sappiamo dove andare. «Allo stadio» dico a Laura, che mi aveva regalato i biglietti per la partita e che aveva affrontato con me quella trasferta per vedere il Leicester dal vivo. Sono le nove di sera, il King Power Stadium è chiuso, chiuso il negozio con le magliette di Mahrez, Vardy e Drinkwater, un poster sulla colonna davanti all’ingresso dice: “Campioni della Premier League”. Abbiamo aggiunto due ore alle cinque di viaggio contromano, per guardare un muro su cui c’è scritto #SENZAPAURA. L’anno scorso Leicester Liverpool era finita 2-0, un gol pazzesco di Vardy stava rendendo credibile una stagione incredibile. Grazie per tutte le salsicce, Claudio.

Muro, King Power Stadium, Leicester
Muro, King Power Stadium, Leicester

Gus Van Sant a Torino

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“Mi dicono che Gus dovrebbe arrivare a momenti”
Io immagino attese di ore, quando sento un presentatore dire così.
Ma quelli del Piccolo Cinema, i fratelli De Serio, mi hanno offerto due bicchieri di vino e pop corn, cosa ti vuoi lamentare?
Li hanno offerti a tutti quelli che sono venuti fino in via Cavagnolo 7, Falchera, Torino.
Hanno combinato la proiezione fuori, così ci si sta tutti, “Abbiamo messo dei plaid sulle sedie se avete freddo. Per favore non portateveli a casa i plaid, non portatevi a casa neanche le sedie, siamo stati in Circoscrizione a prenderle stamattina: 175 sedie e dobbiamo riportagliele tutte”.
Arriva il taxi.
Gus Van Sant è incredulo, ha la faccia di “dove mi avete portato?”, che è la stessa faccia che ha fatto la mia fidanzata, che si è trasferita a Torino di recente e a Falchera non c’è mai stata.
Se vi interessa questo genere di consigli può darsi che Falchera sia un buon posto dove investire, dal punto di vista immobiliare. Costa poco e si rivaluterà, intanto adesso Gus Van Sant è lì a rispondere a domande strambe e commoventi, a portare pazienza per tutto e a stupirsi di duecento ragazzi che si ritrovano all’aperto per vedere un VHS di un suo film del 1997.
“Matt Damon e Ben Allfeck si scrivevano i ruoli perché nessuno li scritturava, guardali adesso: Jason Bourne e Batman”, Gus Van Sant parla di Tim il papà di Ben Affleck che è stata l’ispirazione per Will Hunting – Genio ribelle e di William Borroughs, cui il film è dedicato, che aveva recitato per lui in Drugstore Cowboy.
Parla dei suoi inizi e di come approvi il metodo del Laboratorio del Piccolo Cinema, apprendimento orizzontale, tra pari, e non cattedratico.
Altre domande strambe dal pubblico: “perché Elephant si chiama Elephant?”. Gus Van Sant è rilassato, se non a suo agio, racconta di come fosse impossibile fare un film che si intitolasse “Columbine”, mentre era possibile fare un film che si intitolasse “Elephant” e raccontasse dell’omicidio di dodici studenti e un professore nel liceo di Columbine in Colorado. Dice di intreccio tra cronaca e finzione: della drammaturgia dei fatti reali attraverso cui raccontare l’elefante nella stanza che tutti vedono e di cui nessuno parla.
Mi piacerebbe chiedergli: ma come ti è venuto in mente di rifare Alfred Hitchcock, girare ultimi giorni di Kurt Cobain o dell’adolescente omicida, e il romanzo di Tom Robbins, con che coraggio? come hai fatto a scoprire Matt Damon, Una Thurman, Ben Affleck, Matt Dillon, River Phoenix, Keanu Reeves e avere voglia di essere qui, a Falchera, periferia di Torino, a parlarne.
“Non pensate di essere in periferia – dice – siete semplicemente da qualche parte”.

Vittorio Sermonti è un figo pazzesco

Ieri, in macchina con mio figlio di 12 anni, discutevamo di che scuola voglia fare, finite le medie e lui mi diceva: Papà a cosa serve studiare la Divina Commedia? Quando vai a lavorare mica nessuno te la chiede. – Intanto la Divina commedia è una delle più grandi opere d’arte dell’umanità, poi ha fondato la lingua italiana – ho risposto io prendendo tempo, cercando di trovare una risposta convincente – e poi devi tenere conto che ve la fanno studiare nel modo sbagliato. L’unico modo per capire la divina commedia è leggerla a voce alta, altrimenti non si capisce. È come se fosse una canzone, ma senza la musica.
Non era per niente convinto.
Non so se la divina commedia sia la più grande opera d’arte dell’umanità, in effetti quelle dove la musica c’è sono più dirette, per esempio il Don Giovanni di Mozart.
Le parole del Don Giovanni di Mozart sono di Lorenzo Da Ponte, un italiano con una vita da romanzo d’avventura: fughe, debiti, donne, capolavori lirici immortali.
Quando ho scoperto che la tesi di laurea di Vittorio Sermonti era su Lorenzo Da Ponte ho scritto all’indirizzo mail che ho trovato sul suo sito chiedendo se ne esistesse una copia consultabile.
Mi ha risposto lui, Sermonti in persona. Mi ha detto che non ce l’aveva più e, anzi, che se l’avessi trovata nei corridoi della Sapienza di Roma, dove (forse) giace dal 1964, sarebbe stato contento di rivederla.
La burocrazia mi fa paura: la burocrazia universitaria romana con 50 anni di polvere è un mostro che non ho saputo affrontare. Ho chiesto a degli amici romani di fare delle ricerche, ma non sono arrivato a nulla.
Credo che Sermonti sarebbe stato capace di rispondere a mio figlio meglio di quanto abbia fatto io che, alla fine, gli ho detto: la Divina commedia ti fa scoprire la lingua italiana, quindi se la studi parlerai meglio e dunque ragionerai meglio.
Sermonti queste cose non le spiegava, le faceva.
La sua traduzione delle metamorfosi di Ovidio, per esempio, era così bella da annullare qualsiasi distanza e lo faceva diventare un libro contemporaneo.
Il mio verso preferito è quando descrive la corsa di due innamorati:

Volerebbero a pelo di mare senza diresti bagnarsi i piedi o su un campo di grano senza piegare una spiga.

Un numero in più nel destino

Lucio Dalla, Roberto Roversi, Tazio Nuvolari, Fracesco de Gregori, Lucio Battisti, Pasquale Panella, Varzi, Campari, Borzacchini, Fagioli, Brilliperi e Ascari.

– Oh, senti: Automobili di Dalla & Roversi: esce nel 1976. C’è l’anniversario quest’anno, dobbiamo scriverne qualcosa.
– Se pensi che io sia così vecchio da ricordarmi l’impatto, quando uscì eccetera, no: ho ricordi infantili. Siccome parlava di macchine pubblicarono i testi sul Corriere dei Ragazzi a cui mio fratello era abbonato.
– Data di uscita?
– Ah, pensavo sapessi già tutto, visto che ne vuoi parlare. Ora guardo su Google. Tu, sta’ pure comodo.
– Il disco ha una storia divertente; fecero uno spettacolo per la Rai Il futuro dell’automobile e altre storie. Andò bene e Dalla volle fare il disco, con una selezione delle canzoni. Roversi le voleva tutte e da lì rompono.
Poi Nuvolari è la migliore canzone Metal in italiano!
– No, non mettermi in queste robe da neocritici hipster che poi si finisce che Cristina D’Avena era punk e Il Guardiano Del Faro se la giocava con i Kraftwerk. Una canzone con le BabaYaga a fare shubidubida non è MAI metal. Guarda invece cosa ti mando, grazie ai miei potenti addentellati:

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– Bellissima!!!

– Non ringraziarmi (no, non ringraziarmi commosso e confuso e pieno di imbarazzo nel non sapere come sdebitarti) (non farlo, ti dico)

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– Automobili è un album capitale o no? Dalla e Roversi lì si separano, l’ultima volta che poesia e canzone pop sono andate d’accordo, dopo Dalla scoprirà di essere capace di scrivere canzoni che solo lui (“Siamo noi, siamo in tanti”).
– Inizio a pensare che capitali lo siano tutti. Ieri ero con le Storie Tese davanti a degli scaffali di vinili della Mondadori Duomo. E mentre guardavamo da vecchi infoiati, a me è capitato in mano Tales of Topographic Oceans degli Yes. E onestamente, quel disco era inascoltabile anche per chi come me non ha preclusioni nei confronti del prog. E lui: “Eh, però aveva una ragione d’essere”. “Non so quale”, “Può essere, ma se ti impegni, una la trovi. Quello che esce oggi, non ce l’ha”.
Credo avesse ragione. Il 90% di ciò che è stato partorito dall’industria musicale negli anni 70 e 80, per quanto difficilmente difendibile all’epoca e confezionato da veri magliari (Eagles, Supertramp, il beatificatissimo Giorgio Moroder) era a suo modo una proposta artistica. Oggi è quasi sempre il momento in cui qualcuno che non ama nemmeno particolarmente la musica afferma la propria esistenza. Comunque no, “l’ultima volta che poesia e canzone pop sono andate d’accordo” non te la passo. Panella e Battisti hanno fatto cose fantastiche negli anni 90. E anche Bianconi non ha scherzato niente, prima di rendersi conto che la gente lo seguiva sul serio.
– Hai presente il testo di Nuvolari, va be’ che non sarà metal, va be’ che non sarà stata l’ultima volta che poesia e canzone pop siano andate insieme ma il testo di Nuvolari, voglio dire:

Gli uccelli nell’aria perdono l’ali
quando passa Nuvolari!
Quando corre Nuvolari mette paura…
perché il motore è feroce
mentre taglia ruggendo la pianura

– Non sembra una cosa che potrebbe aver scritto anche DeGregori? Il capitano non tiene mai paura…
– Però poi

Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro
batte Varzi e Campari,
Borzacchini e Fagioli
Brilliperi
e Ascari..

– Questi cognomi mi facevano impazzire. Non ne ho mai beccato uno nella vita reale, tranne Fagioli. Avrei dato venti euro per conoscere un Brilli-Peri. O una Brilli-Peri.
– La differenza con De Gregori è il pericolo. Il pericolo è sempre lì in queste canzoni di Dalla & Roversi. Il pericolo di non essere una canzone capibile, una storia raccontabile. Con De Gregori sai da che parte stare, bellissima eh, ma vedi De Gregori che racconta il Capitano e lo fa benissimo. Dalla è sulla macchina con Nuvolari, è la macchina di Nuvolari, non sai se si schianta o no.
– Interessante. Ok. Comunque quella fase lì della musica italiana, gli arrangiamenti in vaghissimo odore di jazz usatissimi anche da altri cantautori, che strani che erano. Evidentemente c’era tutta una generazione di musicisti che attingeva da lì. Ci sono pochissime rispondenze nella musica angloamericanaimperiale di quel periodo. Tranne, volendo tirarla per i capelli, quei proggers che erano approdati al jazz (King Crimson di Islands).
– Canzoni improbabili, ma ti pare una canzone d’amore Due ragazzi?

– Sto pensando che quel tipo di sensibilità musicale sembrerebbe più rivolgersi agli ascoltatori di Area e Perigeo, che non alle radio. Anche se poi, i cori delle BabaYaga erano una specie di must, che ribilanciavano tutto verso Sanremo.
– Vado verso Sanremo anche io. Ti manca quell’improbabilità? Secondo me Dalla è stato uno improbabile sempre, anche nei successi degli anni dopo.
– Non condivido del tutto, perché secondo me andava a strappi, ogni tanto faceva esattamente quello che ci si aspettava (che poi era spesso roba egregia). Però è una bella definizione, sicuramente il suo tasso di improbabilità è altissimo all’interno dello stretto novero di quelli che hanno avuto un successo immenso. Ho sempre pensato che il boom di Dalla descriva in modo impeccabile il passaggio tra i 70 e gli 80. Ma tu che vuoi saperne, teenager.
– Ehi! Io sono del ’79, l’anno di Banana Repulic di Dalla – De Gregori, l’anno in cui fu inventato il tour negli stadi dei cantati italiani. Quella sì fu una cosa epocale. E assurda, con gli spettatori lontanissimi, la cover di Paolo Conte, Ron che fa gli arrangiamenti, la band che sarebbe diventata gli Stadio (vincitori quest’anno di Sanremo), Dalla e De Gregori che guidano senza cintura, in un paese del sud, scambiandosi una bottiglia di vino, a canna. Come fanno i marinai.
– Non so quando sia entrata in vigore. Credo che tutti guidassero senza cintura.

(io e Paolo Madeddu)

Padre di figlio maschio

Lo strumento indispensabile per la cura di un figlio.

La prima cosa che ho pensato, quando ho saputo di mio figlio, è che non ero in grado di diventare padre. La seconda cosa che ho pensato, quando ho saputo che mio figlio sarebbe stato maschio, è stata – Mal che vada giocheremo a pallone. Poi sono uscito e ho iniziato a cambiare pannolini, non è difficile.

Se chiedi a una mamma che cosa vuole dal crescere un figlio maschio probabilmente parlerà di emozioni. Educazione delle emozioni, consapevolezza delle emozioni, gestione delle emozioni, felicità delle emozioni, protezione delle emozioni. Non so, mi immagino. Mi immagino che se chiedi a una mamma ci siano un sacco di emozioni. A me invece se chiedi cos’è che serve per crescere un figlio, per fare il padre di un figlio maschio, non ti saprei rispondere, in generale. Però ti potrei dire cosa ho usato io, cosa è servito a me. Un ago per gonfiare i palloni.

Nella mia esperienza di figlio quando i palloni si sgonfiavano restavi sospeso tra le forze del destino. Per esempio i benzinai. Dovevi andare da un benzinaio e chiedergli se per favore ti gonfiasse il pallone, ma non sapevi mai come ti avrebbe risposto o se avesse l’ago. Altrimenti dovevi giocare col pallone sgonfio, sperare che quel pallone morisse di morte sua e che le leggi del mercato che governano il mondo degli adulti te ne portassero un altro, sano. Anche quello si sarebbe corrotto: coll’uso il pallone si consuma. Pure col tempo si consuma: se non usi il pallone, per preservarlo, per evitare che si sgonfi fai uno sbaglio perché si sgonfierà lo stesso, anche stando inusato in un angolo. Non usarlo non vale a proteggerlo dall’asfissia del tempo.

Ecco cosa faccio: sono l’argine alle forze ineluttabili, sono il rimbalzo della corruzione: gonfio palloni. Sono il custode  dell’ago. Lo tengo in un cassetto insieme ai documenti di identità e alla tessera elettorale, alle foto di lui bambino, di me che mi laureo e a delle bollette del telefono vecchio che non so perché siano lì, dovrei buttarle. Prima di uscire, d’estate o d’inverno, sento quella voce che dice – Papà questo è sgonfio, lo gonfiamo? – Certo, e via con la pompa. Fuori ci mettiamo a correre dietro al pallone. Così può aver luogo la funzione paterna, quella di dire – Raggiungi il pallone, quando lo raggiungi facci qualcosa, non aver paura.

30 anni di Calvin & Hobbes

Un bambino biondo e la sua tigre che parla, 30 anni fa usciva il primo fumetto di Calvin e Hobbes disegnato da Bill Watterson.

Alta letteratura

A Novembre (2015) è uscito il film dei Peanuts, tratto dai personaggi delle strisce di Charles Schulz: le strisce che, secondo Umberto Eco, sono al livello dei classici greci, meglio di Salinger, vera poesia. A me i Peanuts piacciono, non ho nulla contro i Peanuts, semplicemente, sulla stessa rivista in cui uscivano i fumetti di Charlie Brown e Snoopy, prima di leggere i Peanuts, andavo a cercare le strisce di Calvin & Hobbes di Bill Watterson.

Il mondo secondo Calvin

Trent’anni fa, oggi, usciva la prima vignetta di Calvin & Hobbes. Non ci sarà nessun film di Calvin & Hobbes, come non c’è nessuna tazza o maglietta: nessun gadget ufficiale, perché Bill Watterson, che per dieci anni ha scritto e disegnato un bambino biondo e la sua tigre, non ha ceduto i diritti per fare merchandising dei suoi personaggi. Calvin & Hobbes iniziano il 18 novembre del 1985 e finiscono il 31 dicembre del 1995.

Il mondo come volontà e rappresentazione è un libro di uno scrittore tedesco: Arthur Schopenhauer; è un libro lungo e complicato, con un inizio bellissimo e comprensibile: “Il mondo è una mia rappresentazione”. Uno potrebbe smettere di leggerlo dopo la prima frase, posare il libro e pensarci su. Calvin è un bambino biondo che abita nel nord degli Stati Uniti e ha una tigre che gli risponde e gli tira le palle di neve; Calvin guida un’astronave, spesso la guida in classe, durante le lezioni a scuola. Calvin riceve messaggi dagli alieni e sfida i dinosauri. Così va il mondo per Calvin.

La tigre di Calvin si chiama Hobbes, se nella vignetta ci sono degli adulti Hobbes è un pupazzo di pezza a forma di tigre, se nell’inquadratura ci sono Calvin e la tigre, Hobbes parla, tenta di aggredire Calvin, lo abbraccia da dietro quando la slitta prende velocità. Thomas Hobbes è uno scrittore inglese, si è occupato di politica, geometria, natura dell’uomo. Una frase famosa di Hobbes è “gli uomini sono lupi per gli altri uomini”. La condizione spontanea dell’uomo è la lotta e il tentativo di sopraffazione reciproca. Il mondo è un posto inospitale e per sopravvivere dobbiamo lottare. Calvin tenta di non fare il bagno, di non mangiare niente che sia verde, di non cedere il posto sull’altalena. Nella sua lotta contro il resto del mondo: gli adulti, i genitori e la maestra, i compagni di classe, le ragazze, le sue risorse sono immaginative, il suo compagno è una tigre che per tutti gli altri è un pupazzo.

Secondo lo psicanalista infantile Donald Winnicott per essere dei genitori sufficientemente buoni bisogna lasciare che il proprio bambino si arrabbi e si deve evitare di pretendere che il proprio bambino sia sempre obbediente. Calvin ha avuto dei genitori sufficientemente buoni, che gli hanno permesso di sviluppare la sua personalità, in prospettiva di diventare un uomo che lotta con altri uomini per affermare la propria rappresentazione del mondo.

La meraviglia e la conoscenzacalvin-and-hobbes

Quando ci succede qualcosa facciamo un’ esperienza, quando raggruppiamo esperienze simili sotto una regola, abbiamo trovato una causa. Se i Peanuts di Schulz sono letteratura, e certamente lo sono, Calvin & Hobbes di Watterson mi ricordano la filosofia, il tentativo di trovare le regole. I bambini, fin da piccolissimi, imparano così: fanno qualcosa (prassi), provano a stabilire una regola che valga per le esperienze simili (teoria).

– Bill Watterson, perché non ha voluto fare merchandising di Calvin & Hobbes?

– Non aveva senso commercializzare dei prodotti basati su Calvin & Hobbes, se l’avessi fatto avrei tradito lo spirito della mia storia e la dignità dei fumetti come forma d’arte. Le mie storie funzionano così, non in un altro modo, non su una tazza o su una maglietta.

– Perché il primo gennaio del 1996 ha smesso di pubblicare le storie di Calvin & Hobbes?

– Perché avevo detto quello che avevo da dire.

Per Aristotele la filosofia è la conoscenza delle cause. Quando a qualcuno succeda qualcosa quella è un’esperienza, quando qualcuno provi a trovare la regola, la causa che valga per esperienze simili quella è conoscenza. Nel suo libro più famoso, La metafisica, Aristotele dice che l’origine di ogni conoscenza, per l’uomo, è il sentimento di meraviglia. Se non ci stupiamo, non siamo spinti a conoscere. Quando qualcosa ci sorprende è allora che nasce in noi il desiderio di conoscere e conoscere è conoscere le cause. Per i bambini conoscere è una condizione normale, è il loro modo di relazionarsi al mondo. Gli adulti possono decidere di smettere di imparare, di accontentarsi di quello che sanno. Mi ricordo una frase di Bill Watterson

– Se nell’ultimo riquadro di una striscia di Calvin & Hobbes non sono sorpreso di quello che succede, se non mi meraviglio io stesso, ricomincio da capo. Se non sono sorpreso non mi fa ridere e se non fa ridere me allora non farà ridere nessuno.

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes è del 28 ottobre 1992. Calvin è a scuola e inizia l’intervallo. Dopo aver fatto merenda si butta dallo scivolo, si arrampica ed è felice di stare da solo; nella striscia successiva fa uno scherzo a Siusi, la sua amica, (“sei una mangiacaccole”) che di conseguenza lo picchia, come è normale tra loro. Poi c’è la mia striscia preferita.

Nella mia striscia preferita Calvin è ancora nel cortile della scuola, durante l’intervallo. Sente la campanella suonare, ma continua a dondolarsi sull’altalena. Siusi gli passa davanti, sta rientrando in classe, dice a Calvin

– Non hai sentito la campanella? L’intervallo è finito, è ora di rientrare.

Calvin si dondola e le risponde

– Non sono ancora pronto. Mi ci vuole più di un intervallo per mettermi in stato di sottomissione.

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Compleanni e gente morta (la complessa elaborazione del lutto degli adolescenti durante gli anni ’90)

Un giorno come un altro, una riunione dei novantisti anonimi.

Un cerchio di persone sedute, riunione dei novantisti anonimi.

– Ciao mi chiamo Diego ed ero adolescente durante gli anni ’90.

(tutti)

– Ciao Diego.

– Raccontaci quello che vuoi, non ti preoccupare, qui non ti giudichiamo.

– Dunque, non so bene come cominciare. Oggi è il 1995, no, cioè, scusate, oggi è il 12 novembre. Io lo celebro il 12 novembre perché è il compleanno di Neil Young, sono molto legato a Neil Young. Sapete che Kurt Cobain aveva detto che lui da vecchio voleva solo diventare come Neil Young e scrivere canzoni con la sua chitarra acustica?

– Occristo, io un’altra storia su Cobain non ce la posso fare.

– Andrea, cerchiamo di portare pazienza, Diego sta cercando di raccontarci qualcosa di importate per lui.

– No, no, avete ragione. Però vi ricordate quel senso, quel senso di, insomma un giorno pensavamo che ci saremmo presi il mondo, che con l’aria paranoica e i capelli non lavati avremmo conquistato ragazze che somigliavano a Winona e il giorno dopo abbiamo dovuto affrontare il fatto che con l’aria paranoica e i capelli non lavati potevamo più probabilmente arrivare a tirarci una fucilata in testa.

– Ah, io ce l’ho avuta una ragazza che somigliava a Winona ed è il più bel ricordo di quel periodo. Il più bel ricordo di quel periodo a parte le serate in cui Rete 4 passava Laguna blu.

– Ecco, vi ricordate quando Agassi ha vinto Wimbledon, lì voi non avete pensato che allora anche noi avremmo potuto fare un giro con Brooke Shields?

– Tu ci sei andato sotto coi videoclip, lasciatelo dire. Quante ore di MTV ti facevi al giorno?  Voglio dire adesso lo sappiamo: allora pensavamo di avere dei gusti musicali invece era solo la rotazione di MTV. I video musicali avevano creato l’illusione di portarci gli artisti in casa e l’artista in casa ci dava l’impressione che avremmo goduto del loro stile di vita: le ragazze, la droga, le chitarre.

– Non è che c’ero andato sotto io, c’erano sotto tutti, i Queen dicevano che non avrebbero più fatto live perché preferivano fare i video.

 – Non so se lo sapete ma i Van Halen fecero un video con una classe di bambini di dieci anni arrapati per la maestra in minigonna. Cioè gli arrapati erano loro, ‘sti cazzo di capelloni con la giacca di pelle e i pantaloni attillati, in mezzo ai bambini conciati come loro. Bambini di dieci anni, non so: mi spiego?

– Ve li ricordate i video del Motley Crue con le spoglierelliste?

– Quella roba hard rock, tipo metal, era la peggiore.

– Pensa a quanti culi in primo piano sono arrivati dopo, con l’hip hop.

– Neil Young è una figura paterna, dopo il 1994 avevamo bisogno di qualcuno di rassicurante.

– Nel ’94 i padri, in genere, pensavano alla discesa di Silvio Berlusconi.

– Nel 1995 è arrivato Neil Young a tirarci su il morale e a dirci che non saremmo morti tutti, suicidi, lasciando una vedova che ci aveva intrappolato nella sua cosina a forma di cuore. Almeno a me ha fatto quell’effetto. Neil Young ha preso Johnny Depp, che è l’archetipo del fidanzato di Winona, cioè quello che noi avremmo voluto essere, e l’ha messo, moribondo, su una piroga. Ha spinto la piroga sul fiume che andasse a finire nell’oceano.

– Dove starebbe la rassicurazione?

– È stato un rito, un rito funebre.

– Neil Young ha ricomposto le cose. Infatti nel ’95 con chi l’ha fatto l’album? Con i Pearl Jam. Ha messo insieme tutti, ha azzerato i conflitti e ha sciolto la veglia funebre dicendo: “Non vi preoccupate, lasciamoci le spiagge tristi alle spalle. Non vi preoccupate quando arriveremo all’oceano ce ne staremo allegri, tra di noi. Sedetevi sulle mie spalle, sono io il gigante, sono io l’oceano”.

Io sono l’amore mimetico

La competizione sociale, la violenza del desiderio e un bel romanzo.

– Noi siamo quello che ci manca.

– Siamo quello che desideriamo.

– Se avessimo tutto non desidereremmo niente, dobbiamo mancare di qualcosa per desiderarlo.

– Ma il desiderio non è nostro.

– Finché non ce l’abbiamo desideriamo l’oggetto del nostro desiderio.

– No, no, proprio la scelta di cosa desiderare non è nostra, non è mia, non è tua.

– E di chi è?

– Eh, sta in giro.

– In giro dove?

– Nei tuoi amici, nei tuoi conoscenti, nella società, dove abiti. Desideri quello che desiderano gli altri. Impari a desiderare a seconda di cosa si desidera intorno a te e poi desideri di arrivarci per primo.

– Minchia che fatica.

– Potessimo desiderare ciascuno una sua cosa, ciascuno una cosa diversa, ce ne sarebbe per tutti.

– Eh, in effetti non funziona così.

– Però l’alternativa è sgozzarsi per i bisogni essenziali.

– La società è  quel posto dove si combatte per desideri accessori.

– La società è quel posto dove siamo quel che fingiamo di essere.

– A patto di credere alla finzione.

– A patto di credere a diverse finzioni, a partire da quella di essere uguali nella società.

– Hai sentito di questo Girard che è morto?

– Sì ma adesso figurati se mi metto a leggere antropologi francesi per far figura nelle conversazioni.

– Guarda, ti pigli questo romanzo di Tom Wolfe e ci trovi tutto, la competizione sociale e l’amore mimetico ambientato nelle università americane: il posto dove si allevano i migliori di tutta la società e li si mette gli uni contro gli altri. È parecchio bello.

Più Pasolini di te

Il patrimonio, l’eredita: e ho imparato che nella vita nessuno mai ci dà di più.

– Veramente vi interessa sapere cosa è stato Pasolini per me?

– Chissà perché a dire “Pasolini” gli dà in vento in testa alla gente.

– Ah, non lo so. Io mi ricordo che mi ero spaventato a vedere la locandina delle 120 giornate di Salò, da ragazzino, al cinema Eliseo in piazza Sabotino a Torino: le persone portate al guinzaglio come i cani. Era molto preoccupante.

– Il finale del Decamerone è il motto paraculo di qualunque studente del DAMS.

– Qual è? non sono sicuro di averlo visto.

– Quello su quanto sia bello immaginare l’opera, in senso l’opera d’arte, più bello pensarla che realizzarla.

– Ah, sì, quello a episodi. A me piace il Vangelo di Matteo.

– Ma dài, immagina di dire a un gruppo di nati nel ’90: adesso ci guardiamo un bel film sul Vangelo di PPP.

– Mi il ricordo il pomeriggio: passava su Rete4, non avevo  niente da fare, ero ancora a casa dei miei, pensavo avrei smesso di guardarlo dopo pochi minuti e invece lo vidi tutto e mi piacque moltissimo. Mi ricordo della sensazione di sorpresa. Era in bianco e nero con attori del posto, forse a Matera come quello di Mel Gisbon.

– Gli articoli erano fighi.

– Ma ci sono un sacco di cose fighe: quei filmati dove intervistava la gente al mare, sul sesso. Mi sembra di vedere veramente come erano gli italiani negli anni ’60, di vederli per la prima volta.

– Quelle interviste sul fascismo della televisione.

– Certo era un bell’uomo.

– Elegante.

– Cavani, l’ex del Napoli gli somiglia un poco.

– Comunque Pierpaolone m’ha svoltato un paio di regali di Natale a mio padre, quando veramente non sapevo che fare. Sai la raccolta di poesie Petrolio, o si chiamava Bestemmia? quelle in dialetto. Un libro mai aperto.

– Una volta ho mandato Mi domando che madri avete avuto… a un amico che si era messo con la mia ragazza. Avrei fatto meglio a dargli un pugno e chiuderla lì.

– A me avevano dato Ragazzi di vita a un corso di Letteratura moderna, due palle. Lo dissi al professore: io mi aspettavo chissà che e invece. Gli dissi anche l’ha letto Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby Jr? quello sì che sono cazzi. La scena della gente del quartiere che fa la fila per ammazzare di botte lo stupratore me la ricordo ancora adesso. Non l’aveva letto, il Prof di Letteratura moderna.

– Adesso Brooklyn è di moda, come è di moda il Pigneto.

– Quando le borgate erano le borgate.

– Quando le borgate le cantava Eros.

– Più Pasolini di te, più bella cosa non c’è.

Hasta Siempre Valentino

Quando diventi troppo potente la città ti caccia. Ma non è la prima volta che Valentino Rossi parte dall’ultima fila. Il posto nella storia del numero #46.

1.

Partire dall’ultima fila

Atene, Acropoli, 500 a.C. circa

Marc Marquez, Casey Stoner, Jorge Lorenzo, Max Biaggi e circa seimila cittadini sono seduti nell’Assemblea della città di Atene. Prende la parola Max Biaggi.

– Amici, cittadini, Ateniesi, voglio complimentarmi con il nostro concittadino Dani Pedrosa per aver brillantemente vinto la gara di domenica. E ricordiamo che non si è trattato di una domenica qualunque, abbiamo tutti dovuto svegliarci alle 8, e meno male che almeno era la domenica dell’ora legale! Comunque Bravo Dani e quanto al resto: di quello di cui è bene tacere è meglio tacere!

È il turno di Casey Stoner.

– Amici, cittadini, Ateniesi, di certo Valentino è un uomo d’onore, anche se sappiamo che un numero di tifosi come il suo può rappresentare un pericolo per la stabilità della democrazia. Dobbiamo pensare al futuro senza Valentino. Amici, cittadini, ateniesi, di certo Valentino è un uomo d’onore, anche se sappiamo che qualunque altro corridore al suo posto sarebbe condannato a morte certa.

Poi tocca a Jorge Lorenzo, che prende la parola al centro dell’Assemblea.

– Amici Ateniesi, io credo che con il suo comportamento Valentino sia un esempio di corruzione presso i giovani e che le sue vittorie siano empie: un atto di superbia contro il dio. Ci vuole misura nel vincere e Valentino non ha misura. Dovrebbe essere messo nelle condizioni di non nuocere contro se stesso, contro i giovani della nostra città e contro il dio.

Per ultimo parla Marc Marquez.

– Amici, cittadini, Ateniesi, appassionati di sport, di velocità e di vita. Io credo che mi abbia dato un calcio.

Poi votano. Si vota scrivendo un nome su un pezzo di coccio. Il papiro costa, la terracotta è più economica. Se quel nome avrà la maggioranza dei cocci dell’Assemblea, sarà punito. È la legge di Atene, chi tradisce viene allontanato, ma viene anche allontanato chi metta a rischio la città. Dieci anni di esilio: si chiama ostracismo. Dieci anni di esilio a quei cittadini troppo ricchi, troppo famosi, troppo influenti che mettono a rischio la democrazia: potrebbero diventare dei tiranni, portare il popolo dalla loro parte, distruggere le istituzioni e la città.

Il nome che scrivono sul coccio è #46. L’assemblea vota l’ostracismo. La città che Valentino Rossi ha contribuito a rendere grande fa le prove della vita dopo di lui, lo esilia: lo condanna a partire dall’ultima fila.

2.

La mitologia di Valentino Rossi

Atene, Acropoli, stanze nel retro dell’Assemblea

Valentino Rossi è nella cella di isolamento con il suo amico Aristide, attende il verdetto dell’Assemblea.

Aristide gli fa compagnia, è vecchio e saggio, lo chiamano Il giusto, dice a Valentino – Guardandovi correre domenica ho pensato che non ci sarà salvezza per la città se non quando getteremo nell’abisso il cadavere tuo e quello di Marquez. Valentino non parla, sta seduto e guarda fuori.

Arriva il messo con la sentenza, entra e dice – Valentino ti reco la parola dell’Assemblea. Ma prima una cosa. C’è stato un tempo in cui la domenica non si guardavano le partite di calcio in tv. Prima dell’era di Sky. In quel tempo la domenica dopo il pranzo dalla nonna c’era una sola cosa da guardare: il Gran Premio delle moto, che si corre alle 14. Perfetto per la digestione. Noi, in Piemonte, si comincia a mangiare alle 12,35. Mia nonna la domenica, cucina da circa 45 anni le stesse cose: ravioli del plin, con il ragù suo, cotoletta impanata e patate fritte, a fiammifero; paste, se c’è una festa, se no gelato e caffè. Abbiamo guardato ogni tuo Gran Premio digerendo il ragù della nonna, che non è leggerissimo, ti dico. E anche ora che usanze barbare pongono il campionato di calcio alle 12,30 guardiamo comunque i tuoi Gran Premi.

Valentino gli dice – Sei gentile, dopo Uccio ti regala un cappellino giallo, però ora mi dici che hanno deciso?

– Dovrai partire dall’ultima fila, a Valencia. Questa è stata la parola dell’Assemblea, dice il messo e resta in piedi.

– Dall’ultima fila, dice Aristide pensieroso, come quella volta in Qatar, nel 2004, la tua prima stagione in Yamaha, ti ricordi? Valentino non dice niente, sembra calmo ma non sorride. – Gibernau, il secondo in classifica, ti aveva denunciato perché uno dei tuoi aveva pulito la casella di partenza. Al mattino ti hanno squalificato e fatto partire dall’ultima fila.

– Certo che mi ricordo, come mi giravano i coglioni quella volta lì. Sono andato lungo al sesto giro, dice Valentino.

– Se posso permettermi, dice il messo dell’Assemblea, mi ricordo anche io. Nel 2004 era appena nato il mio primo figlio e io avevo un sacco di cose a cui pensare. E quando Valentino è caduto e mancavano solo più tre gare alla fine del mondiale con Gibernau lì vicino al secondo posto, io ho pensato: se ce la fa Valentino, ce la posso fare anche io.

 – Così sono i tuoi tifosi, dice Aristide: ti scaricano addosso tutti i loro problemi e si aspettano che tu li risolva. È così che funziona: ci vedono quello che gli fa comodo. Sarebbero capaci di dire che sei comunista davanti a una tua foto col pugno alzato.

3.

Valencia, Spagna

Griglia di partenza dell’ultimo Gran Premio del Mondiale 2015, ultima casella

Intorno a Valentino ci sono Aristide, il messo con una borraccia di drink energetico e una modella con l’ombrellino. Valentino è di umore scuro, ha sbirciato nell’altra parte del box Yamaha e ha visto i preparativi per la festa di Jorge Lorenzo. Ripensa alla bambola gonfiabile, a quella volta che si è vestito da carcerato, a quell’altra in cui si è fermato per fare pipì, dopo aver vinto. A quella volta in cui è sceso dalla moto, ci si è appoggiato e ha cominciato a scuotere la testa, col casco addosso: da fuori non capivi se stesse ridendo o piangendo. Era la prima gara con la nuova moto, la Yamaha, tutti dicevano che vinceva sempre sì, ma perché aveva la moto più forte e lui quell’estate aveva cambiato moto, era passato alla Yamaha e aveva lasciato la Honda, e aveva vinto comunque.

– Ti ricordi quella volta che qui a Valencia sei caduto? gli chiede Aristide. – Diobo’, Aristide, lo sai che non si parla di cadute in pista, gli risponde Valentino. – Io, se posso permettermi, me la ricordo benissimo, dice il messo dell’Assemblea. – Era il 2006, si correva in Spagna l’ultima gara del mondiale, come oggi. Valentino è caduto e il mondiale l’ha vinto Hayden. Mi ricordo che eravamo a casa di mia nonna, stavamo guardando la trasmissione Quelli che il calcio in tv e Michael Schumacher ti ha chiesto se eri caduto per la pista sporca. Tu gli hai detto: “no”, che ti eri sbagliato, non hai dato la colpa alla pista, te la sei presa tu. – Eh, vacca boia, dice Valentino, adesso mi danno la colpa anche di quelli che non fanno lo scontrino al bar o tengono i camerieri a lavorare in nero. C’è gente che è convinta che se gli italiani non pagano le tasse sia colpa mia.

Aristide dà il casco a Valentino e gli dice – A cena dopo la gara del Qatar, mancavano tre gare alla fine del mondiale e ti avevo detto che se Gibernau avesse vinto la prossima ci avrebbe ripreso. Ti ricordi cosa mi avevi risposto?

Valentino non sente bene, si è già messo i tappi nelle orecchie e sta pensando ai quindici piloti che gli partono davanti. – Aristide, adesso ti sembra il momento di fare la biografia? Non possiamo pensarci dopo? Gli risponde, ma Aristide insiste – Mi avevi detto: “Gibernau non vince la successiva, Gibernau non vince più e sai perché? Perché le vinco tutte io”. È andata esattamente così: le hai vinte tutte e tre.

La modella ha chiuso l’ombrellino, tutti si allontanano e l’ultima cosa che vede Valentino, prima di iniziare il giro di ricognizione sulla pista di Valencia, è il messo dell’Assemblea che chiude un pugno; prima di accelerare gli legge sulle labbra: “Hasta Siempre Valentino”.

Il primo

Dei nostri amori che cosa resta.

In un caffè a Torino, ieri.

– Sono contento di averti conosciuta che eri poco più di una ragazzina. Adesso sei una donna e sei bella come allora.

– Non ricordo molto dei nostri incontri.

– C’è una sola cosa che vale la pena di ricordare e sono i tuoi occhi dopo che abbiamo fatto l’amore. Eravamo nella vecchia casa di mia madre, una casa che adesso non esiste più, è stata venduta. Eri stupita. Mi ricordo i tuoi occhi. Mi hai guardato, eri stupita. Non che tu abbia condiviso qualcosa con me. Non mi avevi detto niente, ma si vedeva che ti stavi chiedendo qualcosa rispetto al passato, rispetto al fidanzato che avevi prima. Potrei sbagliarmi, ma mi sembra di ricordare avessi avuto un lungo fidanzamento prima di me. Ti sei girata da un lato e hai smesso di guardarmi, mi hai guardato per un breve momento, io ti ero sopra, poi ti sei voltata di lato.

– Poi eri venuto su a Londra, quell’estate?

– Londra era stata un disastro.

– Io ero stata un disastro.

– Quel tizio, quel tizio grosso, che stava nello studentato, il tuo amico: volevi stare con lui, non con me. Te l’avevo anche detto.

– Non mi ricordo.

– A Londra mi ero trovato a girare per la città a cercare dove dormire, a piedi, senza indicazioni, due bancomat non mi avevano preso la carta.

– Mi ricordo di averti chiesto di andartene.

– Era stato divertente entrare di nascosto nel tuo studentato, a Marble Arch. L’unica cosa che ti rimprovero è che mi avevi chiesto le sterline per smezzare la stanza.

– Poi avevi trovato da dormire?

– Sì, mi avevi anche raggiunto, non ti ricordi? Mi sembra fosse un ostello vicino a Chelsea. La moquette puzzava, era blu, una stanza con diversi letti. Il tizio nel letto sopra il mio dormiva coi calzini ai piedi. Mi ricordo i suoi calzini che spuntavano dal letto. Quando eri passata avevamo preso una birra nella sala giochi dell’ostello, c’erano il biliardo, le freccette. Il posto era pulcioso. Tu eri in imbarazzo: quando hai visto dov’ero, hai avuto la conferma che non avevi perso molto a chiedermi di andarmene.

– Ci siamo baciati con Mark, il tizio grosso, come l’hai chiamato. Aveva la stanza in fondo al corridoio del dormitorio. Ci siamo baciati il giorno prima che tornassi in Italia.

– Mi era simpatico. Con me era stato gentile, ricordo che ci eravamo parlati a colazione una volta, nella caffetteria con la vetrata su Oxford Street. Mi consigliava di fare una passeggiata nel parco. Tu eri a lezione. Quel giro a Londra, dopo che me ne ero andato, con la paura di restare senza soldi, coi bancomat che non mi prendevano la carta, senza sapere dove andare, avevo provato una paura reale. La paura di essermi perso. È stata un’avventura divertente, a ripensarci. È successa al momento giusto. Ora, con internet, non sarebbe possibile.

– Cercheresti una stanza su Trip Advisor.

– Avrei prenotato un Airbnb e non sarei venuto al tuo studentato.

– Forse sarebbe andata meglio. Ma noi come ci eravamo conosciuti?

– Avevi dimenticato un accendino, fuori dalla biblioteca, l’aula studio a fianco di Palazzo Nuovo. Io l’avevo trovato, conservato, e quando ci eravamo trovati fuori, tutti e due a fumare, te l’avevo restituito.

– Doveva ancora cominciare tutto.

– Quegli occhi che avevi, quel giorno, in quel letto, sembrava che ti stessi dicendo “allora è così”.

– È stato un inizio.

Piangere da adulti

Il significato della Pixar Animation Studios per la civiltà occidentale e soprattutto per me.

Woody, Buzz e gli altri sono nella fornace della discarica. Scivolano verso la fiamma rossa, la fiamma brucia rifiuti. Cercano di scappare, di arrestare la caduta, di uscire dalla massa di immondizia tritata, una montagna di coriandoli, che li sommerge. La caduta è inarrestabile,  la fiamma è vicina, gigantesca. Buzz prende la mano di Bonnie, Woody afferra Rex che stava precipitando più velocemente degli altri. Tutti hanno capito, Mr e Mrs Potato si guardano, questa volta non c’è niente da tentare, possono solo darsi la mano, fare una catena e aspettare la fine. Woody è un cowboy, Buzz un soldato spaziale. Woody e Buzz hanno fatto la rivoluzione: nel 1996 Toy Story vinse l’Accademy Award come primo film interamente animato al computer. Nel 2010 Toy Story 3 è stato il primo film animato a superare il miliardo di dollari di incasso.

Deitch Projects è una galleria d’arte con la facciata bianca, a SoHo, NYC, tra Broadway e West Broadway, al 76 di Grand Street. Dal 26 luglio al 18 agosto del 2007, in programma alla Deitch Projects, c’è Nest, un’installazione di Dan Colen e Dash Snow. Luglio è un mese speciale per Dash Snow, proprio nel 2007, a luglio, è nata sua figlia: Secret. Lo stesso Dash è nato a luglio e a luglio sarebbe morto. A luglio, nel 2007, alla galleria Deitch Projects di SoHo, si apre Nest, Il Nido.

Nest (il Nido) è una stanza piena di brandelli; nota anche come The Hamster Nest (la tana del criceto) una performance che consiste nel fare a pezzi l’ambiente circostante e rotolarsi tra le macerie, per nascondersi, per divertirsi, fare delle foto: per ricordarsene.  La tecnica del Nido è: strappare tutto il materiale lacerabile che sia nella stanza, per esempio la bibbia delle camere d’albergo, usare tutte le droghe a disposizione, ubriacarsi con tutti gli alcolici a disposizione, fare sesso con tutte le persone disponibili, scattare delle foto. Dash Snow usa una macchina Polaroid.  Negli anni Dash ha fatto Il Nido diverse volte, nelle polaroid si vedono letti ricoperti di stracci di carta, nei letti ci sono Dash e i suoi amici, sono nudi, sono con delle prostitute, sono drogati, sono ubriachi, sono giovani, si stanno rivoltando e nascondendo nei rifiuti che li sommergono.

Dash incarnava ogni cosa che volevo fotografare e ogni cosa che volevo essere: irresponsabile, sconsiderato, spensierato, selvaggio e ricco.

Ryan McGinley, luglio 2009

Per l’installazione del Nido alla Deitch Projetcs, luglio 2007, alcuni volontari hanno stracciato circa duemila copie dell’elenco telefonico di New York City: ci hanno messo tre giorni, con i brandelli hanno riempito la stanza al 76 di Grand Street. All’inaugurazione gli invitati hanno partecipato al Nido, hanno bevuto, si sono tuffati e rivoltati tra i rifiuti, c’era un concerto, hanno ballato, si sono spogliati, hanno fatto delle fotografie.

Quando stavo guardando Toy Story 3, durante la scena della fornace, mi è venuto in mente il Nido di Dash Snow, le sue polaroid, le foto dell’installazione alla Deitch Projects. Non saprei dire se mi sia venuto in mente la prima volta che ho visto il film o in un delle visioni successive. Per gli adulti è diventato normale guardare i film della Pixar, ma solo i genitori sono abituati a vederli due, tre, anche quindici volte. La qualità del film della Pixar è accettata dagli adulti, anzi guardare film della Pixar, con o senza obblighi parentali, è il segno dell’essere aggiornati alla proposta estetica contemporanea, una proposta che non divide il pubblico in adulti e bambini.

Mio figlio aveva circa tre anni quando ha cominciato a interessarsi ai film. Per alcuni terribili momenti avevo temuto che il mio futuro si sarebbe popolato di pupazzi gommosi che avevano sempre fame, o altre forme aberranti prive di linguaggio. Poi un’amica mi aveva fatto presente che avrei potuto avanzare delle proposte autonome: cioè fargli vedere quello che avrei deciso io, non quello che programmava la tv. Per la mia generazione è stato normale accettare la programmazione della tv e immaginare che il nostro margine di scelta fosse cambiare canale. Liberarsi da quell’abitudine al subire il palinsesto non è stato immediato, si trattava di accettare l’innovazione tecnica per cui la maggior parte dei film non li avremmo più visti in tv ma sul computer. Il mio momento di emancipazione è stato il film Yellow Submarine, del 1968, con le animazioni e le canzoni dei Beatles, la prima proposta che ho autonomamente sottoposto al bambino di tre anni. L’esplosione dei film è stata, poco dopo, Cars, motori ruggenti. Ne avevo scaricata una copia di qualità bassa, le immagini erano buie e, per conbinazione, in inglese; a mio figlio non importava, l’abbiamo visto decine di volte, sullo schermo di un portatile 13 pollici, anche così.

Dash Snow è morto a luglio del 2009, aveva 27 anni. Nella stanza del Lafayette House hotel, East Village, NYC, c’erano due lattine di birra vuote, una bottiglia di rum vuota, 13 boccette di vetro contenti tracce di eroina e tre siringhe usate. I bisnonni di Dash Snow, John e Dominique de Menil avevano commissionato a Mark Rothko una cappella a Houston, in Texas. La cappella non confessionale di Rothko contiene quattordici quadri, tele monocrome nere, ed è posizionata vicino alla collezione di arte contemporanea della famiglia: la de Menil Collection. La collezione di arte contemporanea de Menil è di circa 17 mille opere,  è una delle più vaste e importanti collezione d’arte degli Stati Uniti. Il palazzo che ospita la de Menil Collection è stato progettato da Renzo Piano, la collezione contiene, tra gli altri, Picasso, Matisse, Warhol, Rauschenberg. A riguardare oggi le polaroid di Dash Snow viene in mente che abbia inventato Instagram: i filtri che cambiano la luce, la produzione immediata, la possibilità di condivisione. In un’intervista del 2008 alla rivista francese Purple Fashion, Dash Snow aveva detto, parlando delle sue opere, che la storia che c’è dietro può essere più importante di quello che si vede nella composizione. A ripensare oggi alle copertine del New York Post che Dash Snow aveva colorato e decorato con sperma e sangue viene da pensare al rapporto organico che ci siamo abituati ad avere con le notizie date dai mezzi di informazione. Mezzi per una fine (Means To An End) è il titolo di un’opera di Dash Snow composta da un tavolo che contiene boccette per la droga vuote, siringhe usate e tutte le altre cose che aveva trovato mettendo a posto il suo appartamento sulla Avenue C quando si era trasferito. – Quel posto era davvero incasinato, ci ho messo una settimana a ripulirlo e quello che ho trovato l’ho messo in quel tavolo. A volte, le storie dietro un’opera sono più importanti di quello che non si veda nell’opera stessa.

Nell’ultimo film della Pixar, Inside Out, c’è una scena molto simile alla fornace di Toy Story 3. I protagonisti sono finiti in una specie di discarica e rischiano di svanire, di venire letteralmente polverizzati dalla memoria. Devono trovare il modo di salvarsi dalla discarica dei ricordi come i giocattoli di Toy Story 3 dovevano salvarsi dalle fiamme della fornace. Per preparare l’installazione alla Deitch Projects, Dash Snow aveva chiamato quindici compagni tra artisti e amici e aveva passato una notte nella sala al 76 di Grand Street facendo il Nido: usando le droghe che avevano a disposizione, ubriacandosi, disponendo del posto e facendo tutto quello che gli venisse in mente. Una notte non si era rivelata abbastanza per completare l’opera, al gruppo si sono aggiunti altri componenti e le notti sono diventate cinque. All’inaugurazione, il 24 luglio del 2007, c’era anche la nonna di Dash Snow, Marie-Christophe de Menil. È stata sua nonna a sostenere Dash Snow economicamente dopo che Dash aveva interrotto i rapporti con il resto della famiglia, una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti.

Nel novembre del 2007 la rivista The New Yorker ha pubblicato un profilo di Jeffrey Deitch e della sua attività di gallerista, recensendo, tra l’altro, Il Nido (o Tana del Criceto)

La scorsa estate Deitch ha affidato la galleria su Grand Street ai giovani artisti Dan Coleman e Dash Snow, per una delle loro installazioni Tana del Criceto. I due hanno riempito lo spazio, fino all’altezza della cintola, con i brandelli di duemilacinquecento elenchi telefonici di Manhattan, invitato trenta o più amici per sessioni notturne di pittura sui muri e altre attività creative alimentate dalle sostanze. Se questo genere di azione rappresenti il loro provocatorio rifiuto verso il surriscaldato mercato dell’arte e l’affermazione della decadenza del capitalismo, come Deitch e altri suggeriscono, resta una domanda aperta. La mia sensazione è che il livello di auto-indulgenza di questo genere di attività, conserva gli artisti in una sorta di stato pre-adolescenziale, o anche più infantile, dove l’aspetto provocatorio fatica a emergere.

The New Yorker, novembre 2007

Per gli adulti è diventato normale guardare i film a cartoni animati della Pixar: è una cosa che si fa,  è una moda e uno standard, uno standard per registrare il livello di innovazione nei film. Nel secolo scorso c’erano le invenzioni formali di Stanley Kubrick, in questo secolo, a inventare, a proporre soluzioni nuove, a fare film pieni di idee sorprendenti e di grande successo commerciale, c’è la Pixar Animation Studios. Se il paragone sembra eccessivo uno può chiedersi quanti altri film conosca che abbiano come argomento la costruzione del sé, la neuroscienza, la pedagogia comportamentale, se esiste, e siano capaci di intrattenere un pubblico tra i 3 e i 99 anni.

Nel 2010, guardavo Toy Story 3 per la terza o quarta volta, con mio figlio, che in quel momento aveva sei anni, e quando mi è venuto in mente Dash Snow e il suo Nido non stavo pensando che ora nessuno usa più un elenco del telefono di carta e che quindi, come le polaroid in anticipo su Instagram, Dash Snow era molto avanti con i tempi e non mi stavo neanche chiedendo se i brandelli in quella stanza tra Broadway e West Broadway rappresentassero il decadimento del capitalismo o fossero una forma di ribellione infantile: stavo cercando di non piangere. Quando Buzz e Woody e tutti gli altri stavano scivolando verso le fiamme della fornace e a me è venuto in mente il Nido di Dash Snow, non provavo nessuna interpretazione perché, semplicemente, stavo cercando di non piangere. Ora mio figlio ha circa dieci anni e l’altra sera, al cinema, durante Inside Out, questo problema non me lo sono più posto. I rifiuti nella discarica, i brandelli in cui nascondersi e rivoltarsi forse rappresentano il disastro della vita da cui uno cerca di salvarsi, accettare che la tristezza sia un elemento di trasformazione è liberatorio quasi quanto il non trattenere le lacrime.