L’eterogenesi dei fini

L’urgenza, la disperazione, la semplicità, la creatività, il talento e che cosa hanno a che fare con l’eterogenesi dei fini o con i complementi di arredo.

Marco: beh
è venuto su un bel dibattito
🙂
io: siamo gente piena di talento e creativa noi
(ho sentito quasi tutto il podcast di paolo nori http://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2014/09/scuola-elementare-di-scrittura-emiliana-per-non-frequentanti.mp3)
dice che non sa cosa sia il talento o l’essere creativi
quindi dicevo:
siam gente piena di cose che non sappiamo
io vado a leggere a casseta stasera
con wu ming, pensi
Marco: apperò
io: e la cosa che so, di quando devo fare delle cose, come andare a leggere
è meglio sbronzarsi la sera prima
così si evita la tentazione di sbronzarsi la sera stessa
prima che cominci tutto
Marco: non fa una piega
io: gente piena di cose, siamo noi, piena anche di sapere, non solo di non sapere.
Marco: anche di disperazione
tutto sommato
io: e di una qualche urgenza.
ogni tanto.
Marco: ma poco
col contagocce
io: ieri c’era una all’inaugurazione di una roba
che dice che lei doveva andare a vedere la mostra di tina modotti
perché sentiva “un debito artistico”
Marco: …
io: a me fa l’effetto di sentir dire “complemento d’arredo”
Marco: una del dams
io: oppure tu hai mai capito cosa vuol dire uno che dice Eterogenesi dei fini?
io no, una volta sono anche andato a cercare per bene cosa vuol dire quell’espressione
ma poi l’ho dimenticato
e ora non la cerco più
penso che tanto uno se voleva farsi capire
non diceva eterogenesi dei fini
Marco: (spetta che mi chiamano. torno dopo.)

Tina Modotti San Francisco 1921 Foto: Johan Hagemeyer

Anche negli anni duemila hanno fatto dei dischi ma non tutti sono venuti bene

Dei discorsi sulla musica prodotta negli ultimi dieci anni o meglio nei primi dieci anni degli anni duemila (con qualche eccezione).

io:  ma a proposito
lei che se ne intende di musica,
io pensavo che negli anni 2000 non avessero fatto dei dischi
Marco:  (diciamo così)
io:  invece scopro di sì
Marco:  tipo?
(per vedere se ci intendiamo)
io:  the national 2003 e 2010
libertines 2004 (meno notevole)
Marco:  MA PER FAVORE
io:  poi – questa è una riscoperta- gorillaz 2005
Marco:  va beh

i gorillaz ci possono stare
io:  ENORMI
Marco:  i national NO
io:  I NATIONAL Sì
Marco:  i libertines, vabbè, posso anche concederlo
meglio DOHERTY DA SOLO
io:  LOL, vero?
Marco:  no
niente LOL
il disco con FUCK FOREVER è BELLO BELLO
io:  adesso lo gugolo
Marco:  e lui dal vivo spacca molto
quando non annulla i concerti perché lo arrestano
io:  fuck forever 17 again, giusto?
Marco:  non capisco
io:  http://www.deezer.com/album/7795403
di che disco stavi parlando?
Marco:  no, no: babyshambles
down in albion
bello dall’inizio alla fine
io:  lo sto sentendo
Marco:  resta il fatto che THE NATIONAL: NO
e nemmeno ARCADE FIRE
ARCADE FIRE = TRUFFA DEL NUOVO MILLENNIO
io:  arcade fire truffa ok
fammi solo il favore di sentire Sad songs for dirty lovers, che già il titolo
Marco:  non c’è verso, anni 2000 van bene i black angels, dan auerbach (senza i black keys)(Keep It Hid disco supremo)
i due bright eyes
tutti gli american recordings di johnny cash (anche se cash non vale, era già un grande vecchio)
la seconda parte della carriera di vic chesnutt (prima del suicidio)
Her Majesty The Decemberists
franz ferdinand primo disco (poi basta)
i gossip prima dell’infighettamento
(tipo movement, discone)
se siamo di manica larga: primi due dischi degli interpol (anzi, solo il primo e un paio di pezzi del secondo)
primo yeah yeah yeahs, dopo sono andati in vacca
stesso discorso vale per i kills
LULU
Shearwater (ma va a gusti)
sigur ros (solo quello con le parentesi… sono delle borse, fondamentalmente)
e i white stripes, diobono
per l’italia il discorso è da fare a parte
e comunque: TUTTO QUELLO CHE HANNO FATTO I TINARIWEN
e che è venuto fuori dal mali
io:  ecco veniamo all’italia
Marco:  italia
dunque
primi due ARDECORE
LE BLACK CANDY (ma qui è culto)
i PGR
Rise And Fall Of Academic Drifting dei giardini di mirò
i julie’s haircut
gli offlaga
i ONE DIMENSIONAL MAN
ma bo
ma no
con l’italia si fa fatica
io:  eh
Marco:  perché bisogna andare nelle scene locali e underground
e c’è un sacco di roba bella e un sacco di merda
io:  e di grandi nomi niente?
Marco:  cosa intende per grandi nomi?
io:  GRANDI NOMI
Marco:  l’ultimo grande classico della canzone italiana è LA SOLITUDINE della pausini.
io: a posto.

Pete Doherty In Court Charged With Criminal Damage

Marco è questo Marco qui.

Il primo gol di Ciro Immobile in Champions League pare una rosa

Poesia per Ciro.

Io glielo ho visto fare altre volte a Ciro, lo so che non è un caso. Lo so che l’amore è una cosa che odora di rosa ma rosa non è. Lo so che non è un caso ma una precisa indicazione del destino. L’ho visto altre volte prendere una palla che il primo pensiero del cervello è: con quella palla non ci puoi fare niente. E infatti cosa ci devi fare con una palla prima della linea di centrocampo, che sei solo, tre uomini davanti. Niente.

Il primo gol di Ciro Immobile in Champions League è un gol dei suoi, un tifoso del Torino FC 1906 che gli ha visto giocare trentatré partite l’anno scorso lo sa, perché li conosce quei gol, conosce quella sensazione, quel pensiero che da quella palla non può nascere niente, cosa ci vuoi fare con quella palla, cosa pensi di poterci fare.

Ma neanche Ciro lo sa cosa farci. Prende la palla prima del centrocampo e non ha idea di cosa farci. Allora corre, con la palla al piede. Non corre tanto per fare gol quanto per dimostrare che Schopenhauer aveva ragione, è tutta una questione di volontà e allora continua a correre, volontà e desiderio, palla al piede. Ha tre uomini davanti, un altro, uno furbo, la pianta lì, si gira, passa, prova un dribbling, Ciro no, Ciro corre, palla al piede, dritto, e quello che avviene tra lui e le gambe dei due difensori che lo chiudono non è un rimpallo, non è il pallone che rimbalza casualmente su un piede sinistro e finisce preciso davanti al destro, non è un rimpallo: è il suo desiderio che si manifesta e che gli dà ragione e gli dice vai Ciro, vai. E lui va, mica la controlla, mica la stoppa, mica se la aggiusta, tira subito.

Un controllo in più è la differenza di tempo che passa tra un attaccante che fa gol e uno che no. Tra un attaccante che prima di tirare deve sapere cosa sta per fare e uno che è tutto volontà e desiderio. Che non ti saprebbe mica spiegare perché non ha aspettato che i compagni salissero, non ha sterzato, dribblato, non si è defilato e invece ha solo corso, palla al piede, dritto, per cinquanta metri, fino in fondo al campo, fino al tiro, fino al gol.

Che dispiacere manco averti salutato Ciro, l’ultima di campionato in casa, contro il Parma. Che dispiacere non tifarti più, è come sapere che l’amore è un forte dolore che pare una cosa che odora di rosa, ma rosa non è.

FBL-EUR-C1-DORTMUND-ARSENAL

È così facile quando tutti cercano di soddisfarti

Evitando le ricorrenze tonde di vent’anni fa: hipster di Brooklyn contro tamarri di LA.

Di questi tempi c’è da diventare allergici alle ricorrenze. Anche alle cifre tonde. Per la proprietà addizionale bisogna guardarsi soprattutto dalle ricorrenze tonde.

Da ragazzino volevo la maglietta di Axl Rose, andavo con mia mamma alla Rinascente di Torino, in via Lagrange, e cercavo di convincerla a comprarmi la maglietta di Axl Rose, ma lei mi diceva di no, perché alcune tue compagne potrebbero rimanerne turbate. Nella maglietta che volevo Axl Rose aveva una mano sul pacco.

Del resto non posso dire che quando cercavo di imparare i testi delle loro canzoni With your bitch slap rappin’ / And your cocaine tongue ne afferrassi appieno il significato.

Però ero andato a Modena, nel 1993, a vederli in concerto: ovvero avevo convinto mio padre a portarmici. In trattoria, per caso, mangiammo nella stessa sala con dei musicisti, la band di uno di quelle parti: Zucchero Sugar Fornaciari. A pensarci bene la prima cassetta che comprai fu quella con Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica, anche i testi di Zucchero, a dire il vero, non li afferravo pienamente. Avevo comprato quella cassetta e quella di Madonna, Who’s that girl. Uno pensa di avere dei gusti e invece ha tredici anni.

L’uscita di Use Your Illusion l’avevo – l’avevamo – attesa come si attende l’intercessione della Grazia Divina verso una palingenesi certa e irrevocabile. Poi nell’arco di qualche mese ci siamo spostati verso altro: uno pensa di avere dei gusti e invece è la programmazione di MTV.

Adesso che sono al sicuro dall’aver bucato le ricorrenze tonde possibili in proposito di Guns n’ Roses volevo riflettere  sul fatto che è più di vent’anni da quando sentivo qualcuno cantare It’s so easy / it’s so easy e che per combinazione adesso sto sentendo una che canta She’s so easy / she’s so easy.

Quanta distanza dal machismo di Axl sulle magliette e da Modena dove, come in tutte le date del tour, quando faceva le canzoni di Izzy, quello che scriveva le canzoni che a me piacevano di più, tirava fuori il medio e diceva se te ne sei andato devi andare a farti fottere Izzy. Time moves on that’s the way.

Courtney Barnett, quella di She’s so easy, è lontanissima dal machismo di Axl Rose, canta:

I masturbated to the songs you wrote
Resuscitated all of my hopes
It felt wrong but it didn’t take too long
Much appreciated are your songs.

Doesn’t mean I like you man
It just helps me get to sleep
And it’s cheaper than temazipan

Vent’anni dopo almeno capisco i testi.

Rape me

Un tempo l’HD non c’era. Si compravano i nastri.

Mi viene da rispondere a Il disco più bello di sempre perché io invece mi ricordo benino cosa ho pensato quando ho sentito In utero per la prima volta.
E anche cosa ho sentito quando ho provato Nervermind per la prima volta.

Ehi, ecco che hanno fatto qualcosa proprio per noi: quattordicenni figli dei boomers!
(i boomers, genitori nati negli anni cinquanta che in dieci anni hanno migliorato esponenzialmente il loro approdo sociale, doppiando quello dei loro genitori – i nostri nonni – e ci hanno trasmesso l’erronea sensazione che quel progresso sarebbe stato indefinito sono esistiti anche in Italia, non solo in Arkansas.)

Sì, esatto, ho pensato: “ehi, ecco che hanno fatto qualcosa proprio per noi: quattordicenni figli dei boomers!, qualcosa che ascolteremo alla nausea, qualcosa in cui ci identificheremo, vestendoci come il cantante” non quando è finito Nervermind, ma già alla terza traccia (Vieni come sei, traducevo in salotto tra me e me davanti al Kenwood modello monolite nero) e quando era finito Nevermind ero anche sollevato perché mi dicevo che in fondo potevo smettere di cercare: quello era il disco.

E infatti potevo accendere MTV e c’era uno vestito come Freddie Krueger (quello era il film) che dondolava avanti e di lato ed era la sintesi delle cose che andavano fatte.

Riluttanti, statici, non sapendo come gestire questa idea che il progresso sociale sarebbe stato indefinito e l’interrogazione di latino del giorno dopo.

Io, di chi produceva o pubblicava i dischi, non ne sapevo e non ne so tuttora nulla, allora mi sembrava solo curioso notare la continuità tra i Guns n’ Roses e Kurt Cobain. Forse la Geffen era l’Uno, l’essere parmenideo della musica eccitante per gli adolescenti degli anni ’90.

In Utero è stato diverso. Te lo diceva da subito, come l’avrebbe detto la terza traccia dell’album primo nell’era post Cobain, naturalmente dei Pearl Jam: This is not for you. Voglio fare a meno di te, di me (di tutto ciò che c’è) e in ogni caso non me ne frega un cazzo e tutta questa cosa non può durare, non così com’è. Provaci adesso a metterti gli stessi occhiali che mi metto io e poi vediamo chi ride.

Nell’articolo di Kekko, di cui sopra, ci sono un sacco di cose interessanti: immagina l’Uno della musica eccitante per i ragazzini uniti di tutto il mondo che rimanda indietro i nastri e ingaggia un altro produttore per rendere videoclippabili i singoli. Produttore che – accidentalmente – aveva appena finito di produrre il disco più bello di sempre: Automaticamente per la gente.

La vita di D.

Una romanza di formazione.

La vita di D. è scorsa ordinaria. Certo punteggiata, come tutte le vite, di fatti che hanno determinato svolte piccole o grandi, conseguenze e cambiamenti, ma nulla vi è accaduto di davvero stupefacente.

Percorrendo a ritroso questa vita, in tutto banale, può essere curioso notare di essa alcuni avvenimenti e relativi discendimenti.

A otto anni, lasciato durante i mesi estivi da trascorrersi in città alle cure di uno zio, passava il tempo facendosi leggere dei romanzi. Lo zio era infermo e questo per forza di cose limitava la possibilità dei giuochi all’aperto. Per compensazione lo zio prendeva dei grandi libri e li leggeva a voce alta nella stanza del soggiorno, alla piena luce del sole. Dalla prima all’ultima riga si erano così consumati Le ventimila leghe sotto i mari e le Tigri di Mompracem, i Tre moschettieri e Vent’anni dopo. Alla fine di questo allo zio scappò l’allusione a uno strano racconto il cui protagonista si trovava ad essere trasformato in uno scarafaggio.

D. insistette da subito perché quella storia gli fosse letta senza attese e a nulla valsero i tentativi di dissuasione dello zio: ragionevolmente fondati sul tema e lo stile, sulle possibili influenze malinconiche.

Un preciso passo di quel racconto determinò un cambiamento destinato a perdurare fino all’estinguersi della vita di D. Quando la sorella di Gregorio Samsa scaglia una mela che va a conficcarsi nel carapace del fratello e da lì non può esser tolta, D. prese, suo malgrado, l’abitudine di trovarsi nella mente conficcate delle frasi del tutto ordinarie, in sé per nulla differenti da altre frasi altrettanto ordinarie, che non potevano essere tolte.

Si ritrovava D., come Gregorio la mela nella schiena, a fissare frasi di fronte alle quali rimaneva del tutto stupito e l’ordinaria banalità delle stesse non lo distoglieva dal vedervi un mistero la cui soluzione non poteva essere organizzata. Una forma di ebetismo di limitata durata, anche se ricorsiva, che non pregiudicò eccessivamente le relazioni personali di D., almeno a vederle dall’esterno.

«Chissà perché alcune frasi rimangono impresse nella memoria e vi restano anche a distanza di anni pur non rivestendo alcun rilievo particolare, né per forma né per significato», gli era capitato di pensare più di una volta.

Diversi anni dopo un avvenimento per certi versi associabile a questo ebbe conseguenze altrettanto definitive. Per lo svolgimento di un compito scolastico gli era capitato di dover terminare la lettura di un romanzo in cui un agrimensore avrebbe dovuto misurare le dimensioni di un castello e delle terre circostanti. Per qualche ragione la lettura di quel libro si rivelò inesausta, contrariamente alle pigre abitudini che contraddistinguevano il regolare sfogliare dei capitoli di D. Verso la fine del libro, addirittura, gli succedeva di leggere in strada, camminando. Fu nel tragitto tra il pianerottolo di casa e l’ascensore che giunse all’ultima pagina e con le porte dell’ascensore che si chiudevano alle sue spalle scoprì che il romanzo non si concludeva affatto. Lo specchio dell’ascensore gli restituì, subito, la sgomenta delusione arrampicatasi sulla sua faccia. Da allora come un senso di tristezza, di vanità degli sforzi, lo prese tutte le volte che doveva entrare in un ascensore, al punto da spingerlo a evitare la cosa ogni volta che fosse possibile.

Il famoso dietologo Alain Dukan, in un libro di grande successo, consiglia di bruciare delle calorie preferendo le scale all’ascensore. D. si sentì rincuorato da questa lettura e da allora spese questa citazione come giustificazione del suo negarsi ad ogni ascensore, senza rivelare a nessuno il suo segreto.

Il problema dell’estate

Sull’utilità dello scacciare il ridicolo, d’estate.

Da quando, un anno fa circa, l’ho letta per la prima volta questa frase mi è sembrata utilissima. E in questo anno che è trascorso, da quando l’ho letta per la prima volta, non ha smesso di essere in effetti utilissima: a spiegare, a capire, a scacciare.

La frase l’ho trovata qui è

una frase di Viktor Šklovskij che, a proposito del racconto di Čechov Uva spina, scriveva: «Alla fine dell’Uva spina il protagonista è contento di sé; e questo è il dramma più terribile, che un uomo sia contento della propria esistenza».

Per esempio è una frase utilissima a spiegare un certo malessere che si prova, almeno io lo provo, nei momenti di compiacimento di me. Il senso del ridicolo, inesorabile, che si prova nell’autocompiacimento.

Quella frase lì è come un amuleto, un feticcio d’antidoto contro l’inesorabile senso del ridicolo che coglie nel compiacimento di sé. La evoco e mi passa, una preghiera.

Il problema viene però specialmente nell’estate, quella stagione dove in tanti camminano come pensando d’essere particolarmente osservati e degni, soprattutto, d’essere osservati. La stagione dove il compiacimento di sé si raggruma e diffonde a un tempo solo. In tante occasioni vedi il compiacimento di sé, delle proprie prenotazioni, dei propri gusti, che cammina, vestito leggero.

Io personalmente non ho nulla contro l’estate; come tutti, credo, mi piacciono il tepore, il mare, il pesce e il vino bianco. Ma trovo che d’estate quella frase sia ancora più utile che nelle altre stagioni.

La notte a leggere Kant

Umberto Eco, l’eredità del berlusconismo, una notte in discoteca.

Di tutto questo periodo di berlusconismo ci rimarranno non solo le gesta eroiche del capo ma i begli infortuni, i deliziosi inciampi, l’involontario comico del repertorio Oppositori In Carica. Fra questi, una menzione d’oro, il palco dell’onore a Umberto Eco, che ebbe a dire, una volta, che Noi a differenza di Loro, stavamo svegli la notte, sì, ma solo per leggere Kant.

Fa molto ridere che l’opposizione a scopare minorenni in maschera in un bordello nel sottoscala di casa si manifesti nel ripassare la critica della ragion pura.

Cioè a me fa ridere. Io, almeno una volta, sono stato di notte, sveglio, a leggere Kant. Era per l’esame di Filosofia teoretica. La sera prima, o qualche sera prima, ero in una discoteca con la mia fidanzata, ero in ansia per l’esame, la dialettica trascendentale, le idee regolative del mondo e quelli passavano i Cure.

Così ho detto alla mia fidanzata -Io torno a casa a studiare, tanto il passaggio ce l’hai, perché eravamo con un mio amico.
Poi, niente, l’esame: tutto a posto; nessuno diventa l’intellettuale di riferimento di nessuno con un manifesto identitario del tipo: la notte leggiamo Kant! e il mio amico e la mia fidanzata si erano messi insieme, poco dopo, mi sa la sera stessa.

Negozio

Il commercio fiorisce nella società opulenta.

Attività di negozio apertesi nella mia città, Torino, negli ultimi due anni.
Elenco.
Scarti di macelleria e ossa di animali composti in gelatina solidificata in forma conica, venduti sotto la dicitura Kebab con del pane e eventuale accompagnamento di cipolle crude e salse allo yogurt (bianca) o piccante (rossa).
Compro oro, offerta speciale al grammo.
Benessere orientale, centro massaggi.
Slot machine in batteria.
Another World, la sigaretta elettronica.
Fine elenco.

L’universo mondo

Per una coincidenza uscito il 14 di febbraio.

A me capita, fin da quando ero bambino, che se perdo un tram, un autobus o un pullman mi sembra una congiura dell’universo contro di me. Lo vedo passare e andare via e mi sembra che la fisica, la meccanica del mondo abbiano pianificato ai miei danni.

Posso avvertire la finitudine della condizione dell’uomo, esperirla nel mio singolo individuo, nell’indifferenza della natura verso le mie sorti.

-E ora, quanto dovrò aspettare? Come sarebbe stato meglio aver anticipato quell’azione che mi ha fatto arrivare tardi a quell’appuntamento, fissato solo da parte mia, senza un tempo preciso.

Avevo anche smesso di prendere i tram, gli autobus e i pullman per mettermi al riparo da quella frustrazione.

Il filosofo Friedrich Schelling, un filosofo la cui prosa somiglia da vicino all’esser costretti a veder passare dei pullman senza poterli prendere, ha scritto che l’amore è quando hai la sensazione di essere in accordo con tutto ciò che ti circonda. Come se tutto fosse ordinato tenendo conto di te.

Come veder sbucare il tuo pullman, senza attesa.