Pop + Porn = Art (?)

Quanta arte fa vendere il sesso? Come si sente uno spettatore davanti alla foto di due metri dell’asshole di Ilona? Quanto poco possiamo dividere l’arte dalla prostituzione, dalla pubblicità e dalla pornografia se in mostra ci sono gli artisti che hanno fatto di se stessi un marchio, un brand che ora si vede nelle gallerie, ora si vende sulle borse di Louis Vuitton.
Sasha Grey ritratta da Terry Richardson_dettaglio
Pop Life alla Tate Modern è l’hit del momento. Una astuta hit che va da Warhol a Hirst, da Koons a Murakami, da Haring a …come si chiama quell’italiano, ah sì: Cattelan.
E da quando la polizia ha chiuso la sala con la foto di Brooke Shields, a dieci anni, vestita solo del suo mascara, la faccenda è diventata più che piccante; specie di questi tempi, in cui Roman Polanski assaggia l’intransigenza svizzera in fatto di decorrenza di certi reati, e parte del mondo dell’arte l’ha già bell’e che assolto.

Il tutto per la felicità di quelli che staccano gli assegni, assegni belli grossi.
Perché il succo della vicenda non sta nel culo di Cicciolina, per quanto da vicino giornalisti e spettatori lo possano ammirare.
Il punto è, come dice il caro vecchio Andy, che i buoni affari sono la migliore arte.

Figuriamoci se è una questione di sesso: l’avidità, che alla Tate celebra se stessa, fa il mondo dell’arte quello che è. Perlomeno com’è adesso.

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