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La scomparsa del lavoro e gli aristodem

Siccome stavo cercando una cosa che non trovavo ho chiesto a Daniela Ranieri se se ne ricordava lei.

Ti ricordi a che pagina di Estinzione Bernhard parla della scomparsa del lavoro? Lo stavo leggendo in tram e non ho fatto in tempo a segnare il passo. Tu segni i passi sui libri?
«No, non mi ricordo a che pagina sia, e ricordo vagamente il passo. Non ci giurerei che sia in Estinzione, addirittura. Il che è un buon segno, per come la vedo io. Sì, io sottolineo».

Questa cosa della scomparsa del lavoro mi sembrava, sulle prime, esagerata «nessuno lavora più in Europa», ora mi sembra esattissima. A ben pensarci anche il tuo primo romanzo ha a che fare con la scomparsa del lavoro o almeno con una scomparsa sul luogo di lavoro, no?

«Uno dei due personaggi principali scompare per ragioni legate al suo lavoro, sì. In Tutto cospira a tacere di noi ho raccontato le conseguenze della metamorfosi del lavoro da fardello materiale che consuma il tempo e il corpo a forza immateriale che erode impercettibilmente l’autonomia delle persone».

Sempre a proposito di lavoro tu quante ore leggi al giorno?
«Leggo di notte».

Scusa l’intimità della domanda, dove leggi: seduta, sdraiata, al computer, su un divano?
«Sul divano, come Oblomov. Non è vero, leggo anche altrove, ma associo la lettura all’idea della convalescenza. Il mio ideale sarebbe la lettura in una clinica per lunatici o in un ospizio, verso le sei del pomeriggio».

Gli aristodem come si pongono verso il lavoro, hanno un atteggiamento omogeneo, compatto, di classe o disordinate prese di posizione?
«I miei AristoDem hanno verso il lavoro come verso tutti gli ambiti della vita un atteggiamento ambivalente e paradossale: potendo non lavorare – visto che dispongono in genere di un certo agio economico – scelgono di lavorare. Non vedono l’eventuale perdita del lavoro da parte di chi ne ha bisogno come una tragedia, ma come una possibilità. Sono educati alla felicità e alla sottovalutazione di ciò che è preoccupante (come alla sopravvalutazione di tutto ciò che è faceto)».

E verso il leggere?
«A un certo punto Luciana, la mia protagonista, dice «No, guarda, ho deciso: non leggo più libri. Tanto, a parte Houellebecq, nessuno scrittore è capace di confrontarsi con l’altro da sé. Certo che continuo a andare alle presentazioni… che c’entra».
Nel miscuglio di pseudo-sapere e pregiudizi estetici di cui sono portatori, i miei aristocratici democratici sono molto esigenti in fatto di letteratura, a parole. Il loro gusto è rodato dalla chiacchiera informale e dalla lettura di rapide recensioni. Sono diffidenti nei confronti di certi autori di successo dei cui libri si è attestata – anche non per esperienza diretta – la bassa qualità, mentre di altri, la cui popolarità non è così estesa da essere sospetta e la cui fortuna dipende da un passaparola discreto, da iniziati, magari partito dal portiere di uno stabile elegante e grazioso in Montmartre, sono entusiasti».

Come hai fatto a isolare il tuo oggetto, quali sono i confini dell’appartenenza alla categoria degli aristodem?
«Ho raccontato personaggi ispirati da incontri con persone reali, non ho voluto costruire degli stereotipi culturali. Mi sono accorta che alcuni tratti comuni a persone che condividevano status economico, posizionamento politico, consumi culturali, potevano essere una specie di idealtipi; alcuni tic, alcuni cliché, sono tali proprio perché sono riconoscibili. Tuttavia la vita per fortuna è piena di caratteri che smentiscono sé stessi».

Daniela Ranieri, AristoDem, discorso sui nuovi radical chic

Il nuovo libro di Daniela Ranieri è AristoDem, discorso sui nuovi radical chic, Ponte alle Grazie.

Devo dire che queste domande mi hanno fatto venire in mente un articolo interessante di qualche settimana fa. Adesso vedo se lo trovo.

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