Carcosa nel cuore – la seconda stagione di True Detective (prima metà)

Carcosa non è un posto da cui te ne puoi andare, il Re giallo è dietro di te, anche nella città di Vinci. Sbronze di creosoto e buddy movie, bei film che nessuno ha visto e Leonard Cohen.

Come si fa a replicare un successo, un successo enorme, rivoluzionario – almeno per le vite e le carriere di chi vi ha preso parte. Come si fa a bissare una stagione che è andata bene, tanto bene, bene come la prima stagione di True Detective?

Ve lo dice la sigla della seconda stagione di True Detective, ve lo dice subito, non dovete aspettare gli sviluppi della storia. Ve lo canta Leonard Cohen nella prima strofa: non si fa, non si può.

La guerra è persa

Abbiamo perso, siamo arrivati che i trattati di resa erano già firmati. A farci caso era così già nella prima stagione di True Detective. Pensate a Carcosa. Una città immaginata in un racconto del 1891, Gli abitanti di Carcosa di Ambrose Bierce; nel racconto la città è distrutta.  Le poche descrizioni di Carcosa sono nei ricordi di uno dei personaggi.

Ingresso a Carcosa, di Carcosa è pieno il mondo
Ingresso a Carcosa, di Carcosa è pieno il mondo

Carcosa è difficile da dimenticare e infatti pochi anni dopo, nel 1895, Carcosa ritorna nella raccolta di storie The King In Yellow di Robert Chambers

Non posso dimenticarmi di Carcosa, dove in cielo sono appese stelle nere, dove nel pomeriggio si allungano le ombre dei pensieri degli uomini, dove soli gemelli affondano nel lago Hali; la mia mente porterà sempre il ricordo della Maschera Pallida. Prego che Dio maledica lo scrittore, come lo scrittore ha maledetto il mondo con la sua bella, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità – un mondo che ora trema davanti al Re Giallo.

Maledetto sia lo scrittore. Maledetto sia lo scrittore che con la sua opera di storie maledice il mondo.

Il Re Giallo è passato di qui
Il Re Giallo è passato da qui

Nella sigla della seconda stagione di True Detective Leonard Cohen canta

La storia viene raccontata con i fatti e con le bugie, io avevo un nome ma adesso non importa

A chi importa della storia? A me no, e non dico in questa seconda stagione di cui si sente dire che la storia è troppo complicata, che la trama non si segue, dico già della prima stagione di True Detective: a me della storia importava poco. (È probabilmente un problema mio, se mi chiedete della trama del Falcone Maltese me ne ricordo, se va bene, metà, e anche Chandler: stessa cosa). Quello che era interessante della prima stagione di True Detective sono i detective. A me della famiglia Tuttle non me ne importa nulla, mi interessa vedere Rust che litiga con Marty, chi è il peggio dei due, chi strascica di più l’accento del sud, quante birre bevono, come si riscattano. Mi interessa a tal punto che mi sono fatto l’idea che True Detective, prima stagione, sia un buddy movie, uno di quei film dove quello che conta è il rapporto tra i due protagonisti. Infatti se mi viene un film da comparare con la prima stagione di True Detective penso a L’ultima corvè (The Last Detail), del 1973, diretto da Hal Ashby, tratto da un romanzo di Daryl Ponicsan, con Jack Nicholson, Randy Quaid e Otis Young, film meraviglioso su due soldati che devono scortare un commilitone in prigione.

Come si fa a replicare il successo della stagione precedente? È una guerra persa, e la si gioca su quanto siano interessanti i detective. Una battaglia con dei perdenti in campo. Colin Farell, protagonista della seconda stagione di True Detective, ha in carriera un buddy movie: Tigerland, 2000, regia di  Joel Schumacher. Un film riuscitissimo, ambientato in un campo di addestramento per la guerra in Vietnam, che ha incassato veramente poco. I nuovi detective sono personaggi che hanno perso la guerra, una loro guerra, ma ce l’hanno fatta a non finire prigionieri

Per quanti tentativi abbiate fatto, non mi avete preso, vivo tra voi, ben nascosto

come dice Leonard Cohen nella seconda strofa della sigla. Per sopravvivere a un successo bisogna imporsi di tentare di non rifare la stessa cosa, e la seconda stagione di True Detective non è più un buddy movie, questa volta è l’epica degli sconfitti, ma non degli sconfitti grandiosi o eroici, una sconfitta normale, di città industriali in cui nessuno vorrebbe abitare. I personaggi della seconda stagione di True Detective sono, fin qui, la sconfitta che li attende; una sconfitta inesorabile: una sconfitta che li riporta al punto da cui erano partiti. Se qualcosa dovesse salvarli, questa volta difficilmente sarà l’amicizia.

(Le foto sono delle mie vacanze; sì, avrei potuto almeno farle dritte, ma ero strafatto di creosoto)

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