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Scrivere col coltello, venerdì 27 novembre da Cenerentola Prêt à Manger

Da Cenerentola Prêt à Manger il menu di venerdì 27 novembre è segreto, ma di sicuro si mangia e si beve. Mentre si mangia e si beve, cercando di non disturbare, leggo qualche pagina di scrittori abili nell’incredibile arte dello scrivere col coltello: John McPhee, Emmanuel Carrère, Kurt Vonnegut, tenuti insieme da un racconto mio.

Scrivere col coltello - letture a cena - Oscar Carenzi©

Scrivere col coltello – letture a cena – disegno di Oscar Carenzi

Si prenota a questo numero 3491825534 (valgono anche sms e Whatsapp), Cenerentola Prêt à Manger è in Corso Casale 104 aTorino.

30 anni di Calvin & Hobbes

Alta letteratura

A Novembre (2015) è uscito il film dei Peanuts, tratto dai personaggi delle strisce di Charles Schulz: le strisce che, secondo Umberto Eco, sono al livello dei classici greci, meglio di Salinger, vera poesia. A me i Peanuts piacciono, non ho nulla contro i Peanuts, semplicemente, sulla stessa rivista in cui uscivano i fumetti di Charlie Brown e Snoopy, prima di leggere i Peanuts, andavo a cercare le strisce di Calvin & Hobbes di Bill Watterson.

Il mondo secondo Calvin

Trent’anni fa, oggi, usciva la prima vignetta di Calvin & Hobbes. Non ci sarà nessun film di Calvin & Hobbes, come non c’è nessuna tazza o maglietta: nessun gadget ufficiale, perché Bill Watterson, che per dieci anni ha scritto e disegnato un bambino biondo e la sua tigre, non ha ceduto i diritti per fare merchandising dei suoi personaggi. Calvin & Hobbes iniziano il 18 novembre del 1985 e finiscono il 31 dicembre del 1995.

Il mondo come volontà e rappresentazione è un libro di uno scrittore tedesco: Arthur Schopenhauer; è un libro lungo e complicato, con un inizio bellissimo e comprensibile: “Il mondo è una mia rappresentazione”. Uno potrebbe smettere di leggerlo dopo la prima frase, posare il libro e pensarci su. Calvin è un bambino biondo che abita nel nord degli Stati Uniti e ha una tigre che gli risponde e gli tira le palle di neve; Calvin guida un’astronave, spesso la guida in classe, durante le lezioni a scuola. Calvin riceve messaggi dagli alieni e sfida i dinosauri. Così va il mondo per Calvin.

La tigre di Calvin si chiama Hobbes, se nella vignetta ci sono degli adulti Hobbes è un pupazzo di pezza a forma di tigre, se nell’inquadratura ci sono Calvin e la tigre, Hobbes parla, tenta di aggredire Calvin, lo abbraccia da dietro quando la slitta prende velocità. Thomas Hobbes è uno scrittore inglese, si è occupato di politica, geometria, natura dell’uomo. Una frase famosa di Hobbes è “gli uomini sono lupi per gli altri uomini”. La condizione spontanea dell’uomo è la lotta e il tentativo di sopraffazione reciproca. Il mondo è un posto inospitale e per sopravvivere dobbiamo lottare. Calvin tenta di non fare il bagno, di non mangiare niente che sia verde, di non cedere il posto sull’altalena. Nella sua lotta contro il resto del mondo: gli adulti, i genitori e la maestra, i compagni di classe, le ragazze, le sue risorse sono immaginative, il suo compagno è una tigre che per tutti gli altri è un pupazzo.

Secondo lo psicanalista infantile Donald Winnicott per essere dei genitori sufficientemente buoni bisogna lasciare che il proprio bambino si arrabbi e si deve evitare di pretendere che il proprio bambino sia sempre obbediente. Calvin ha avuto dei genitori sufficientemente buoni, che gli hanno permesso di sviluppare la sua personalità, in prospettiva di diventare un uomo che lotta con altri uomini per affermare la propria rappresentazione del mondo.

La meraviglia e la conoscenzacalvin-and-hobbes

Quando ci succede qualcosa facciamo un’ esperienza, quando raggruppiamo esperienze simili sotto una regola, abbiamo trovato una causa. Se i Peanuts di Schulz sono letteratura, e certamente lo sono, Calvin & Hobbes di Watterson mi ricordano la filosofia, il tentativo di trovare le regole. I bambini, fin da piccolissimi, imparano così: fanno qualcosa (prassi), provano a stabilire una regola che valga per le esperienze simili (teoria).

– Bill Watterson, perché non ha voluto fare merchandising di Calvin & Hobbes?

– Non aveva senso commercializzare dei prodotti basati su Calvin & Hobbes, se l’avessi fatto avrei tradito lo spirito della mia storia e la dignità dei fumetti come forma d’arte. Le mie storie funzionano così, non in un altro modo, non su una tazza o su una maglietta.

– Perché il primo gennaio del 1996 ha smesso di pubblicare le storie di Calvin & Hobbes?

– Perché avevo detto quello che avevo da dire.

Per Aristotele la filosofia è la conoscenza delle cause. Quando a qualcuno succeda qualcosa quella è un’esperienza, quando qualcuno provi a trovare la regola, la causa che valga per esperienze simili quella è conoscenza. Nel suo libro più famoso, La metafisica, Aristotele dice che l’origine di ogni conoscenza, per l’uomo, è il sentimento di meraviglia. Se non ci stupiamo, non siamo spinti a conoscere. Quando qualcosa ci sorprende è allora che nasce in noi il desiderio di conoscere e conoscere è conoscere le cause. Per i bambini conoscere è una condizione normale, è il loro modo di relazionarsi al mondo. Gli adulti possono decidere di smettere di imparare, di accontentarsi di quello che sanno. Mi ricordo una frase di Bill Watterson

– Se nell’ultimo riquadro di una striscia di Calvin & Hobbes non sono sorpreso di quello che succede, se non mi meraviglio io stesso, ricomincio da capo. Se non sono sorpreso non mi fa ridere e se non fa ridere me allora non farà ridere nessuno.

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes è del 28 ottobre 1992. Calvin è a scuola e inizia l’intervallo. Dopo aver fatto merenda si butta dallo scivolo, si arrampica ed è felice di stare da solo; nella striscia successiva fa uno scherzo a Siusi, la sua amica, (“sei una mangiacaccole”) che di conseguenza lo picchia, come è normale tra loro. Poi c’è la mia striscia preferita.

Nella mia striscia preferita Calvin è ancora nel cortile della scuola, durante l’intervallo. Sente la campanella suonare, ma continua a dondolarsi sull’altalena. Siusi gli passa davanti, sta rientrando in classe, dice a Calvin

– Non hai sentito la campanella? L’intervallo è finito, è ora di rientrare.

Calvin si dondola e le risponde

– Non sono ancora pronto. Mi ci vuole più di un intervallo per mettermi in stato di sottomissione.

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Compleanni e gente morta (la complessa elaborazione del lutto degli adolescenti durante gli anni ’90)

Un cerchio di persone sedute, riunione dei novantisti anonimi.

– Ciao mi chiamo Diego ed ero adolescente durante gli anni ’90.

(tutti)

– Ciao Diego.

– Raccontaci quello che vuoi, non ti preoccupare, qui non ti giudichiamo.

– Dunque, non so bene come cominciare. Oggi è il 1995, no, cioè, scusate, oggi è il 12 novembre. Io lo celebro il 12 novembre perché è il compleanno di Neil Young, sono molto legato a Neil Young. Sapete che Kurt Cobain aveva detto che lui da vecchio voleva solo diventare come Neil Young e scrivere canzoni con la sua chitarra acustica?

– Occristo, io un’altra storia su Cobain non ce la posso fare.

– Andrea, cerchiamo di portare pazienza, Diego sta cercando di raccontarci qualcosa di importate per lui.

– No, no, avete ragione. Però vi ricordate quel senso, quel senso di, insomma un giorno pensavamo che ci saremmo presi il mondo, che con l’aria paranoica e i capelli non lavati avremmo conquistato ragazze che somigliavano a Winona e il giorno dopo abbiamo dovuto affrontare il fatto che con l’aria paranoica e i capelli non lavati potevamo più probabilmente arrivare a tirarci una fucilata in testa.

– Ah, io ce l’ho avuta una ragazza che somigliava a Winona ed è il più bel ricordo di quel periodo. Il più bel ricordo di quel periodo a parte le serate in cui Rete 4 passava Laguna blu.

– Ecco, vi ricordate quando Agassi ha vinto Wimbledon, lì voi non avete pensato che allora anche noi avremmo potuto fare un giro con Brooke Shields?

– Tu ci sei andato sotto coi videoclip, lasciatelo dire. Quante ore di MTV ti facevi al giorno?  Voglio dire adesso lo sappiamo: allora pensavamo di avere dei gusti musicali invece era solo la rotazione di MTV. I video musicali avevano creato l’illusione di portarci gli artisti in casa e l’artista in casa ci dava l’impressione che avremmo goduto del loro stile di vita: le ragazze, la droga, le chitarre.

– Non è che c’ero andato sotto io, c’erano sotto tutti, i Queen dicevano che non avrebbero più fatto live perché preferivano fare i video.

 – Non so se lo sapete ma i Van Halen fecero un video con una classe di bambini di dieci anni arrapati per la maestra in minigonna. Cioè gli arrapati erano loro, ‘sti cazzo di capelloni con la giacca di pelle e i pantaloni attillati, in mezzo ai bambini conciati come loro. Bambini di dieci anni, non so: mi spiego?

– Ve li ricordate i video del Motley Crue con le spoglierelliste?

– Quella roba hard rock, tipo metal, era la peggiore.

– Pensa a quanti culi in primo piano sono arrivati dopo, con l’hip hop.

– Neil Young è una figura paterna, dopo il 1994 avevamo bisogno di qualcuno di rassicurante.

– Nel ’94 i padri, in genere, pensavano alla discesa di Silvio Berlusconi.

– Nel 1995 è arrivato Neil Young a tirarci su il morale e a dirci che non saremmo morti tutti, suicidi, lasciando una vedova che ci aveva intrappolato nella sua cosina a forma di cuore. Almeno a me ha fatto quell’effetto. Neil Young ha preso Johnny Depp, che è l’archetipo del fidanzato di Winona, cioè quello che noi avremmo voluto essere, e l’ha messo, moribondo, su una piroga. Ha spinto la piroga sul fiume che andasse a finire nell’oceano.

– Dove starebbe la rassicurazione?

– È stato un rito, un rito funebre.

– Neil Young ha ricomposto le cose. Infatti nel ’95 con chi l’ha fatto l’album? Con i Pearl Jam. Ha messo insieme tutti, ha azzerato i conflitti e ha sciolto la veglia funebre dicendo: “Non vi preoccupate, lasciamoci le spiagge tristi alle spalle. Non vi preoccupate quando arriveremo all’oceano ce ne staremo allegri, tra di noi. Sedetevi sulle mie spalle, sono io il gigante, sono io l’oceano”.

Io sono l’amore mimetico

– Noi siamo quello che ci manca.

– Siamo quello che desideriamo.

– Se avessimo tutto non desidereremmo niente, dobbiamo mancare di qualcosa per desiderarlo.

– Ma il desiderio non è nostro.

– Finché non ce l’abbiamo desideriamo l’oggetto del nostro desiderio.

– No, no, proprio la scelta di cosa desiderare non è nostra, non è mia, non è tua.

– E di chi è?

– Eh, sta in giro.

– In giro dove?

– Nei tuoi amici, nei tuoi conoscenti, nella società, dove abiti. Desideri quello che desiderano gli altri. Impari a desiderare a seconda di cosa si desidera intorno a te e poi desideri di arrivarci per primo.

– Minchia che fatica.

– Potessimo desiderare ciascuno una sua cosa, ciascuno una cosa diversa, ce ne sarebbe per tutti.

– Eh, in effetti non funziona così.

– Però l’alternativa è sgozzarsi per i bisogni essenziali.

– La società è  quel posto dove si combatte per desideri accessori.

– La società è quel posto dove siamo quel che fingiamo di essere.

– A patto di credere alla finzione.

– A patto di credere a diverse finzioni, a partire da quella di essere uguali nella società.

– Hai sentito di questo Girard che è morto?

– Sì ma adesso figurati se mi metto a leggere antropologi francesi per far figura nelle conversazioni.

– Guarda, ti pigli questo romanzo di Tom Wolfe e ci trovi tutto, la competizione sociale e l’amore mimetico ambientato nelle università americane: il posto dove si allevano i migliori di tutta la società e li si mette gli uni contro gli altri. È parecchio bello.

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Più Pasolini di te

– Veramente vi interessa sapere cosa è stato Pasolini per me?

– Chissà perché a dire “Pasolini” gli dà in vento in testa alla gente.

– Ah, non lo so. Io mi ricordo che mi ero spaventato a vedere la locandina delle 120 giornate di Salò, da ragazzino, al cinema Eliseo in piazza Sabotino a Torino: le persone portate al guinzaglio come i cani. Era molto preoccupante.

– Il finale del Decamerone è il motto paraculo di qualunque studente del DAMS.

– Qual è? non sono sicuro di averlo visto.

– Quello su quanto sia bello immaginare l’opera, in senso l’opera d’arte, più bello pensarla che realizzarla.

– Ah, sì, quello a episodi. A me piace il Vangelo di Matteo.

– Ma dài, immagina di dire a un gruppo di nati nel ’90: adesso ci guardiamo un bel film sul Vangelo di PPP.

– Mi il ricordo il pomeriggio: passava su Rete4, non avevo  niente da fare, ero ancora a casa dei miei, pensavo avrei smesso di guardarlo dopo pochi minuti e invece lo vidi tutto e mi piacque moltissimo. Mi ricordo della sensazione di sorpresa. Era in bianco e nero con attori del posto, forse a Matera come quello di Mel Gisbon.

– Gli articoli erano fighi.

– Ma ci sono un sacco di cose fighe: quei filmati dove intervistava la gente al mare, sul sesso. Mi sembra di vedere veramente come erano gli italiani negli anni ’60, di vederli per la prima volta.

– Quelle interviste sul fascismo della televisione.

– Certo era un bell’uomo.

– Elegante.

– Cavani, l’ex del Napoli gli somiglia un poco.

– Comunque Pierpaolone m’ha svoltato un paio di regali di Natale a mio padre, quando veramente non sapevo che fare. Sai la raccolta di poesie Petrolio, o si chiamava Bestemmia? quelle in dialetto. Un libro mai aperto.

– Una volta ho mandato Mi domando che madri avete avuto… a un amico che si era messo con la mia ragazza. Avrei fatto meglio a dargli un pugno e chiuderla lì.

– A me avevano dato Ragazzi di vita a un corso di Letteratura moderna, due palle. Lo dissi al professore: io mi aspettavo chissà che e invece. Gli dissi anche l’ha letto Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby Jr? quello sì che sono cazzi. La scena della gente del quartiere che fa la fila per ammazzare di botte lo stupratore me la ricordo ancora adesso. Non l’aveva letto, il Prof di Letteratura moderna.

– Adesso Brooklyn è di moda, come è di moda il Pigneto.

– Quando le borgate erano le borgate.

– Quando le borgate le cantava Eros.

– Più Pasolini di te, più bella cosa non c’è.

Hasta Siempre Valentino

1.

Partire dall’ultima fila

Atene, Acropoli, 500 a.C. circa

Marc Marquez, Casey Stoner, Jorge Lorenzo, Max Biaggi e circa seimila cittadini sono seduti nell’Assemblea della città di Atene. Prende la parola Max Biaggi.

– Amici, cittadini, Ateniesi, voglio complimentarmi con il nostro concittadino Dani Pedrosa per aver brillantemente vinto la gara di domenica. E ricordiamo che non si è trattato di una domenica qualunque, abbiamo tutti dovuto svegliarci alle 8, e meno male che almeno era la domenica dell’ora legale! Comunque Bravo Dani e quanto al resto: di quello di cui è bene tacere è meglio tacere!

È il turno di Casey Stoner.

– Amici, cittadini, Ateniesi, di certo Valentino è un uomo d’onore, anche se sappiamo che un numero di tifosi come il suo può rappresentare un pericolo per la stabilità della democrazia. Dobbiamo pensare al futuro senza Valentino. Amici, cittadini, ateniesi, di certo Valentino è un uomo d’onore, anche se sappiamo che qualunque altro corridore al suo posto sarebbe condannato a morte certa.

Poi tocca a Jorge Lorenzo, che prende la parola al centro dell’Assemblea.

– Amici Ateniesi, io credo che con il suo comportamento Valentino sia un esempio di corruzione presso i giovani e che le sue vittorie siano empie: un atto di superbia contro il dio. Ci vuole misura nel vincere e Valentino non ha misura. Dovrebbe essere messo nelle condizioni di non nuocere contro se stesso, contro i giovani della nostra città e contro il dio.

Per ultimo parla Marc Marquez.

– Amici, cittadini, Ateniesi, appassionati di sport, di velocità e di vita. Io credo che mi abbia dato un calcio.

Poi votano. Si vota scrivendo un nome su un pezzo di coccio. Il papiro costa, la terracotta è più economica. Se quel nome avrà la maggioranza dei cocci dell’Assemblea, sarà punito. È la legge di Atene, chi tradisce viene allontanato, ma viene anche allontanato chi metta a rischio la città. Dieci anni di esilio: si chiama ostracismo. Dieci anni di esilio a quei cittadini troppo ricchi, troppo famosi, troppo influenti che mettono a rischio la democrazia: potrebbero diventare dei tiranni, portare il popolo dalla loro parte, distruggere le istituzioni e la città.

Il nome che scrivono sul coccio è #46. L’assemblea vota l’ostracismo. La città che Valentino Rossi ha contribuito a rendere grande fa le prove della vita dopo di lui, lo esilia: lo condanna a partire dall’ultima fila.

2.

La mitologia di Valentino Rossi

Atene, Acropoli, stanze nel retro dell’Assemblea

Valentino Rossi è nella cella di isolamento con il suo amico Aristide, attende il verdetto dell’Assemblea.

Aristide gli fa compagnia, è vecchio e saggio, lo chiamano Il giusto, dice a Valentino – Guardandovi correre domenica ho pensato che non ci sarà salvezza per la città se non quando getteremo nell’abisso il cadavere tuo e quello di Marquez. Valentino non parla, sta seduto e guarda fuori.

Arriva il messo con la sentenza, entra e dice – Valentino ti reco la parola dell’Assemblea. Ma prima una cosa. C’è stato un tempo in cui la domenica non si guardavano le partite di calcio in tv. Prima dell’era di Sky. In quel tempo la domenica dopo il pranzo dalla nonna c’era una sola cosa da guardare: il Gran Premio delle moto, che si corre alle 14. Perfetto per la digestione. Noi, in Piemonte, si comincia a mangiare alle 12,35. Mia nonna la domenica, cucina da circa 45 anni le stesse cose: ravioli del plin, con il ragù suo, cotoletta impanata e patate fritte, a fiammifero; paste, se c’è una festa, se no gelato e caffè. Abbiamo guardato ogni tuo Gran Premio digerendo il ragù della nonna, che non è leggerissimo, ti dico. E anche ora che usanze barbare pongono il campionato di calcio alle 12,30 guardiamo comunque i tuoi Gran Premi.

Valentino gli dice – Sei gentile, dopo Uccio ti regala un cappellino giallo, però ora mi dici che hanno deciso?

– Dovrai partire dall’ultima fila, a Valencia. Questa è stata la parola dell’Assemblea, dice il messo e resta in piedi.

– Dall’ultima fila, dice Aristide pensieroso, come quella volta in Qatar, nel 2004, la tua prima stagione in Yamaha, ti ricordi? Valentino non dice niente, sembra calmo ma non sorride. – Gibernau, il secondo in classifica, ti aveva denunciato perché uno dei tuoi aveva pulito la casella di partenza. Al mattino ti hanno squalificato e fatto partire dall’ultima fila.

– Certo che mi ricordo, come mi giravano i coglioni quella volta lì. Sono andato lungo al sesto giro, dice Valentino.

– Se posso permettermi, dice il messo dell’Assemblea, mi ricordo anche io. Nel 2004 era appena nato il mio primo figlio e io avevo un sacco di cose a cui pensare. E quando Valentino è caduto e mancavano solo più tre gare alla fine del mondiale con Gibernau lì vicino al secondo posto, io ho pensato: se ce la fa Valentino, ce la posso fare anche io.

 – Così sono i tuoi tifosi, dice Aristide: ti scaricano addosso tutti i loro problemi e si aspettano che tu li risolva. È così che funziona: ci vedono quello che gli fa comodo. Sarebbero capaci di dire che sei comunista davanti a una tua foto col pugno alzato.

Foto di JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images, Valentino Rossi vince a Valencia il 31 ottobre del 2004.

Foto di JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images, Valentino Rossi vince a Valencia il 31 ottobre del 2004.

3.

Valencia, Spagna

Griglia di partenza dell’ultimo Gran Premio del Mondiale 2015, ultima casella

Intorno a Valentino ci sono Aristide, il messo con una borraccia di drink energetico e una modella con l’ombrellino. Valentino è di umore scuro, ha sbirciato nell’altra parte del box Yamaha e ha visto i preparativi per la festa di Jorge Lorenzo. Ripensa alla bambola gonfiabile, a quella volta che si è vestito da carcerato, a quell’altra in cui si è fermato per fare pipì, dopo aver vinto. A quella volta in cui è sceso dalla moto, ci si è appoggiato e ha cominciato a scuotere la testa, col casco addosso: da fuori non capivi se stesse ridendo o piangendo. Era la prima gara con la nuova moto, la Yamaha, tutti dicevano che vinceva sempre sì, ma perché aveva la moto più forte e lui quell’estate aveva cambiato moto, era passato alla Yamaha e aveva lasciato la Honda, e aveva vinto comunque.

– Ti ricordi quella volta che qui a Valencia sei caduto? gli chiede Aristide. – Diobo’, Aristide, lo sai che non si parla di cadute in pista, gli risponde Valentino. – Io, se posso permettermi, me la ricordo benissimo, dice il messo dell’Assemblea. – Era il 2006, si correva in Spagna l’ultima gara del mondiale, come oggi. Valentino è caduto e il mondiale l’ha vinto Hayden. Mi ricordo che eravamo a casa di mia nonna, stavamo guardando la trasmissione Quelli che il calcio in tv e Michael Schumacher ti ha chiesto se eri caduto per la pista sporca. Tu gli hai detto: “no”, che ti eri sbagliato, non hai dato la colpa alla pista, te la sei presa tu. – Eh, vacca boia, dice Valentino, adesso mi danno la colpa anche di quelli che non fanno lo scontrino al bar o tengono i camerieri a lavorare in nero. C’è gente che è convinta che se gli italiani non pagano le tasse sia colpa mia.

Aristide dà il casco a Valentino e gli dice – A cena dopo la gara del Qatar, mancavano tre gare alla fine del mondiale e ti avevo detto che se Gibernau avesse vinto la prossima ci avrebbe ripreso. Ti ricordi cosa mi avevi risposto?

Valentino non sente bene, si è già messo i tappi nelle orecchie e sta pensando ai quindici piloti che gli partono davanti. – Aristide, adesso ti sembra il momento di fare la biografia? Non possiamo pensarci dopo? Gli risponde, ma Aristide insiste – Mi avevi detto: “Gibernau non vince la successiva, Gibernau non vince più e sai perché? Perché le vinco tutte io”. È andata esattamente così: le hai vinte tutte e tre.

La modella ha chiuso l’ombrellino, tutti si allontanano e l’ultima cosa che vede Valentino, prima di iniziare il giro di ricognizione sulla pista di Valencia, è il messo dell’Assemblea che chiude un pugno; prima di accelerare gli legge sulle labbra: “Hasta Siempre Valentino”.

Il primo

In un caffè a Torino, ieri.

– Sono contento di averti conosciuta che eri poco più di una ragazzina. Adesso sei una donna e sei bella come allora.

– Non ricordo molto dei nostri incontri.

– C’è una sola cosa che vale la pena di ricordare e sono i tuoi occhi dopo che abbiamo fatto l’amore. Eravamo nella vecchia casa di mia madre, una casa che adesso non esiste più, è stata venduta. Eri stupita. Mi ricordo i tuoi occhi. Mi hai guardato, eri stupita. Non che tu abbia condiviso qualcosa con me. Non mi avevi detto niente, ma si vedeva che ti stavi chiedendo qualcosa rispetto al passato, rispetto al fidanzato che avevi prima. Potrei sbagliarmi, ma mi sembra di ricordare avessi avuto un lungo fidanzamento prima di me. Ti sei girata da un lato e hai smesso di guardarmi, mi hai guardato per un breve momento, io ti ero sopra, poi ti sei voltata di lato.

– Poi eri venuto su a Londra, quell’estate?

– Londra era stata un disastro.

– Io ero stata un disastro.

– Quel tizio, quel tizio grosso, che stava nello studentato, il tuo amico: volevi stare con lui, non con me. Te l’avevo anche detto.

– Non mi ricordo.

– A Londra mi ero trovato a girare per la città a cercare dove dormire, a piedi, senza indicazioni, due bancomat non mi avevano preso la carta.

– Mi ricordo di averti chiesto di andartene.

– Era stato divertente entrare di nascosto nel tuo studentato, a Marble Arch. L’unica cosa che ti rimprovero è che mi avevi chiesto le sterline per smezzare la stanza.

– Poi avevi trovato da dormire?

– Sì, mi avevi anche raggiunto, non ti ricordi? Mi sembra fosse un ostello vicino a Chelsea. La moquette puzzava, era blu, una stanza con diversi letti. Il tizio nel letto sopra il mio dormiva coi calzini ai piedi. Mi ricordo i suoi calzini che spuntavano dal letto. Quando eri passata avevamo preso una birra nella sala giochi dell’ostello, c’erano il biliardo, le freccette. Il posto era pulcioso. Tu eri in imbarazzo: quando hai visto dov’ero, hai avuto la conferma che non avevi perso molto a chiedermi di andarmene.

– Ci siamo baciati con Mark, il tizio grosso, come l’hai chiamato. Aveva la stanza in fondo al corridoio del dormitorio. Ci siamo baciati il giorno prima che tornassi in Italia.

– Mi era simpatico. Con me era stato gentile, ricordo che ci eravamo parlati a colazione una volta, nella caffetteria con la vetrata su Oxford Street. Mi consigliava di fare una passeggiata nel parco. Tu eri a lezione. Quel giro a Londra, dopo che me ne ero andato, con la paura di restare senza soldi, coi bancomat che non mi prendevano la carta, senza sapere dove andare, avevo provato una paura reale. La paura di essermi perso. È stata un’avventura divertente, a ripensarci. È successa al momento giusto. Ora, con internet, non sarebbe possibile.

– Cercheresti una stanza su Trip Advisor.

– Avrei prenotato un Airbnb e non sarei venuto al tuo studentato.

– Forse sarebbe andata meglio. Ma noi come ci eravamo conosciuti?

– Avevi dimenticato un accendino, fuori dalla biblioteca, l’aula studio a fianco di Palazzo Nuovo. Io l’avevo trovato, conservato, e quando ci eravamo trovati fuori, tutti e due a fumare, te l’avevo restituito.

– Doveva ancora cominciare tutto.

– Quegli occhi che avevi, quel giorno, in quel letto, sembrava che ti stessi dicendo “allora è così”.

– È stato un inizio.

Piangere da adulti

Woody, Buzz e gli altri sono nella fornace della discarica. Scivolano verso la fiamma rossa, la fiamma brucia rifiuti. Cercano di scappare, di arrestare la caduta, di uscire dalla massa di immondizia tritata, una montagna di coriandoli, che li sommerge. La caduta è inarrestabile,  la fiamma è vicina, gigantesca. Buzz prende la mano di Bonnie, Woody afferra Rex che stava precipitando più velocemente degli altri. Tutti hanno capito, Mr e Mrs Potato si guardano, questa volta non c’è niente da tentare, possono solo darsi la mano, fare una catena e aspettare la fine. Woody è un cowboy, Buzz un soldato spaziale. Woody e Buzz hanno fatto la rivoluzione: nel 1996 Toy Story vinse l’Accademy Award come primo film interamente animato al computer. Nel 2010 Toy Story 3 è stato il primo film animato a superare il miliardo di dollari di incasso.

Deitch Projects è una galleria d’arte con la facciata bianca, a SoHo, NYC, tra Broadway e West Broadway, al 76 di Grand Street. Dal 26 luglio al 18 agosto del 2007, in programma alla Deitch Projects, c’è Nest, un’installazione di Dan Colen e Dash Snow. Luglio è un mese speciale per Dash Snow, proprio nel 2007, a luglio, è nata sua figlia: Secret. Lo stesso Dash è nato a luglio e a luglio sarebbe morto. A luglio, nel 2007, alla galleria Deitch Projects di SoHo, si apre Nest, Il Nido.

Gang Gang Dance concert, Dash Snow e Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 24, 2007, Foto: Kristy Leibowitz

Presentazione di Nest di Dan Colen e Dash Snow, galleria Deitch Projects, 76 Grand Street, 24 luglio 2007, Foto: Kristy Leibowitz

Nest (il Nido) è una stanza piena di brandelli; nota anche come The Hamster Nest (la tana del criceto) una performance che consiste nel fare a pezzi l’ambiente circostante e rotolarsi tra le macerie, per nascondersi, per divertirsi, fare delle foto: per ricordarsene.  La tecnica del Nido è: strappare tutto il materiale lacerabile che sia nella stanza, per esempio la bibbia delle camere d’albergo, usare tutte le droghe a disposizione, ubriacarsi con tutti gli alcolici a disposizione, fare sesso con tutte le persone disponibili, scattare delle foto. Dash Snow usa una macchina Polaroid.  Negli anni Dash ha fatto Il Nido diverse volte, nelle polaroid si vedono letti ricoperti di stracci di carta, nei letti ci sono Dash e i suoi amici, sono nudi, sono con delle prostitute, sono drogati, sono ubriachi, sono giovani, si stanno rivoltando e nascondendo nei rifiuti che li sommergono.

Dash incarnava ogni cosa che volevo fotografare e ogni cosa che volevo essere: irresponsabile, sconsiderato, spensierato, selvaggio e ricco.

Ryan McGinley, luglio 2009

Per l’installazione del Nido alla Deitch Projetcs, luglio 2007, alcuni volontari hanno stracciato circa duemila copie dell’elenco telefonico di New York City: ci hanno messo tre giorni, con i brandelli hanno riempito la stanza al 76 di Grand Street. All’inaugurazione gli invitati hanno partecipato al Nido, hanno bevuto, si sono tuffati e rivoltati tra i rifiuti, c’era un concerto, hanno ballato, si sono spogliati, hanno fatto delle fotografie.

Quando stavo guardando Toy Story 3, durante la scena della fornace, mi è venuto in mente il Nido di Dash Snow, le sue polaroid, le foto dell’installazione alla Deitch Projects. Non saprei dire se mi sia venuto in mente la prima volta che ho visto il film o in un delle visioni successive. Per gli adulti è diventato normale guardare i film della Pixar, ma solo i genitori sono abituati a vederli due, tre, anche quindici volte. La qualità del film della Pixar è accettata dagli adulti, anzi guardare film della Pixar, con o senza obblighi parentali, è il segno dell’essere aggiornati alla proposta estetica contemporanea, una proposta che non divide il pubblico in adulti e bambini.

Mio figlio aveva circa tre anni quando ha cominciato a interessarsi ai film. Per alcuni terribili momenti avevo temuto che il mio futuro si sarebbe popolato di pupazzi gommosi che avevano sempre fame, o altre forme aberranti prive di linguaggio. Poi un’amica mi aveva fatto presente che avrei potuto avanzare delle proposte autonome: cioè fargli vedere quello che avrei deciso io, non quello che programmava la tv. Per la mia generazione è stato normale accettare la programmazione della tv e immaginare che il nostro margine di scelta fosse cambiare canale. Liberarsi da quell’abitudine al subire il palinsesto non è stato immediato, si trattava di accettare l’innovazione tecnica per cui la maggior parte dei film non li avremmo più visti in tv ma sul computer. Il mio momento di emancipazione è stato il film Yellow Submarine, del 1968, con le animazioni e le canzoni dei Beatles, la prima proposta che ho autonomamente sottoposto al bambino di tre anni. L’esplosione dei film è stata, poco dopo, Cars, motori ruggenti. Ne avevo scaricata una copia di qualità bassa, le immagini erano buie e, per conbinazione, in inglese; a mio figlio non importava, l’abbiamo visto decine di volte, sullo schermo di un portatile 13 pollici, anche così.

Dash Snow è morto a luglio del 2009, aveva 27 anni. Nella stanza del Lafayette House hotel, East Village, NYC, c’erano due lattine di birra vuote, una bottiglia di rum vuota, 13 boccette di vetro contenti tracce di eroina e tre siringhe usate. I bisnonni di Dash Snow, John e Dominique de Menil avevano commissionato a Mark Rothko una cappella a Houston, in Texas. La cappella non confessionale di Rothko contiene quattordici quadri, tele monocrome nere, ed è posizionata vicino alla collezione di arte contemporanea della famiglia: la de Menil Collection. La collezione di arte contemporanea de Menil è di circa 17 mille opere,  è una delle più vaste e importanti collezione d’arte degli Stati Uniti. Il palazzo che ospita la de Menil Collection è stato progettato da Renzo Piano, la collezione contiene, tra gli altri, Picasso, Matisse, Warhol, Rauschenberg. A riguardare oggi le polaroid di Dash Snow viene in mente che abbia inventato Instagram: i filtri che cambiano la luce, la produzione immediata, la possibilità di condivisione. In un’intervista del 2008 alla rivista francese Purple Fashion, Dash Snow aveva detto, parlando delle sue opere, che la storia che c’è dietro può essere più importante di quello che si vede nella composizione. A ripensare oggi alle copertine del New York Post che Dash Snow aveva colorato e decorato con sperma e sangue viene da pensare al rapporto organico che ci siamo abituati ad avere con le notizie date dai mezzi di informazione. Mezzi per una fine (Means To An End) è il titolo di un’opera di Dash Snow composta da un tavolo che contiene boccette per la droga vuote, siringhe usate e tutte le altre cose che aveva trovato mettendo a posto il suo appartamento sulla Avenue C quando si era trasferito. – Quel posto era davvero incasinato, ci ho messo una settimana a ripulirlo e quello che ho trovato l’ho messo in quel tavolo. A volte, le storie dietro un’opera sono più importanti di quello che non si veda nell’opera stessa.

Means To An End, Dash Snow

Means To An End, Dash Snow

Nell’ultimo film della Pixar, Inside Out, c’è una scena molto simile alla fornace di Toy Story 3. I protagonisti sono finiti in una specie di discarica e rischiano di svanire, di venire letteralmente polverizzati dalla memoria. Devono trovare il modo di salvarsi dalla discarica dei ricordi come i giocattoli di Toy Story 3 dovevano salvarsi dalle fiamme della fornace. Per preparare l’installazione alla Deitch Projects, Dash Snow aveva chiamato quindici compagni tra artisti e amici e aveva passato una notte nella sala al 76 di Grand Street facendo il Nido: usando le droghe che avevano a disposizione, ubriacandosi, disponendo del posto e facendo tutto quello che gli venisse in mente. Una notte non si era rivelata abbastanza per completare l’opera, al gruppo si sono aggiunti altri componenti e le notti sono diventate cinque. All’inaugurazione, il 24 luglio del 2007, c’era anche la nonna di Dash Snow, Marie-Christophe de Menil. È stata sua nonna a sostenere Dash Snow economicamente dopo che Dash aveva interrotto i rapporti con il resto della famiglia, una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti.

Nel novembre del 2007 la rivista The New Yorker ha pubblicato un profilo di Jeffrey Deitch e della sua attività di gallerista, recensendo, tra l’altro, Il Nido (o Tana del Criceto)

La scorsa estate Deitch ha affidato la galleria su Grand Street ai giovani artisti Dan Coleman e Dash Snow, per una delle loro installazioni Tana del Criceto. I due hanno riempito lo spazio, fino all’altezza della cintola, con i brandelli di duemilacinquecento elenchi telefonici di Manhattan, invitato trenta o più amici per sessioni notturne di pittura sui muri e altre attività creative alimentate dalle sostanze. Se questo genere di azione rappresenti il loro provocatorio rifiuto verso il surriscaldato mercato dell’arte e l’affermazione della decadenza del capitalismo, come Deitch e altri suggeriscono, resta una domanda aperta. La mia sensazione è che il livello di auto-indulgenza di questo genere di attività, conserva gli artisti in una sorta di stato pre-adolescenziale, o anche più infantile, dove l’aspetto provocatorio fatica a emergere.

The New Yorker, novembre 2007

Dash Snow and Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 26-August 18, 2007

Dash Snow and Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 26-August 18, 2007

Per gli adulti è diventato normale guardare i film a cartoni animati della Pixar: è una cosa che si fa,  è una moda e uno standard, uno standard per registrare il livello di innovazione nei film. Nel secolo scorso c’erano le invenzioni formali di Stanley Kubrick, in questo secolo, a inventare, a proporre soluzioni nuove, a fare film pieni di idee sorprendenti e di grande successo commerciale, c’è la Pixar Animation Studios. Se il paragone sembra eccessivo uno può chiedersi quanti altri film conosca che abbiano come argomento la costruzione del sé, la neuroscienza, la pedagogia comportamentale, se esiste, e siano capaci di intrattenere un pubblico tra i 3 e i 99 anni.

Nel 2010, guardavo Toy Story 3 per la terza o quarta volta, con mio figlio, che in quel momento aveva sei anni, e quando mi è venuto in mente Dash Snow e il suo Nido non stavo pensando che ora nessuno usa più un elenco del telefono di carta e che quindi, come le polaroid in anticipo su Instagram, Dash Snow era molto avanti con i tempi e non mi stavo neanche chiedendo se i brandelli in quella stanza tra Broadway e West Broadway rappresentassero il decadimento del capitalismo o fossero una forma di ribellione infantile: stavo cercando di non piangere. Quando Buzz e Woody e tutti gli altri stavano scivolando verso le fiamme della fornace e a me è venuto in mente il Nido di Dash Snow, non provavo nessuna interpretazione perché, semplicemente, stavo cercando di non piangere. Ora mio figlio ha circa dieci anni e l’altra sera, al cinema, durante Inside Out, questo problema non me lo sono più posto. I rifiuti nella discarica, i brandelli in cui nascondersi e rivoltarsi forse rappresentano il disastro della vita da cui uno cerca di salvarsi, accettare che la tristezza sia un elemento di trasformazione è liberatorio quasi quanto il non trattenere le lacrime.

Il portone

In macchina, a fumare le sigarette.

– Te come lo sai quando ti piace una ragazza?

– Ma che domanda è, cosa vuol dire?

– Quando ti piace una ragazza; metti che ci sei uscito, non la conoscevi o la conoscevi poco. Ci esci, siete soli, fate le cose da primo appuntamento, mangiate, bevete, ridete.

– Quindi piacerti già lo sapevi che ti piaceva perché ci sei uscito.

– Sì, dico dopo, il momento dopo. Dopo che ci sei stato solo, soli tu e lei e ve la siete raccontata. Come fai a sapere se ti piace, dico al di là del fatto di volerci scopare.

– Lo sai quando la porti a casa.

– Se ti fa salire?

– Ma no, avevi detto al di là del fatto di scopare.

– E la casa che c’entra?

– Dopo che la porti a casa è il primo momento che sei di nuovo solo, dopo essere stati in due, con lei. E la cosa che fai quando sei rimasto solo è guardare dove abita, la strada, la piazza, cosa c’è intorno. I negozi, gli alberi, ma soprattutto il portone.

– Che minchia c’entra il portone?

– Il portone è fondamentale. Quando ti piace una ragazza è come se diffondesse una polvere sulle cose, quella polvere cambia le cose su cui si posa. Le cose su cui si posa diventano pure loro belle come è bella la ragazza. Il quartiere è squallido, la polvere lo fa diventare come dev’essere: giusto, che ci volevi proprio passare. Lo guardi è pensi “Quanto tempo era che non passavo in un quartiere così appropriato, dove ogni cosa sta nel suo, senza sbordare”.

– Questo è l’effetto della ragazza.

– Se la ragazza ti piace, spilla polvere, tipo Campanellino di Peter Pan. Ma per accorgetene, se ti piace, c’è un modo facile che pure una capa di minchia come te lo capisce.  Devi guardare il portone.

– E dagli col portone.

– Intanto il portone è proprio cosa sua. Il portone ha raccolto polvere come si raccoglie la polvere dietro i mobili, senza sforzo. È il portone che se l’è inghiottita ed è il portone che contiene la promessa di rivederla. Ed è li che lo capisci, se ti piace, perché, a sorpresa, il portone ti ha fatto una domanda. E se non sei uno con la testa nel culo, la domanda la senti e ti puoi dare una risposta. Ma io quel portone lo voglio rivedere?

– Ma scusa non fai prima a chiederti se vuoi rivedere lei?

– Chiedere guardando lei è troppo confuso, magari non sei sincero. Magari ti fa tenerezza, magari non vuoi che ci rimanga male, magari sei distratto che ci vuoi fare all’amore.  Col portone si può parlare a occhi diritti.

– Lo sai come si diceva una volta quando due uscivano e se ne andavano nei campi o nelle stalle a fare all’amore?

– Come si diceva, che chiavavano?

– No, quando non si poteva dire, quando due che non erano sposati non si poteva sapere che uscivano insieme. Si diceva che “si parlavano”. Quei due si parlano, si diceva.

Una bugia

Caro Direttore,

mi spiace ma devo informarla che ha pubblicato una bugia. Nel suo articolo del 10 settembre 2015 il Signor Paolo Nori ha scritto

E mercoledì 9, alla sera, andrò al conservatorio a fare, insieme a Carlo Boccadoro, la lettura integrale della Morte di Ivan Il’ič, di Lev Tolstoj, che dura più di due ore e che, l’altra volta che l’abbiam fatto, un paio di anni fa, al circolo dei lettori di Torino (io frequento tre posti, in Italia, il Festivaletteratura di Mantova, il circolo dei lettori di Torino e una libreria di Bologna che si chiama Modoinfoshop), c’eran trecento persone, a sentirci, e alla fine piangevamo tutti.

Io c’ero, Signor Direttore, quella sera al Circolo dei Lettori di Torino, in via Bogino 9, una traversa di Via Po, zona centro, e posso dirle in tutta verità che non è affatto vero che piangessimo tutti.

Io, che a quel tempo andavo al lavoro in tram, mi ero anche preparato all’incontro del Signor Paolo Nori leggendo il libro Morte di Ivan Il’ič, di Lev Tolstoj, sul tram, mentre andavo al lavoro. Ci ho messo quattro o cinque mattine a leggerlo, non è molto lungo.

Dopo la lettura del Signor Paolo Nori ho anche provato a leggerlo io a una mia amica, a casa mia, la Morte di Ivan Il’ič, di Lev Tolstoj, la parte finale, quando muore, nella speranza che la mia amica fosse toccata dal trasporto e dall’emozione della mia lettura e decidesse, con altrettanto trasporto ed emozione, di fare l’amore con me, ma non ha funzionato.

Comunque forse il Signor Paolo Nori si è confuso oppure è stato vittima di una immedesimazione ma posso assicurarle che quella sera non tutte le persone della sala piangevano. Diverse persone piangevano, ma alcune erano anche addormentate, glielo posso dire, perché dal pubblico le vedevo e mi preoccupavo per loro, perché mi sembra imbarazzante addormentarsi in pubblico, in luogo di patire una grande emozione collettiva. Non è solo il dispiacere per quello che si perdono che dispiace, è anche il timore che quelli svegli li biasimino, che mi fa stare in ansia per loro. Comunque quando il Signor Carlo Boccadoro suonava più forte il piano, quasi tutti si svegliavano, anche questo glielo posso dire per certo.

Mi rendo anche conto che forse il Signor Paolo Nori ha volutamente esagerato la dimensione della sua frase per avere  un effetto di trasporto sul pubblico, e capisco che la frase

c’eran trecento persone, a sentirci, e alla fine alcuni piangevano, tra cui me, me che leggevo, altri dormivano fino a che non venivano svegliati dal pianoforte del Signor Boccadoro, altri stavano attenti o pensavano ai fatti loro.

non faccia lo stesso effetto della più semplice e bella

alla fine piangevamo tutti.

Resta il fatto che è inesatta. Tra l’altro non si capisce bene il confine del pianto e questo glielo posso proprio dire per esperienza personale, per averlo provato io stesso. Se prendo il mio caso, per esempio, io sono sicuro di non aver sceso lacrime. È vero, questo sì, che avessi gli occhi, come si dice, umidi, ma questo umido si può dire piangere? È anche vero che l’umido non era poco e che in effetti impediva una corretta visione del resto del pubblico in sala, quindi in effetti, mi rendo conto, la mia affidabilità circa la prima tesi: “non è vero che piangessimo tutti”, risulti perlomeno ridimensionata, perché potrebbe darsi che in quel momento, umido e impegnato a non versare la lacrima, abbia perso contatto visivo con il resto della sala e non possa sapere se questa, la sala, non fosse nella mia medesima condizione di umidità oculare o di versamento lacrimale. In questo caso, devo ammettere, che l’affermazione del Signor Nori potrebbe risultare vera.

La esorto, Caro Direttore, a controllare come si deve la verità delle cose che pubblica.

Suo Affezionatissimo Lettore

La difficoltà dello stile e la fine dell’estate

Scrivere col coltello, un’appendice

La ragazza che legge un libro, al tavolo del bar, è carina e vestita con vestiti leggeri, le spalle e le gambe scoperte. È l’ultima domenica di agosto, stanno per tornare i figli e le mogli, i colleghi, la difficoltà di trovare parcheggio e gli impicci tutti. L’ultima domenica di agosto fa ancora eccezione. La ragazza ordina un’insalata, un’insalata moderna  con salmone e glassa di aceto balsamico e altre cose che provano la consapevole ricercatezza dell’insalata, felicemente immune da contaminazione di carboidrato. Non stacca di leggere neanche mangiando l’insalata.

Io bevo una birra, perché l’ultima domenica di agosto si può bere una birra anche se il pranzo è finito e l’aperitivo è lontanissimo, l’ultima domenica di agosto è un’ eccezione. Si può anche parlare con ragazze sconosciute che leggono libri sedute al tavolo accanto al tuo.

– Io quel libro lì lo conosco, ma ho avuto un problema a leggerlo.

Se già è difficile leggere e insieme mangiare l’insalata, specie se si tratta di un’insalata sofisticata con pesce e noci e glasse di aceto balsamico, leggere e mangiare e rispondere è proprio impossibile. Però se posa il libro c’è lo spazio per continuare.

– Il problema che ho avuto a leggerlo è che ho incontrato una frase così utile che ancora adesso mi serve. Mi capitano delle cose o vedo succedere delle cose e quella frase me le spiega. Si applica a spiegare delle cose che non avrei mai detto. Probabilmente delle cose che altrimenti non avrei capito. È un fenomeno che a volte succede coi libri. Resti così sorpreso da una frase che non riesci  più ad andare avanti. Ti sembra di dover usare quella frase nella tua vita. Che usarla nella tua vita sia più importante che andare avanti a leggere il libro. Già un’altra volta mi era capitato, anche se, devo riconoscere, in circostanze speciali. Ero scosso perché la mia ragazza mi aveva lasciato. Tentavo di recuperare un po’ di stima per me stesso leggendo dei libroni che non avevo mai letto, di notte, nel tentativo di non pensare a lei. A volte funzionava perché erano dei tali libroni che mi facevano prendere sonno. Ma il più delle volte mi tenevano sveglio e mi incastravo in delle frasi difficili e l’unica cosa di cui mi accorgevo è che di quelle frasi non me ne importava niente e volevo solo che la mia ragazza, che non era più mia, ritornasse con me e che lasciasse quell’altro per cui mi aveva lasciato. Una di quelle notti in cui non prendevo sonno per niente, cercavo di darmi delle arie leggendo l’Ulisse di Joyce, come se leggere l’Ulisse di Joyce mi potesse fare compagnia, come se l’aria da intellettuale che mi dava leggere l’Ulisse di Joyce potesse fare a metà di quella solitudine. Lo leggevo nel letto e ormai era notte chiara, mi era proprio passata l’idea che mi sarei addormentato e mentre lo leggo, saranno state poche pagine dall’inizio, trovo la parola Metempsicosi. Era una parola che già avevo sentito, ma in quel momento non avrei saputo dire, di preciso, per cosa stesse la metempsicosi. Però mi ero accorto che non ne potevo più di stare a letto a leggere Joyce e allora ero uscito, ero andato fino a casa della mia ragazza, che non era più la mia ragazza, avevo cercato nei paraggi la macchina del suo nuovo fidanzato, e sapevo che macchina fosse perché era anche un mio amico il suo nuovo fidanzato, e poi avevo parcheggiato. Pensavo di lasciarle un biglietto davanti alla porta di casa e nei fatti le ho lasciato un biglietto davanti alla porta di casa, molto presto di mattina, e me ne sono andato. Da allora non ho mai più letto una riga dell’Ulisse di Joyce, che per me finisce con la parola Metempsicosi.

– Che frase è?

Che bello stare al tavolo di un bar a parlare di libri, con ragazze vestite leggere, l’ultima domenica di agosto, a bere senza peso una birra di pomeriggio.

– Che frase?

– La frase di questo libro.

– È una frase verso pagina 50, direi; tu l’hai già letta perché dal segno mi sembri almeno a pagina 150.  Dice: “I ricchi odiano i poveri”. È una frase che quando l’ho letta ho smesso di leggere il Viaggio al termine della notte di Céline. Ancora non ho smesso di pensarci. Mi sembra utile per capire tante cose, quella frase.

– Sì, l’ho letta; ce ne sono tante altre dopo.

Quando arriva settembre finiscono le eccezioni.  Nel 1959 la radio-televisione francese aveva mandato Louis Pauwels e André Brissaud a intervistare Louis-Ferdinand Céline, a casa sua. Gli chiedono

Quali sono gli scrittori che sono più vicini a voi e quali invece agli antipodi?

e Céline risponde

– Mi interessano solo gli scrittori che hanno  uno stile; se non hanno uno stile, non mi interessano. Ed è raro, uno stile, caro mio, è raro. Ma le storie, ne è piena la strada: tutto è pieno di storie, pieni i commissariati, pieni i tribunali, piena la vostra vita. Tutto il mondo ha una storia, mille storie.

Vogliono un nome, gli chiedono ancora

– Parlate di stile. Ma non c’è uno scrittore…

e Céline li interrompe per dire

–  È raro uno stile. Uno stile? Ah! Sì certo. Ce ne sono uno, due, tre per generazione. Ci sono migliaia di scrittori, ma sono dei alla maniera di … borbottano nelle loro frasi, ripetono quello che qualcun altro ha già detto. Si scelgono una storia, una buona storia, e poi la raccontano. Questo non è per nulla interessante. Ho smesso di essere uno scrittore, nevvero, per diventare un cronista? Allora io metto la mia esperienza sul tavolo, perché, non dimentichiamolo, c’è la grande ispiratrice: la morte. Se non mettete la vostra esperienza sul tavolo, non avete nulla. Uno deve pagare! Quello che è fatto gratuitamente non conta nulla, vale meno del nulla. Allora, avete scrittori gratuiti.  E quello che è gratuito, puzza di gratuito. Al giorno d’oggi, voi avete solo scrittori gratuiti. Che cosa ci mostrano? Sono gratuiti.

Céline era un medico, chissà se gli è capitato di asportare appendiciti, nella sua carriera di medico. Al tavolo di quel bar era arrivato il fidanzato della ragazza che leggeva Viaggio al termine della notte. Questa è un’appendice di Scrivere col coltello, che avrebbe dovuto finire a luglio, ma quando arriva settembre vien malinconia dell’inizio dell’estate.

La situazione del calcio greco

C’è una Grecia che sa l’inglese, prepara mojito da 12€ l’uno, vista mare. Ci si arriva in aereo, poi traghetto. Somiglia a tanti altri posti, dove si arriva in aereo, si parla in inglese, si beve mojito, vista mare.

– Che limpido questo mare, che fresco questo mojito.

–Twelwe, please.

– Thanks.

– You’re welcome.

Dormiamo nella guest house di un benzinaio, e “guest house” sono le uniche parole in inglese della zona, a parte le nostre. Ci arriviamo tardi, verso l’una di notte, in macchina: non abbiamo il navigatore e neanche il 3G sul telefono. Cerchiamo di accordarci sulla colazione, il benzinaio-oste parla greco: gli chiediamo in inglese e ci risponde in greco, risoluto.

– Pensavamo la colazione fosse inclusa.

– Va bene.

Arriva sua sorella o sua moglie.

– No, non è inclusa, costa 5€.

Anche lei in greco.

– Ok, la prendiamo, per quattro.

– Anzi, no sono 10€, a testa.

Sempre in greco.

– Non importa, lascia perdere la colazione, buona notte.

La stanza è dipinta di verde spento, infissi di alluminio, mobili sgraziati e ingombranti, la scrivania disegnata per essere inservibile: c’è una sbarra di metallo sotto il piano di legno che impedisce alle ginocchia di stendersi; le finestre danno su terrazzino lungo neanche un metro, impossibile sistemarci una sedia.

Usciamo al mattino, facciamo colazione con yogurt e gli avanzi di frutta del giorno prima. Stiamo fuori tutto il giorno, arriviamo alla punta del Mani e torniamo, sulla strada del ritorno le uniche luci vicino al benzinaio-guest house sono quelle di una taverna. Vediamo se hanno qualcosa da bere. C’è un terrazzo con degli ulivi nelle aiuole, elevato su un piccolo parcheggio, dentro il locale una cucina a vista  e qualche tavolo. Ci sistemiamo fuori, sul terrazzo: ordiniamo ouzo e acqua fresca. Il taverniere parla greco. Gli diciamo in inglese e lui risponde in greco, gentile. Ci sistemiamo fuori e giochiamo a carte, siamo uno dei due tavoli occupati, nell’altro c’è il taverniere, un paio di uomini, un paio di donne, tutti sui sessant’anni. Probabilmente abitano nella casa di fianco o sul retro. Giocando a carte facciamo chiasso. Il taverniere fuma diverse sigarette e sembra infastidito dal rumore. La luce è pochissima. A mezzanotte ci dice che deve chiudere, finiamo l’ouzo e gli chiediamo a che ora apra domani.

– Alle otto.
Ci capiamo a gesti.

Passata la seconda notte alla guest house, al mattino, ritiro il bucato che ho faticosamente steso sul minuscolo terrazzino: passare tra l’apertura delle finestre, lo scalino che dà sulla camera e lo stendino, che ho chiesto al benzinaio indicando quello sul balcone del vicino, è difficile. Paghiamo e andiamo via, andiamo alla taverna a fare colazione. Ci sediamo allo stesso tavolo della sera prima, ordiniamo caffè greco doppio senza zucchero, per due, un caffè frappé con poco zucchero, un latte con cioccolato e impariamo come si dice “zucchero” in greco. Chiediamo di mangiare qualcosa. Il taverniere è imbarazzato, è un uomo grosso, con la barba e i capelli grigi, ha una maglia bianca con lo stemma della Puma e una stella blu a cinque punte dentro un cerchio, è imbarazzato, non sa cosa darci. Entra nel locale, si consulta con le donne, torna e ci propone – Omelette?  Benissimo, omelette e pane per tutti. Finita la prima ne ordiniamo una seconda, sì, andava bene, siamo italiani, veniamo da Torino, Juventus, Torino FC; si indica la stella blu a cinque punte sulla maglia bianca

– Ατρόμητος!

Fa segno di aspettare, entra nel locale e esce con un calendario in mano. È il calendario degli ultras dell’Ατρόμητος Αθηνών, ci sono foto di tifosi tra i fumogeni e scontri con la polizia, una per ogni mese. Lascia il calendario sul nostro tavolo e lui si siede al suo, accende una sigaretta: è uno di loro, ci ha fatto capire. Sulla porta della locanda c’è un adesivo dell’Ατρόμητος. Nelle foto del calendario, ci sono tifosi con il passamontagna e con la kefiah,  scritte contro le telecamere della FIFA e contro i poliziotti. I tifosi sono quasi tutti vestiti di scuro: jeans e felpe nere. Da qui allo stadio dell’Atromitos, novemila posti a sedere, a Peristeri, nella periferia industriale a nord-ovest di Atene, ci sono circa tre ore e mezzo di macchina, duecento settanta chilometri. Dopo il derby Panathinaikos – Olympiakos del 24 febbraio 2015 il primo ministro greco Alexis Tsipras aveva sospeso a tempo indefinito il campionato di calcio. Il ministro dello sport Stavros Kontonis aveva messo in dubbio la possibilità di giocare la stagione 2016 se la Federazione non avesse introdotto nuove misure di controllo e selezione del pubblico. Il campionato è ripreso dal turno successivo, il 4 marzo, per un paio di giornate senza spettatori negli stadi. Il 12 marzo la partita dei quarti di finale di coppa di Grecia tra AEK Atene e Olympiakos è stata sospesa per il lancio di un razzo in campo, all’88° minuto, aveva segnato l’Olympiakos. Nella stagione 2014-2015 l’Atromitos è arrivato quinto nella stagione regolare e terzo nei play off, che nella Souper Ligka Ellada, il campionato di serie A greco, si giocano tra la seconda e la quinta classificata. Con 13 gol l’italiano Stefano Napoleoni – romano, classe ’86 – è stato il bomber della squadra. L’Atromitos non ha mai vinto niente, nessun campionato, nessuna coppa. Nel 2011 ha giocato la finale di coppa di Grecia contro l’AEK Atene, ha perso tre a zero. Su Ebay si può acquistare il dvd della partita, in copertina c’è la foto dell’invasione di campo dei tifosi. Essendo arrivato terzo in campionato l’Atromitos giocherà la prossima Europa League.

Finiamo il giro del Mani a Githion, la notte dormiamo a Skala. Il giorno dopo ci separiamo, Francesca e Simone continuano con la Nissan Micra rossa per l’ultimo dito verticale del Peloponesso. Io e Milo, mio figlio di dieci anni, tagliamo dall’interno, con la Hyundai i20 bianca, verso la costa, che poi risaliremo fino a Corinto e da lì a Patrasso, dove a ferragosto prederemo la nave per Ancona. Lungo quella costa troveremo molti adesivi dell’Olymipakos, attaccati ai registratori di cassa e sul retro delle automobili. Da Skala a Sampatiki c’è circa un’ora e mezzo di macchina, sono settantacinque chilometri, si sale e si scende per le montagna, si passa per Kosmas e Leonidio. A un ragazzo di dieci, quasi undici anni, difficilmente interessa il paesaggio. Più facilmente gli interessa leggere o giocare con dei videogiochi. Quando i miei genitori mi portavano in viaggio in macchina anche io facevo lo stesso, senza i videogiochi. Da Skala verso la montagna si comincia a salire dolcemente, si attraversano distese di ulivi. Ai due lati della strada: ulivi a destra e a sinistra, piantati nella terra rossastra che mi ricorda la Sardegna. Milo chiede quanto dura il viaggio e poi comincia a leggere. Sta leggendo l’Almanacco del calcio 2015, edizioni Panini. Gli piacciono le statistiche, rilegge i risultati delle partite, ogni tanto ne commenta qualcuno a voce alta, con sorpresa. Da dietro una collina, tra gli ulivi a destra e a sinistra, spunta un palo alto con dei riflettori in cima. Per attrarre l’attenzione di Milo gli dico – Guarda, uno stadio! La strada si assesta in piano, a sinistra ulivi, a destra un campo recintato con quattro gruppi di riflettori, alti sui loro pali, ai quattro angoli: non è uno stadio, non ci sono tribune né spalti, nessun posto a sedere. È un campo da calcio, ci sono le porte con le reti bianche e l’erba tagliata di fresco che brilla al sole. Lo superiamo, io e Milo ci guardiamo.

– Proviamo a entrare?

Tucidide non lo odiavo particolarmente, ma lo odiavo particolarmente il lunedì mattina. Il lunedì mattina era il giorno in cui la professoressa Mastrota aveva deciso di fissare la traduzione dal greco. Le prime due ore di ogni lunedì mattina, per tutto l’anno. Tucidide non lo odiavo più di Plutarco, Lisia, Senofonte, Pausania e tutti gli altri addetti a quel supplizio chiamato versione, ma il lunedì era il giorno dell’esercizio dell’odio. Tucidide aveva deciso di dedicare gli anni di esilio da Atene mettendo a posto i suoi appunti sulla guerra. Gli era venuta l’idea di scrivere una cosa che aveva visto, con la massima esattezza possibile, raccogliere documenti e testimonianze e mettere insieme una storia. Tucidide era stato sulle navi ateniesi, le aveva comandate da stratega, da stratega aveva perso ed era stato condannato all’esilio. Era ricco, aveva delle miniere d’oro da sfruttare, aveva pensato che quella tra Atene e Sparta sarebbe stata la guerra delle guerre e quindi si era messo a scriverla: aveva il tempo, aveva i soldi, aveva i suoi appunti e faceva le sue ricerche, ha scritto La guerra del Peloponneso. Erodoto aveva cominciato a usare questa parola: storia, che allora voleva dire fare ricerca, e “storia” continua a essere usata oggi con il doppio significato di racconto attinente a fatti realmente accaduti, elaborato con precisione e metodo, e di racconto inventato, versione immaginaria di fatti mai accaduti.

Intorno non c’è nessuno, c’è il recinto alto cinque metri, di rete colorata di giallo e rosso. C’è un casotto basso, probabilmente gli spogliatoi, sopra sventolano due bandiere, quella greca, blu e bianca, e una gialla con uno stemma rosso e la scritta

ΗΦΑΙΣΤΟΣ

in rosso.

– Non so se riusciamo a entrare.

Da vicino l’erba appena tagliata è ancora più bella.

– Ma ti arrestano se entriamo?

– No, non mi arrestano, ma vediamo se ci riusciamo a entrare.

La porta del recinto, di rete metallica, è vicino al casotto basso con le bandiere, c’è un chiavistello, infilo la mano tra i passanti della rete e lo sblocco: è aperta. Siamo dentro, prendiamo un pallone dalla macchina, ci mettiamo le scarpe da ginnastica, entriamo, ci togliamo le magliette le buttiamo sull’erba e cominciamo a correre tirandoci il pallone. Milo si mette al centro dell’aerea, io gli faccio i cross dall’ala. Ogni tanto passa una macchina sullo sfondo degli ulivi, dietro la porta, oltre il recinto. Proviamo le punizioni, poi una sfida ai rigori, cinque a testa, diciamo a voce alta il nome del giocatore che tira e del portiere che cercherà di parare. Tira Bastian Schweinsteiger, para Iker Casilas; tira Matteo Darmian, para Gigi Buffon e via così, con la cronaca a voce alta dell’esito del tiro. Quando finiamo i cinque rigori siamo pari e andiamo a oltranza, poi stabiliamo una rivincita e ricominciamo. Ogni tanto passa un camion. Vedo un aereo militare, non fa nessun rumore, attraversa il cielo e ci supera. Mi giro per indicarlo a Milo e arriva il rumore, tutto insieme, forte. Milo è sorpreso, il rumore ha rotto l’intimità del nostro prato verde. Mi chiede

– C’è una guerra?

– No.

– Sei sicuro?

– Sono sicuro.

Arriva un secondo aereo, il secondo rombo non è un’intrusione, è la conferma della realtà del primo.

– Papà, sei proprio sicuro che non c’è una guerra?

– No, non che io sappia.

la taverna il recinto le bandiere il campo

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