Qual è il rimorso inconfessabile? Quello che torna a ricordarti che non sei come vorresti; quello che, magari – chissà -, ti canta la ninna nanna sul letto di morte.
Non ho mai restituito la copia che avevo preso in prestito di The Memoirs of Barry Lyndon, Esq. di William Makepeace Thackeray dalla biblioteca del mio liceo. Non che me ne sia mai dimenticato ma l’altra sera, che guardavo Barry Lyndon di Stanley Kubrick, per la prima volta dopo anni, l’ho ripreso in mano.
Che film Barry Lyndon di Stanley Kubrick. Per quanta antipatia uno possa avere per la voce fuori campo voglio vederti a resistere alla storia di Barry Lyndon come la racconta Stanley Kubrick. Ché poi uno poi comincia a vederli o rivederli tutti i film di Stanley Kubrick e finisce col dirsi «ma perché non ne ha fatti di più?».
Quello su Napoleone, per esempio, chissà che rimpianto: il più grande film mai (non) fatto, come dice il Librone della Taschen.
Alexandre Dumas (padre) scrive che nel 1793 Napoleone, fresco generale d’artiglieria nell’esercito di Nizza, divenne amico di Robespierre (Augustin detto Bombon, il fratello minore del Robespierre più noto). L’amico Bombon volevo portarlo con sé a Parigi ma Napoleone rifiutò. Dice Dumas
non era ancora venuto per lui il tempo di prendere partito.
Inoltre, un altro motivo forse lo tratteneva: anche questa volta era il caso che proteggeva il genio? Se così era il caso, resosi visibile, aveva assunto la forma di una giovane e graziosa rappresentante del popolo, che prendeva parte, presso l’esercito di Nizza, alla missione del marito. Bonaparte aveva per lei un affetto serio che manifestava con dimostrazioni di una galanteria tutta militare. Un giorno che passeggiava con lei nei dintorni del Colle di Tenda, gli venne l’idea di offrire alla sua bella compagna lo spettacolo di una piccola battaglia, e ordinò un attacco d’avamposti. Una dozzina di uomini furono le vittime di quel divertimento; e più di una volta, a Sant’Elena, Napoleone confessò poi che quei dodici uomini, uccisi senza un reale motivo e per pura fantasia, erano per lui un rimorso più grande della morte di quei seicentomila soldati lasciati nelle steppe nevose della Russia.
Ecco il rimorso da letto-di-morte di Napoleone Bonaparte, già Imperatore di Francia: una scaramuccia, dalle parti della provincia di Cuneo, per rendersi un tantino più alto allo sguardo d’una bella maritata.
Il mio – chissà, forse – sarà quello che è capitato un sabato mattina, quando sotto le finestre del piano terreno dove trovavo ristoro dalla poco disciplinata condotta universitaria d’allora, arriva l’arrotino. «Donne! È arrivato l’arrotino!» Parla di coltelli da affilare, sedie da riparare, oggetti vecchi da ritirare. Usa un altoparlante montato sul tetto della macchina, una Fiat Tipo. Io scendo dal letto, apro le imposte, lo guardo torvo e gli faccio il gesto con la mano.
Di solito sono una persona gentile, in macchina mi fermo con largo anticipo per far passare i pedoni. Ma quella volta ho aperto le imposte, ho guardato l’arrotino e gli ho fatto il gesto con la mano a dire: «vattene, levati da qui».
Lui non mi ha risposto come quegli automobilisti che quando ti fermi per far passare i pedoni comodamente si irritano e ci tengono a fartelo sapere con dovizia di particolari suonando il clacson ispirati da incerto senso del ritmo.
Ha fatto «sì» con la testa, ha guardato suo figlio e gli ha detto di salire in macchina, mi ha fatto un cenno per indicare «mi scusi» ed è partito.
Il figlio sulle prime non l’avevo notato, ma dopo mi sono immedesimato in lui. E poi nel padre, e poi in quell’essere scacciato – così, per strada, davanti alla prole -, e quindi mi sono visto da fuori ed è allora che ho pensato: «Ma guarda che stronzo».


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