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L’arte è aggiustare

Nel salone grande della casa dei miei genitori, una stanza che prendeva luce da tre finestre, c’era il giradischi e vicino al giradischi, un Kenwood nero alto più o meno come il monolito di 2001 Odissea dello spazio, c’erano i vinili.
Tra i vinili c’era questo con la foto del culo di un tipo e le strisce bianche e rosse orizzontali di una grande bandiera USA sullo sfondo. Io me lo rigiravo tra le mani e mi chiedevo «chissà com’è che i miei hanno questo disco che sembra una rivendicazione dell’orgoglio americano», che qui – di solito – è tutta “una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.
«Parla della guerra in Vietnam», mi diceva mia madre.

C’erano delle canzoni che, anche se non sapevo cosa volevano dire tutte le parole, mi sembrava di capirle e mi sforzavo di impararle a memoria mentre ascoltavo il disco in quella stanza che prendeva luce da tre finestre.

Hey little girl is your daddy home
Did he go away and leave you all alone
I got a bad desire

e quell’altra

Well, we made a promise we swore we’d always remember
No retreat, baby, no surrender

e quell’altra ancora

We told each other that we were the wildest
The wildest things we’d ever seen
Now I wished you would have told me
I wished I could have talked to you

Poi succedono cose, per esempio dei traslochi, almeno tre, forse di più, e ancora c’è il monolito di 2001 Odissea nello spazio griffato Kenwood; anche se il suo braccio meccanico ogni tanto s’incapriccia e s’incanta e ora sta assiso in una stanza che prende luce da una finestra sola. Però ho dipinto le pareti di giallo ed è da non credere quanto diventa luminosa quando ci entra il sole.



Dopo tutti questi traslochi, a pensarci bene non c’è niente che, per me, sia l’idea degli Stati Uniti come Bruce Springsteen a New Orleans, dopo l’uragano, che fa We Shall Overcome. Quando suona ballate delle irlandesi che parlano della Bibbia, delle passeggiate dei personaggi di John Steinbeck

Men walkin’ ‘long the railroad tracks
Goin’ someplace there’s no goin’ back

o del lavoro a Youngstown.

Well my daddy worked the furnaces
Kept ‘em hotter than hell

Mi sembra che non si sia mai fermato da quando il ritornello era: “Working on the highway”. Chi l’ha incontrato dice che se glielo chiedi ti risponde:

All artists are repairers: make some movies, paint a picture, write a book, write a song – it’s repairing work.

[Di recente l'hanno incontrato Irene ed Emiliano.
La foto è di Jessica Hines, della serie Southern Stories.]

 

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