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Scrivere col coltello, venerdì 27 novembre da Cenerentola Prêt à Manger

Da Cenerentola Prêt à Manger il menu di venerdì 27 novembre è segreto, ma di sicuro si mangia e si beve. Mentre si mangia e si beve, cercando di non disturbare, leggo qualche pagina di scrittori abili nell’incredibile arte dello scrivere col coltello: John McPhee, Emmanuel Carrère, Kurt Vonnegut, tenuti insieme da un racconto mio.

Scrivere col coltello - letture a cena - Oscar Carenzi©

Scrivere col coltello – letture a cena – disegno di Oscar Carenzi

Si prenota a questo numero 3491825534 (valgono anche sms e Whatsapp), Cenerentola Prêt à Manger è in Corso Casale 104 aTorino.

La difficoltà dello stile e la fine dell’estate

Scrivere col coltello, un’appendice

La ragazza che legge un libro, al tavolo del bar, è carina e vestita con vestiti leggeri, le spalle e le gambe scoperte. È l’ultima domenica di agosto, stanno per tornare i figli e le mogli, i colleghi, la difficoltà di trovare parcheggio e gli impicci tutti. L’ultima domenica di agosto fa ancora eccezione. La ragazza ordina un’insalata, un’insalata moderna  con salmone e glassa di aceto balsamico e altre cose che provano la consapevole ricercatezza dell’insalata, felicemente immune da contaminazione di carboidrato. Non stacca di leggere neanche mangiando l’insalata.

Io bevo una birra, perché l’ultima domenica di agosto si può bere una birra anche se il pranzo è finito e l’aperitivo è lontanissimo, l’ultima domenica di agosto è un’ eccezione. Si può anche parlare con ragazze sconosciute che leggono libri sedute al tavolo accanto al tuo.

– Io quel libro lì lo conosco, ma ho avuto un problema a leggerlo.

Se già è difficile leggere e insieme mangiare l’insalata, specie se si tratta di un’insalata sofisticata con pesce e noci e glasse di aceto balsamico, leggere e mangiare e rispondere è proprio impossibile. Però se posa il libro c’è lo spazio per continuare.

– Il problema che ho avuto a leggerlo è che ho incontrato una frase così utile che ancora adesso mi serve. Mi capitano delle cose o vedo succedere delle cose e quella frase me le spiega. Si applica a spiegare delle cose che non avrei mai detto. Probabilmente delle cose che altrimenti non avrei capito. È un fenomeno che a volte succede coi libri. Resti così sorpreso da una frase che non riesci  più ad andare avanti. Ti sembra di dover usare quella frase nella tua vita. Che usarla nella tua vita sia più importante che andare avanti a leggere il libro. Già un’altra volta mi era capitato, anche se, devo riconoscere, in circostanze speciali. Ero scosso perché la mia ragazza mi aveva lasciato. Tentavo di recuperare un po’ di stima per me stesso leggendo dei libroni che non avevo mai letto, di notte, nel tentativo di non pensare a lei. A volte funzionava perché erano dei tali libroni che mi facevano prendere sonno. Ma il più delle volte mi tenevano sveglio e mi incastravo in delle frasi difficili e l’unica cosa di cui mi accorgevo è che di quelle frasi non me ne importava niente e volevo solo che la mia ragazza, che non era più mia, ritornasse con me e che lasciasse quell’altro per cui mi aveva lasciato. Una di quelle notti in cui non prendevo sonno per niente, cercavo di darmi delle arie leggendo l’Ulisse di Joyce, come se leggere l’Ulisse di Joyce mi potesse fare compagnia, come se l’aria da intellettuale che mi dava leggere l’Ulisse di Joyce potesse fare a metà di quella solitudine. Lo leggevo nel letto e ormai era notte chiara, mi era proprio passata l’idea che mi sarei addormentato e mentre lo leggo, saranno state poche pagine dall’inizio, trovo la parola Metempsicosi. Era una parola che già avevo sentito, ma in quel momento non avrei saputo dire, di preciso, per cosa stesse la metempsicosi. Però mi ero accorto che non ne potevo più di stare a letto a leggere Joyce e allora ero uscito, ero andato fino a casa della mia ragazza, che non era più la mia ragazza, avevo cercato nei paraggi la macchina del suo nuovo fidanzato, e sapevo che macchina fosse perché era anche un mio amico il suo nuovo fidanzato, e poi avevo parcheggiato. Pensavo di lasciarle un biglietto davanti alla porta di casa e nei fatti le ho lasciato un biglietto davanti alla porta di casa, molto presto di mattina, e me ne sono andato. Da allora non ho mai più letto una riga dell’Ulisse di Joyce, che per me finisce con la parola Metempsicosi.

– Che frase è?

Che bello stare al tavolo di un bar a parlare di libri, con ragazze vestite leggere, l’ultima domenica di agosto, a bere senza peso una birra di pomeriggio.

– Che frase?

– La frase di questo libro.

– È una frase verso pagina 50, direi; tu l’hai già letta perché dal segno mi sembri almeno a pagina 150.  Dice: “I ricchi odiano i poveri”. È una frase che quando l’ho letta ho smesso di leggere il Viaggio al termine della notte di Céline. Ancora non ho smesso di pensarci. Mi sembra utile per capire tante cose, quella frase.

– Sì, l’ho letta; ce ne sono tante altre dopo.

Quando arriva settembre finiscono le eccezioni.  Nel 1959 la radio-televisione francese aveva mandato Louis Pauwels e André Brissaud a intervistare Louis-Ferdinand Céline, a casa sua. Gli chiedono

Quali sono gli scrittori che sono più vicini a voi e quali invece agli antipodi?

e Céline risponde

– Mi interessano solo gli scrittori che hanno  uno stile; se non hanno uno stile, non mi interessano. Ed è raro, uno stile, caro mio, è raro. Ma le storie, ne è piena la strada: tutto è pieno di storie, pieni i commissariati, pieni i tribunali, piena la vostra vita. Tutto il mondo ha una storia, mille storie.

Vogliono un nome, gli chiedono ancora

– Parlate di stile. Ma non c’è uno scrittore…

e Céline li interrompe per dire

–  È raro uno stile. Uno stile? Ah! Sì certo. Ce ne sono uno, due, tre per generazione. Ci sono migliaia di scrittori, ma sono dei alla maniera di … borbottano nelle loro frasi, ripetono quello che qualcun altro ha già detto. Si scelgono una storia, una buona storia, e poi la raccontano. Questo non è per nulla interessante. Ho smesso di essere uno scrittore, nevvero, per diventare un cronista? Allora io metto la mia esperienza sul tavolo, perché, non dimentichiamolo, c’è la grande ispiratrice: la morte. Se non mettete la vostra esperienza sul tavolo, non avete nulla. Uno deve pagare! Quello che è fatto gratuitamente non conta nulla, vale meno del nulla. Allora, avete scrittori gratuiti.  E quello che è gratuito, puzza di gratuito. Al giorno d’oggi, voi avete solo scrittori gratuiti. Che cosa ci mostrano? Sono gratuiti.

Céline era un medico, chissà se gli è capitato di asportare appendiciti, nella sua carriera di medico. Al tavolo di quel bar era arrivato il fidanzato della ragazza che leggeva Viaggio al termine della notte. Questa è un’appendice di Scrivere col coltello, che avrebbe dovuto finire a luglio, ma quando arriva settembre vien malinconia dell’inizio dell’estate.

Scrivere col coltello (#6) e rimettere a posto i pezzi del mondo

Una canzone dei Criminal Jokers si intitola Quando arriva la bomba e per una – o più – ragioni produce in me un effetto terapico. Ci sono dei pezzi di testo, nei libri e nelle canzoni che senza che sia chiara la ragione per cui ciò accada mi ricordo per anni; pure se siano frasi irrilevanti. Douglas Coupland ha scritto un romanzo che si intitola Generazione X e per diversi anni molti giornalisti hanno usato questo titolo per riferirsi al tratto anagrafico che viene raccontato nel libro. Io di quel quel libro ricordo pochissimo, sono in tre, fanno un viaggio in macchina, una di loro si sdraia sul cofano della vettura in un pomeriggio di sole. Ma soprattutto mi ricordo questo: uno dei personaggi vuole bere un bicchiere d’acqua, nella sua casa in California. Apre il rubinetto e lascia scorrere l’acqua, prima di raccoglierla nel bicchiere; lascia scorrere l’acqua per evitare il sapore metallico che ha l’acqua del rubinetto appena si apra il getto. A casa mia anche io bevo l’acqua del rubinetto, anche io la lascio scorrere, ma non per evitare il sapore metallico, la lascio scorrere perché sia più fresca. L’acqua del mio rubinetto, non importa se la lasci scorrere o meno, non ha mai sapore metallico. Quando sono stato a New York, negli Stati Uniti, in una casa a Washington Heights, nord di Manhattan, stavo guardando fuori dalla finestra e vedevo uno dei ragazzi che per pochi soldi divide la spazzatura del condominio. Negli Stati Uniti, nella città di New York, esiste un tipo di occupazione del genere: dividere la spazzatura dei condomini, così loro – i condomini – non devono preoccuparsi di differenziare i rifiuti: possono buttare tutto insieme. Nel mio condominio, a Torino, ciascuno divide la sua spazzatura ma uno degli inquilini, a pagamento, porta fuori i bidoni, il giorno giusto, perché siano ritirati dal camion della raccolta rifiuti. Mentre guardavo fuori dalla finestra e vedevo il ragazzo frugare tra i bidoni stavo facendo scorrere dell’acqua dal rubinetto. L’ho raccolta in un bicchiere e quando l’ho bevuta mi sono accorto che aveva un sapore metallico. Un pezzo di mondo era andato a posto.

Una mattina in cui ero triste e mi accorgevo che una tristezza ancora maggiore stava per venirmi incontro, mi è tornata in mente quella frase della canzone dei Criminal Jokers

e quando arriva la bomba, ti scoppia dentro la faccia

Ero triste per via di un amore non più corrisposto e sapevo che quella tristezza era solo l’inizio; nel tempo si prende familiarità con le proprie sensazioni e si fa il gioco d’anticipare, indovinandoli, i propri stati dell’animo. Il sapere in anticipo d’una nuova e duratura sofferenza non è di consolazione, ma darle una forma sì, è una specie di consolazione, una consolazione del tipo della confidenza; dare una forma è dare un nome. Quella sofferenza lì, che stava per arrivare, era una bomba che ti scoppia dentro la faccia. Più che una bomba, poi, quella sofferenza si è rivelata come un taglio da coltello. Il taglio di un coltello non bene affilato, un coltello inadatto a quel genere di taglio, leggermente seghettato, un coltello a cui si richieda uno sforzo superiore alle sue possibilità di incisione e che, quindi, per portare avanti la sua opera si veda costretto più a strappare che a tagliare. Il taglio era avvenuto all’inizio dello sterno, dove si trova il diaframma, il cuscino misterioso che determina il ritmo del respiro. L’effetto del taglio che, propriamente – vista la difficoltà nel procedere del coltello – potremmo dire lacerazione, è stato il mozzarsi della colonna del respiro. Il respiro fa nel corpo un giro ovale simile al circuito di gara automobilistica di Indianapolis.

Indianapolis

L’Indianapolis Motor Speedway è stato costruito nel 1909

Il respiro fa un ovale dall’osso sacro al naso e ritorno. Se tutto funziona è un ciclo, dalla partenza all’arrivo e via di nuovo. Ma se uno ha subito un taglio, una lacerazione, all’altezza del diaframma, il ciclo è interrotto, la colonna d’aria spezzata. Ci sarà una sessione di respiro tra testa e diaframma e un’altra, sotto, tra diaframma e osso sacro. Purtroppo le due ellissi non si incontreranno in un unico giro di pista. Gli effetti di questa disgiunzione respiratoria  sono certamente nefasti e ciascuno può facilmente farne il calcolo. Il respiro della testa non tocca più il respiro del ventre, stanno a girare ciascuno intorno a un proprio asse. Quando però si sappia che le fratture del tuo cuore sono le fratture dell’universo, si capisce dell’urgenza di rimettere le cose a posto.

Lo scrittore Kurt Vonnegut ha raccontato all’Università Syracuse di New York, l’8 maggio del 1994,  una cosa che gli disse un suo professore.

– Cosa fanno gli artisti; mi chiese. – Io farfugliai qualcosa. – Fanno due cose, disse lui. – Primo riconoscono che non possono rimettere in sesto l’intero universo. Secondo fanno sì che almeno una piccola parte sia esattamente come dovrebbe essere. Un mucchietto di argilla, un rettangolo di tela un pezzetto di carta o quello che sia.

Mettere a posto i tagli da coltello è mettere a posto l’universo.

(ci sono cinque puntate precedenti, forse questa era l’ultima)

Per scrivere serve un coltello (#5) o almeno uno stile

Prima dell’invenzione della matita al posto delle matite si usava lo stile: una piccola asta fatta di osso, oppure di metallo.

Il libro di Haruki Murakami L’arte di correre mi sta piacendo così tanto che sto deliberatamente tirando lungo il momento di finirlo. Prima di finirlo ho cominciato a rileggerlo. Lo sto sottolineando parecchio questo libro.

Ci son dei partiti a riguardo, lo so, sono come ci sono partiti sul mettere le foto dei propri bambini su Facebook: chi sottolinea i libri, chi no.  Ma chi no è proprio NO. Un no vicino al no vocativo, esortazione: né io, né tu. Come per le foto dei propri figli su Facebook il partito del no è una vocazione, un NO che è stare dalla parte del giusto.

Io a sottolineare i libri so di avere il permesso del mio amico Marco, di Carpi. Che in realtà non viveva a Carpi, viveva a Novi di Modena, ma si è trasferito a Carpi per amore, come dice lui. Il mio amico Marco racconta spesso un fatto di quando si è trasferito a Carpi per amore, per amore di Caterina. Quando si è trasferito a Carpi ancora non sottolineava i libri e Caterina gli ha detto – Non sottolinei i libri? Prova che secondo me ti trovi bene. E da allora lui sottolinea i libri. Con le matite.

Nel libro di Murakami L’arte di correre ho sottolineato il passaggio in cui dice che scrivere è come mangiare il pesce palla: il punto più buono è vicino a dove c’è il veleno. Siccome è un periodo, il mio amico Marco di Carpi dice sempre è un periodo, che sto studiando la relazione tra lo scrivere e i coltelli, quel passaggio di Murakami sullo scrivere che è come maneggiare il veleno del pesce palla l’ho messo nella serie scrivere col coltello.

Lo stile, oltre a essere la matita prima della matita, è anche un pugnale, un pugnale corto e appuntito, non tozzo come la daga, non sottile come lo stiletto. Giusto, come lo stile.

Del libro di Murakami L’arte di correre ho sottolineato tanti altri passaggi, con la matita. Ne ho sottolineati talmente tanti che a un certo punto mi sono stupito del numero di risposte che trovavano tante mie domande in quel libro. E quindi ho fatto una cosa di cui un po’ mi vergogno.

Ecco, io non credo nell’astrologia, non credo neanche nella cartomanzia, anche se una volta, a una cena, la nonna di una mia amica mi lesse la mano a mia insaputa e indovinò un parto gemellare nel ramo femminile della mia famiglia e la  cosa, pur senza cambiare la mia convinzione circa la cartomanzia, mi colpì.

Tra l’altro mi viene in mente che Marco ha messo una foto di Guido, appena nato, su Facebook. Mi viene anche in mente che non ho mai detto a Caterina e Marco, che il terzo nome di mio figlio è Guido. Anche a me è capitato di mettere delle foto di mio figlio su Facebook.

Comunque sono andato a cercare la data di nascita di Murakami, me ne vergogno un po’ ma l’ho fatto. Erano troppi gli aggettivi che combaciavano con la descrizione di quel segno zodiacale e mi era venuta la curiosità di verificare. Non che questo cambi la mia posizione sull’astrologia o spieghi la quantità di passi de L’arte di correre sottolineati da me ma Murakami è nato il 12 gennaio. È del segno del capricorno.

Io sono del 10, anche io sono del capricorno e ho speranza nell’ordine. E infatti  con un po’ di sconforto interiore che ho letto questa frase di Tom Stoppard:

dal momento che non possiamo avere speranza nell’ordine almeno ritiriamoci dal caos con stile.

Tom Stoppard è un drammaturgo inglese, che scrive in un inglese bellissimo anche se non è inglese. Si è trasferito nell’inglese per amore.

La parola inglese withdraw, ritirarsi, scappare, fuggire – che è quella nell’originale frase di Stoppard – a me fa sempre venire in mente il disegno, perché contiene il sostantivo draw, disegno. Quindi, in modo fantasioso, c’è una parte del mio cervello che legge la frase originale: Since we cannot hope for order, let us withdraw with style from the chaos: lasciateci uscire con un disegno dal disordine. Disegnare il disordine, per lasciarselo alle  spalle, somiglia all’atto di sottolineare le frasi di un libro: al tentativo di trovare un ordine, usando la matita.

La frase di Stoppard è una frase che si può leggere come la sua posizione circa la scrittura – Non possiamo mettere in ordine, almeno fuggiamo con stile dalla confusione.

Dal momento che non credo nell’astrologia non so se la mia fiducia nel mettere ordine tra le cose sia dovuta al mio essere del capricorno o meno, ma scappare con stile dalla confusione mi sembra una prospettiva accettabile. Da sottolineare con una matita, come una volta si faceva con lo stile, che è anche un pugnale. Per riuscire a scappare dal disordine bisogna avere uno stile in mano.

Da quando esiste Facebook, che ci siano le foto nei nostri figli o no, ho imparato che ogni giorno c’è qualcuno che compie gli anni, prima non ne ero così sicuro, e domani 3 luglio, è il compleanno di Tom Stoppard, che compie 78 anni. È del segno del cancro: emotivi, brillanti, refrattari all’ordine.

Per scrivere devi avere un coltello (#4) e usarlo per tagliare il pesce palla

Coltelli dappertutto.

Da quando mi è venuto in mente quell’allenatore di tennis che diceva che per vincere devi pugnalare il tuo avversario alla gola quando è girato di spalle, e mi era venuto in mente a proposito di quel professore che a un corso di drammaturgia diceva che per scrivere devi avere un coltello puntato alla gola, mi vengono incontro dei coltelli.

Per esempio mi sono ricordato di quello di Lady Macbeth, che dice una cosa simile a quello che dice Franco Califano, e del dubbio di Emmanuel Carrère che si chiede se scrivere per lui equivalga a uccidere qualcuno.

L’altro giorno Murakami, nel libro L’arte di correre, capitolo 5°, p. 86 dell’edizione Einaudi:

Fondamentalmente, concordo con l’affermazione che scrivere è un’attività malsana. Quando decidiamo di scrivere un libro, cioè di creare una storia dal nulla servendoci di parole e frasi, necessariamente estraiamo e portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano. Lo scrittore se lo trova di fronte e, pur sapendo di correre un pericolo, deve maneggiarlo con abilità. Perché senza l’intervento di quell’elemento tossico, un atto creativo dal significato autentico non è possibile – scusate l’esempio terra-terra, ma è un po’ come quando si dice che la parte più buona del pesce palla è quella più vicina al veleno. Quindi, comunque la si rigiri, non si può dire che la scrittura sia un’attività sana.

Coltelli dappertutto. Coltelli per vincere e per scrivere. Essere un coltello per usarlo e usarlo per uccidere qualcuno, pur di non perdere. E ora coltelli per tagliare il pesce, dalla parte del veleno.

Devi essere un immigrato

È fondamentale ricordare che Stoppard è un immigrato. Un regista che ha messo in scena diverse sue commedie mi ha detto l’altro giorno – Devi essere uno straniero per scrivere in inglese con quella rapita vivacità.

Kenneth Tyan, profilo di Tom Stoppard sul New Yorker del 1977.

Per scrivere devi avere un coltello #2

Quando Franco Califano dice: e provai a sbagliare per sentirmi errore, è come quando Lady Macbeth dice che per colpire devi essere tu stesso il coltello?

Per scrivere devi avere un coltello

Ho letto di un professore che a un corso universitario di scrittura drammaturgica diceva che per scrivere devi avere un coltello puntato alla gola. Il sentir parlare di coltelli mi fa venire in mente quando Andy Murray vinse Wimbledon. Fu un fatto notevole.

Wimbledon è un torneo di tennis che si gioca sull’erba, vicino a Londra. Per alcune ragioni il tennis è usato spesso come una metafora, un’analogia, per dire di altre cose della vita degli uomini.

Può darsi che il tennis sia usato spesso come metafora perché i giocatori di tennis si trovano completamente da soli a dover affrontare numerose variabili: l’avversario, le regole, l’arbitro, il pubblico, il terreno, la luce, le palline e devono comunque attraversare tutte quelle difficoltà per riuscire a vincere. La cosa principale di una vittoria è che non hai perso. Vincere è non morire.

Ti giochi la vita, solo davanti a gente che mangia panini al formaggio, diceva John McEnroe.

Ci sono giocatori fortissimi che sembravano incapaci di vincere le partite importanti. Uno di questi è stato Andre Agassi. Vinceva tornei minori, gli esperti di tennis  e i suoi colleghi capivano quanto fosse forte, con uno stile personale e potenzialmente rivoluzionario, ma non vinceva i tornei importanti. Moriva in finale.

Per alcune ragioni il tennis è usato come metafora della vita, per alcuni ragioni Wimbledon conta più di altri tornei. Ci devono essere delle spiegazioni storiche, economiche e sociali per cui Wimbledon è di più degli altri tornei. A me piace pensare che sia per via dell’erba. Se anche non siete mai stati a Wimbledon, ma almeno una volta siete entrati in uno stadio di calcio, credo che abbiate un’idea di cosa voglia dire.

L’erba è una superficie complessa e costosa da mantenere. Il rimbalzo della palla sull’erba è veloce e mai del tutto prevedibile; l’erba si deteriora in fretta e inesorabilmente. L’erba va piantata e coltivata, è soggetta ad agenti atmosferici e stagionali in modo rilevante. L’erba è viva. Un’estensione continua di erba, per esempio un campo da calcio o un campo da tennis, è bellissima da vedere. La prima volta che entrai in uno stadio mi ricordo ancora adesso quel sentimento di contemplazione: tanta erba, della stessa lunghezza, disposta in modo ordinato, è bella da vedere.

John McEnroe diceva di Andre Agassi di non aver mai giocato contro nessun che colpisse la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata. Nel 1992 Agassi lo batte in semifinale, a Wimbledon, e il 5 luglio vince il suo primo torneo importante.

– Non devi cercare di fare di ogni palla una palla vincente. Aveva detto Brad Gilbert, il suo allenatore, ad Andre Agassi, prima di diventare il suo allenatore e di insegnargli a vincere in maniera sistematica.

Erano 76 anni che un britannico non vinceva a Wimbledon quando ci riesce Andy Murray, scozzese di Glasgow, il 7 luglio del 2013 battendo Novak Đoković in finale.

Da circa un anno l’allenatore di Andy Murray era Ivan Lendl. Lendl è un ex giocatore, quando giocava vinceva molto e aveva insegnato a Murray come si vince. – Per vincere, gli aveva insegnato, devi essere disposto a tagliare la gola al tuo avversario, quando è girato di spalle.

Questo è quello che mi è venuto in mente quando ho letto di quel professore che a un corso universitario di scrittura drammaturgica aveva detto che per scrivere devi avere un coltello puntato alla gola. Non per fare del tennis una metafora di qualcosa ma a me sembra che funzioni anche: per scrivere devi essere disposto a pugnalare il tuo avversario, quando è voltato di spalle.

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