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CategoryCose che fanno felici

Gus Van Sant a Torino

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“Mi dicono che Gus dovrebbe arrivare a momenti”
Io immagino attese di ore, quando sento un presentatore dire così.
Ma quelli del Piccolo Cinema, i fratelli De Serio, mi hanno offerto due bicchieri di vino e pop corn, cosa ti vuoi lamentare?
Li hanno offerti a tutti quelli che sono venuti fino in via Cavagnolo 7, Falchera, Torino.
Hanno combinato la proiezione fuori, così ci si sta tutti, “Abbiamo messo dei plaid sulle sedie se avete freddo. Per favore non portateveli a casa i plaid, non portatevi a casa neanche le sedie, siamo stati in Circoscrizione a prenderle stamattina: 175 sedie e dobbiamo riportagliele tutte”.
Arriva il taxi.
Gus Van Sant è incredulo, ha la faccia di “dove mi avete portato?”, che è la stessa faccia che ha fatto la mia fidanzata, che si è trasferita a Torino di recente e a Falchera non c’è mai stata.
Se vi interessa questo genere di consigli può darsi che Falchera sia un buon posto dove investire, dal punto di vista immobiliare. Costa poco e si rivaluterà, intanto adesso Gus Van Sant è lì a rispondere a domande strambe e commoventi, a portare pazienza per tutto e a stupirsi di duecento ragazzi che si ritrovano all’aperto per vedere un VHS di un suo film del 1997.
“Matt Damon e Ben Allfeck si scrivevano i ruoli perché nessuno li scritturava, guardali adesso: Jason Bourne e Batman”, Gus Van Sant parla di Tim il papà di Ben Affleck che è stata l’ispirazione per Will Hunting – Genio ribelle e di William Borroughs, cui il film è dedicato, che aveva recitato per lui in Drugstore Cowboy.
Parla dei suoi inizi e di come approvi il metodo del Laboratorio del Piccolo Cinema, apprendimento orizzontale, tra pari, e non cattedratico.
Altre domande strambe dal pubblico: “perché Elephant si chiama Elephant?”. Gus Van Sant è rilassato, se non a suo agio, racconta di come fosse impossibile fare un film che si intitolasse “Columbine”, mentre era possibile fare un film che si intitolasse “Elephant” e raccontasse dell’omicidio di dodici studenti e un professore nel liceo di Columbine in Colorado. Dice di intreccio tra cronaca e finzione: della drammaturgia dei fatti reali attraverso cui raccontare l’elefante nella stanza che tutti vedono e di cui nessuno parla.
Mi piacerebbe chiedergli: ma come ti è venuto in mente di rifare Alfred Hitchcock, girare ultimi giorni di Kurt Cobain o dell’adolescente omicida, e il romanzo di Tom Robbins, con che coraggio? come hai fatto a scoprire Matt Damon, Una Thurman, Ben Affleck, Matt Dillon, River Phoenix, Keanu Reeves e avere voglia di essere qui, a Falchera, periferia di Torino, a parlarne.
“Non pensate di essere in periferia – dice – siete semplicemente da qualche parte”.

Un numero in più nel destino

– Oh, senti: Automobili di Dalla & Roversi: esce nel 1976. C’è l’anniversario quest’anno, dobbiamo scriverne qualcosa.
– Se pensi che io sia così vecchio da ricordarmi l’impatto, quando uscì eccetera, no: ho ricordi infantili. Siccome parlava di macchine pubblicarono i testi sul Corriere dei Ragazzi a cui mio fratello era abbonato.
– Data di uscita?
– Ah, pensavo sapessi già tutto, visto che ne vuoi parlare. Ora guardo su Google. Tu, sta’ pure comodo.
– Il disco ha una storia divertente; fecero uno spettacolo per la Rai Il futuro dell’automobile e altre storie. Andò bene e Dalla volle fare il disco, con una selezione delle canzoni. Roversi le voleva tutte e da lì rompono.
Poi Nuvolari è la migliore canzone Metal in italiano!
– No, non mettermi in queste robe da neocritici hipster che poi si finisce che Cristina D’Avena era punk e Il Guardiano Del Faro se la giocava con i Kraftwerk. Una canzone con le BabaYaga a fare shubidubida non è MAI metal. Guarda invece cosa ti mando, grazie ai miei potenti addentellati:

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– Bellissima!!!

– Non ringraziarmi (no, non ringraziarmi commosso e confuso e pieno di imbarazzo nel non sapere come sdebitarti) (non farlo, ti dico)

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– Automobili è un album capitale o no? Dalla e Roversi lì si separano, l’ultima volta che poesia e canzone pop sono andate d’accordo, dopo Dalla scoprirà di essere capace di scrivere canzoni che solo lui (“Siamo noi, siamo in tanti”).
– Inizio a pensare che capitali lo siano tutti. Ieri ero con le Storie Tese davanti a degli scaffali di vinili della Mondadori Duomo. E mentre guardavamo da vecchi infoiati, a me è capitato in mano Tales of Topographic Oceans degli Yes. E onestamente, quel disco era inascoltabile anche per chi come me non ha preclusioni nei confronti del prog. E lui: “Eh, però aveva una ragione d’essere”. “Non so quale”, “Può essere, ma se ti impegni, una la trovi. Quello che esce oggi, non ce l’ha”.
Credo avesse ragione. Il 90% di ciò che è stato partorito dall’industria musicale negli anni 70 e 80, per quanto difficilmente difendibile all’epoca e confezionato da veri magliari (Eagles, Supertramp, il beatificatissimo Giorgio Moroder) era a suo modo una proposta artistica. Oggi è quasi sempre il momento in cui qualcuno che non ama nemmeno particolarmente la musica afferma la propria esistenza. Comunque no, “l’ultima volta che poesia e canzone pop sono andate d’accordo” non te la passo. Panella e Battisti hanno fatto cose fantastiche negli anni 90. E anche Bianconi non ha scherzato niente, prima di rendersi conto che la gente lo seguiva sul serio.
– Hai presente il testo di Nuvolari, va be’ che non sarà metal, va be’ che non sarà stata l’ultima volta che poesia e canzone pop siano andate insieme ma il testo di Nuvolari, voglio dire:

Gli uccelli nell’aria perdono l’ali
quando passa Nuvolari!
Quando corre Nuvolari mette paura…
perché il motore è feroce
mentre taglia ruggendo la pianura

– Non sembra una cosa che potrebbe aver scritto anche DeGregori? Il capitano non tiene mai paura…
– Però poi

Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro
batte Varzi e Campari,
Borzacchini e Fagioli
Brilliperi
e Ascari..

– Questi cognomi mi facevano impazzire. Non ne ho mai beccato uno nella vita reale, tranne Fagioli. Avrei dato venti euro per conoscere un Brilli-Peri. O una Brilli-Peri.
– La differenza con De Gregori è il pericolo. Il pericolo è sempre lì in queste canzoni di Dalla & Roversi. Il pericolo di non essere una canzone capibile, una storia raccontabile. Con De Gregori sai da che parte stare, bellissima eh, ma vedi De Gregori che racconta il Capitano e lo fa benissimo. Dalla è sulla macchina con Nuvolari, è la macchina di Nuvolari, non sai se si schianta o no.
– Interessante. Ok. Comunque quella fase lì della musica italiana, gli arrangiamenti in vaghissimo odore di jazz usatissimi anche da altri cantautori, che strani che erano. Evidentemente c’era tutta una generazione di musicisti che attingeva da lì. Ci sono pochissime rispondenze nella musica angloamericanaimperiale di quel periodo. Tranne, volendo tirarla per i capelli, quei proggers che erano approdati al jazz (King Crimson di Islands).
– Canzoni improbabili, ma ti pare una canzone d’amore Due ragazzi?

– Sto pensando che quel tipo di sensibilità musicale sembrerebbe più rivolgersi agli ascoltatori di Area e Perigeo, che non alle radio. Anche se poi, i cori delle BabaYaga erano una specie di must, che ribilanciavano tutto verso Sanremo.
– Vado verso Sanremo anche io. Ti manca quell’improbabilità? Secondo me Dalla è stato uno improbabile sempre, anche nei successi degli anni dopo.
– Non condivido del tutto, perché secondo me andava a strappi, ogni tanto faceva esattamente quello che ci si aspettava (che poi era spesso roba egregia). Però è una bella definizione, sicuramente il suo tasso di improbabilità è altissimo all’interno dello stretto novero di quelli che hanno avuto un successo immenso. Ho sempre pensato che il boom di Dalla descriva in modo impeccabile il passaggio tra i 70 e gli 80. Ma tu che vuoi saperne, teenager.
– Ehi! Io sono del ’79, l’anno di Banana Repulic di Dalla – De Gregori, l’anno in cui fu inventato il tour negli stadi dei cantati italiani. Quella sì fu una cosa epocale. E assurda, con gli spettatori lontanissimi, la cover di Paolo Conte, Ron che fa gli arrangiamenti, la band che sarebbe diventata gli Stadio (vincitori quest’anno di Sanremo), Dalla e De Gregori che guidano senza cintura, in un paese del sud, scambiandosi una bottiglia di vino, a canna. Come fanno i marinai.
– Non so quando sia entrata in vigore. Credo che tutti guidassero senza cintura.

(io e Paolo Madeddu)

I miei articoli preferiti del 2015 sul New Yorker

Off Diamond Head, To be thirteen, with a surfboard, in Hawaii.

BY personal History JUNE 1, 2015 ISSUE

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Teach Yourself Italian, For a writer, a foreign language is a new kind of adventure.

BY Personal History, DECEMBER 7, 2015 ISSUE

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Omission, Choosing what to leave out.

BY The Writing Life, SEPTEMBER 14, 2015 ISSUE

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Copertina dell’anno: The Endless Summer

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Libri del 2015

Gennaio

Da piccolo, un’estate, venni affidato a uno zio poliomelitico; uscivamo poco leggevamo molto, tra gli altri un libro dove il protagonista viene trasformato in uno scarafaggio (un coleottero, più precisamente). La metamorfosi può essere un libro per bambini? Kafka quando lo leggeva ai suoi amici rideva di continuo, quindi perché no. (che Kafka ridesse l’ho sentito dire su RadioTre, Chi ha ucciso Gregorio Samsapodcast).

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My First Kafka, Matthue Roth, Rohan Daniel Eason, One Peace Books

Febbraio

È brava, fa ridere, è sincera, tratta di cose che ti aspetti in modo che non ti aspetti (articolo lungo su La verità, vi spiego, sull’amore).

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Enrica Tesio, La verità, vi spiego, sull’amore, Mondadori

Marzo

Fantascienza cupa, solitaria e vegetale: ho chiesto all’autore se c’entrasse Pinocchio, mi ha detto di non dargli del bugiardo (articolo lungo su Annientamento).

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Jeff Vandermeer, Annientamento, Einaudi

Aprile

25 aprile 2015 a Casseta Pop, abbiamo letto e ballato le prime 30 pagine de La paga del sabato di Beppe Fenoglio, uno dei più bei romanzi italiani. (È sempre sabato sera quando non si lavora, uno spettacolo da La paga del sabato di Beppe Fenoglio).

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Beppe Fenoglio, La paga del sabato, Einaudi

Maggio

Più che un libro di memorie è un trattato di scrittura: si scrive quello di cui non si deve parlare; per scrivere, forse,  bisogna uccidere qualcuno.

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Emmanuel Carrère, La vita come un romanzo russo, Einaudi

Giugno

Libro che mi ha fatto controllare di che segno fosse Murakami, che è capricorno, come me. Mi sono spiegato così l’alto tasso di immedesimazione. Ma forse vale anche per i sagittari, i gemelli e così via.

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Haruki Murakami, L’arte di correre, Einaudi

Luglio

Divertente, scorrevole, piacevole. Almeno per un maschio, bianco, etero.

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John Niven, Maschio bianco etero, Einaudi

Agosto

Molto più appassionante dei libri di Game of Thrones, che da qui copiano diverse cose, quelle che funzionano. Libro bellissimo, naturalmente da leggere in vacanza in Grecia.

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Tucidide, La guerra del Peloponneso, Garzanti

Agosto, appendice

La parte più bella del Peloponnesso è il Mani, qui attraversato a piedi da Patrick Leigh Fermor negli anni ’50.

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Patrick Leigh Fermor, Mani, Adelphi

Per chi non fosse mai stato nel Mani: è più o meno così, una luna col mare.

Settembre

Il più bravo dell’anno.

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Bret Anthony Johnston, Ricordami così, Einaudi

Ottobre

Quest’anno Stephen Curry ha battuto LeBron James (perdere ancora, perdere meglio) e i Golden State hanno fatto il record di partite vinte di seguito all’inizio della stagione (24). È anche l’anno in cui è morto René Girard che ci ha insegnato l’amore mimetico. Tom Wolfe mette insieme basket e mimetismo sociale in un college americano.

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Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons, Mondadori

Novembre

Compendio di storia del design nella parte centrale, romanzo nei primi capitoli, bellissima, utile e usabile la visione di cosa sia progettare.

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Enzo Mari, 25 modi per piantare un chiodo, Mondadori

Dicembre

Io sono del ’79, l’anno in cui Madre Teresa vinceva il Nobel per la pace, lo stesso anno del tour di Banana Repubblic di Dalla e De Gregori. Nel ’79 Cristopher Lasch pubblica un libro che comincia così

La società borghese sembra aver esaurito dovunque il suo patrimonio di idee costruttive, perdendo sia la capacità sia la volontà di affrontare le difficoltà che minacciano di sopraffarla. La crisi politica del capitalismo riflette la crisi generale della cultura occidentale, che si manifesta  in una diffusa sensazione di incapacità a comprendere il corso della storia o a gestirlo secondo una linea razionale. […] La negazione del passato, in apparenza ottimistica e progressista, rivela – a un esame più approfondito –  la disperazione di una società incapace di affrontare il futuro.

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Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani

Fine dell’anno

Un libro che ho iniziato e non ho finito si chiama Creativity: Flow and the Psychology of Discovery and Invention di Mihaly Csikszentmihalyi è un libro molto bello. L’autore ha inventato il concetto di flusso (flow) per descrivere cosa succede a livello neurologico in una mente impegnata in un’attività creativa. Capodanno di qualche anno fa un’amica aveva suggerito di leggere Guerra e Pace, di carta, nel caso ti trovassi senza rete internet. Vale anche con Anna Karenina, dentro ci si può trovare una perfetta definizione del concetto di “flusso”:

Passarono ancora una falciata, poi un’altra. Passavano falciate lunghe, corte, con l’erba buona, con l’erba cattiva. Lévin aveva perso ogni nozione del tempo e non sapeva assolutamente se ora era tardi o presto. Nel suo lavoro cominciò adesso un mutamento che gli procurava un piacere immenso. Nel mezzo del suo lavoro aveva dei momenti durante i quali dimenticava quel che faceva, il lavoro gli diventava facile, e in quei medesimi momenti la sua falciata riusciva uniforme e bella quasi nello stesso modo come  Tilt. Ma appena si ricordava di quel che faceva, e cercava di far meglio, immediatamente sperimentava tutta la pesantezza del lavoro, e la falciata riusciva cattiva.

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Lev Tolstoj, Anna Karenina, Einaudi

Scrivere col coltello, venerdì 27 novembre da Cenerentola Prêt à Manger

Da Cenerentola Prêt à Manger il menu di venerdì 27 novembre è segreto, ma di sicuro si mangia e si beve. Mentre si mangia e si beve, cercando di non disturbare, leggo qualche pagina di scrittori abili nell’incredibile arte dello scrivere col coltello: John McPhee, Emmanuel Carrère, Kurt Vonnegut, tenuti insieme da un racconto mio.

Scrivere col coltello - letture a cena - Oscar Carenzi©

Scrivere col coltello – letture a cena – disegno di Oscar Carenzi

Si prenota a questo numero 3491825534 (valgono anche sms e Whatsapp), Cenerentola Prêt à Manger è in Corso Casale 104 aTorino.

30 anni di Calvin & Hobbes

Alta letteratura

A Novembre (2015) è uscito il film dei Peanuts, tratto dai personaggi delle strisce di Charles Schulz: le strisce che, secondo Umberto Eco, sono al livello dei classici greci, meglio di Salinger, vera poesia. A me i Peanuts piacciono, non ho nulla contro i Peanuts, semplicemente, sulla stessa rivista in cui uscivano i fumetti di Charlie Brown e Snoopy, prima di leggere i Peanuts, andavo a cercare le strisce di Calvin & Hobbes di Bill Watterson.

Il mondo secondo Calvin

Trent’anni fa, oggi, usciva la prima vignetta di Calvin & Hobbes. Non ci sarà nessun film di Calvin & Hobbes, come non c’è nessuna tazza o maglietta: nessun gadget ufficiale, perché Bill Watterson, che per dieci anni ha scritto e disegnato un bambino biondo e la sua tigre, non ha ceduto i diritti per fare merchandising dei suoi personaggi. Calvin & Hobbes iniziano il 18 novembre del 1985 e finiscono il 31 dicembre del 1995.

Il mondo come volontà e rappresentazione è un libro di uno scrittore tedesco: Arthur Schopenhauer; è un libro lungo e complicato, con un inizio bellissimo e comprensibile: “Il mondo è una mia rappresentazione”. Uno potrebbe smettere di leggerlo dopo la prima frase, posare il libro e pensarci su. Calvin è un bambino biondo che abita nel nord degli Stati Uniti e ha una tigre che gli risponde e gli tira le palle di neve; Calvin guida un’astronave, spesso la guida in classe, durante le lezioni a scuola. Calvin riceve messaggi dagli alieni e sfida i dinosauri. Così va il mondo per Calvin.

La tigre di Calvin si chiama Hobbes, se nella vignetta ci sono degli adulti Hobbes è un pupazzo di pezza a forma di tigre, se nell’inquadratura ci sono Calvin e la tigre, Hobbes parla, tenta di aggredire Calvin, lo abbraccia da dietro quando la slitta prende velocità. Thomas Hobbes è uno scrittore inglese, si è occupato di politica, geometria, natura dell’uomo. Una frase famosa di Hobbes è “gli uomini sono lupi per gli altri uomini”. La condizione spontanea dell’uomo è la lotta e il tentativo di sopraffazione reciproca. Il mondo è un posto inospitale e per sopravvivere dobbiamo lottare. Calvin tenta di non fare il bagno, di non mangiare niente che sia verde, di non cedere il posto sull’altalena. Nella sua lotta contro il resto del mondo: gli adulti, i genitori e la maestra, i compagni di classe, le ragazze, le sue risorse sono immaginative, il suo compagno è una tigre che per tutti gli altri è un pupazzo.

Secondo lo psicanalista infantile Donald Winnicott per essere dei genitori sufficientemente buoni bisogna lasciare che il proprio bambino si arrabbi e si deve evitare di pretendere che il proprio bambino sia sempre obbediente. Calvin ha avuto dei genitori sufficientemente buoni, che gli hanno permesso di sviluppare la sua personalità, in prospettiva di diventare un uomo che lotta con altri uomini per affermare la propria rappresentazione del mondo.

La meraviglia e la conoscenzacalvin-and-hobbes

Quando ci succede qualcosa facciamo un’ esperienza, quando raggruppiamo esperienze simili sotto una regola, abbiamo trovato una causa. Se i Peanuts di Schulz sono letteratura, e certamente lo sono, Calvin & Hobbes di Watterson mi ricordano la filosofia, il tentativo di trovare le regole. I bambini, fin da piccolissimi, imparano così: fanno qualcosa (prassi), provano a stabilire una regola che valga per le esperienze simili (teoria).

– Bill Watterson, perché non ha voluto fare merchandising di Calvin & Hobbes?

– Non aveva senso commercializzare dei prodotti basati su Calvin & Hobbes, se l’avessi fatto avrei tradito lo spirito della mia storia e la dignità dei fumetti come forma d’arte. Le mie storie funzionano così, non in un altro modo, non su una tazza o su una maglietta.

– Perché il primo gennaio del 1996 ha smesso di pubblicare le storie di Calvin & Hobbes?

– Perché avevo detto quello che avevo da dire.

Per Aristotele la filosofia è la conoscenza delle cause. Quando a qualcuno succeda qualcosa quella è un’esperienza, quando qualcuno provi a trovare la regola, la causa che valga per esperienze simili quella è conoscenza. Nel suo libro più famoso, La metafisica, Aristotele dice che l’origine di ogni conoscenza, per l’uomo, è il sentimento di meraviglia. Se non ci stupiamo, non siamo spinti a conoscere. Quando qualcosa ci sorprende è allora che nasce in noi il desiderio di conoscere e conoscere è conoscere le cause. Per i bambini conoscere è una condizione normale, è il loro modo di relazionarsi al mondo. Gli adulti possono decidere di smettere di imparare, di accontentarsi di quello che sanno. Mi ricordo una frase di Bill Watterson

– Se nell’ultimo riquadro di una striscia di Calvin & Hobbes non sono sorpreso di quello che succede, se non mi meraviglio io stesso, ricomincio da capo. Se non sono sorpreso non mi fa ridere e se non fa ridere me allora non farà ridere nessuno.

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes è del 28 ottobre 1992. Calvin è a scuola e inizia l’intervallo. Dopo aver fatto merenda si butta dallo scivolo, si arrampica ed è felice di stare da solo; nella striscia successiva fa uno scherzo a Siusi, la sua amica, (“sei una mangiacaccole”) che di conseguenza lo picchia, come è normale tra loro. Poi c’è la mia striscia preferita.

Nella mia striscia preferita Calvin è ancora nel cortile della scuola, durante l’intervallo. Sente la campanella suonare, ma continua a dondolarsi sull’altalena. Siusi gli passa davanti, sta rientrando in classe, dice a Calvin

– Non hai sentito la campanella? L’intervallo è finito, è ora di rientrare.

Calvin si dondola e le risponde

– Non sono ancora pronto. Mi ci vuole più di un intervallo per mettermi in stato di sottomissione.

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Hasta Siempre Valentino

1.

Partire dall’ultima fila

Atene, Acropoli, 500 a.C. circa

Marc Marquez, Casey Stoner, Jorge Lorenzo, Max Biaggi e circa seimila cittadini sono seduti nell’Assemblea della città di Atene. Prende la parola Max Biaggi.

– Amici, cittadini, Ateniesi, voglio complimentarmi con il nostro concittadino Dani Pedrosa per aver brillantemente vinto la gara di domenica. E ricordiamo che non si è trattato di una domenica qualunque, abbiamo tutti dovuto svegliarci alle 8, e meno male che almeno era la domenica dell’ora legale! Comunque Bravo Dani e quanto al resto: di quello di cui è bene tacere è meglio tacere!

È il turno di Casey Stoner.

– Amici, cittadini, Ateniesi, di certo Valentino è un uomo d’onore, anche se sappiamo che un numero di tifosi come il suo può rappresentare un pericolo per la stabilità della democrazia. Dobbiamo pensare al futuro senza Valentino. Amici, cittadini, ateniesi, di certo Valentino è un uomo d’onore, anche se sappiamo che qualunque altro corridore al suo posto sarebbe condannato a morte certa.

Poi tocca a Jorge Lorenzo, che prende la parola al centro dell’Assemblea.

– Amici Ateniesi, io credo che con il suo comportamento Valentino sia un esempio di corruzione presso i giovani e che le sue vittorie siano empie: un atto di superbia contro il dio. Ci vuole misura nel vincere e Valentino non ha misura. Dovrebbe essere messo nelle condizioni di non nuocere contro se stesso, contro i giovani della nostra città e contro il dio.

Per ultimo parla Marc Marquez.

– Amici, cittadini, Ateniesi, appassionati di sport, di velocità e di vita. Io credo che mi abbia dato un calcio.

Poi votano. Si vota scrivendo un nome su un pezzo di coccio. Il papiro costa, la terracotta è più economica. Se quel nome avrà la maggioranza dei cocci dell’Assemblea, sarà punito. È la legge di Atene, chi tradisce viene allontanato, ma viene anche allontanato chi metta a rischio la città. Dieci anni di esilio: si chiama ostracismo. Dieci anni di esilio a quei cittadini troppo ricchi, troppo famosi, troppo influenti che mettono a rischio la democrazia: potrebbero diventare dei tiranni, portare il popolo dalla loro parte, distruggere le istituzioni e la città.

Il nome che scrivono sul coccio è #46. L’assemblea vota l’ostracismo. La città che Valentino Rossi ha contribuito a rendere grande fa le prove della vita dopo di lui, lo esilia: lo condanna a partire dall’ultima fila.

2.

La mitologia di Valentino Rossi

Atene, Acropoli, stanze nel retro dell’Assemblea

Valentino Rossi è nella cella di isolamento con il suo amico Aristide, attende il verdetto dell’Assemblea.

Aristide gli fa compagnia, è vecchio e saggio, lo chiamano Il giusto, dice a Valentino – Guardandovi correre domenica ho pensato che non ci sarà salvezza per la città se non quando getteremo nell’abisso il cadavere tuo e quello di Marquez. Valentino non parla, sta seduto e guarda fuori.

Arriva il messo con la sentenza, entra e dice – Valentino ti reco la parola dell’Assemblea. Ma prima una cosa. C’è stato un tempo in cui la domenica non si guardavano le partite di calcio in tv. Prima dell’era di Sky. In quel tempo la domenica dopo il pranzo dalla nonna c’era una sola cosa da guardare: il Gran Premio delle moto, che si corre alle 14. Perfetto per la digestione. Noi, in Piemonte, si comincia a mangiare alle 12,35. Mia nonna la domenica, cucina da circa 45 anni le stesse cose: ravioli del plin, con il ragù suo, cotoletta impanata e patate fritte, a fiammifero; paste, se c’è una festa, se no gelato e caffè. Abbiamo guardato ogni tuo Gran Premio digerendo il ragù della nonna, che non è leggerissimo, ti dico. E anche ora che usanze barbare pongono il campionato di calcio alle 12,30 guardiamo comunque i tuoi Gran Premi.

Valentino gli dice – Sei gentile, dopo Uccio ti regala un cappellino giallo, però ora mi dici che hanno deciso?

– Dovrai partire dall’ultima fila, a Valencia. Questa è stata la parola dell’Assemblea, dice il messo e resta in piedi.

– Dall’ultima fila, dice Aristide pensieroso, come quella volta in Qatar, nel 2004, la tua prima stagione in Yamaha, ti ricordi? Valentino non dice niente, sembra calmo ma non sorride. – Gibernau, il secondo in classifica, ti aveva denunciato perché uno dei tuoi aveva pulito la casella di partenza. Al mattino ti hanno squalificato e fatto partire dall’ultima fila.

– Certo che mi ricordo, come mi giravano i coglioni quella volta lì. Sono andato lungo al sesto giro, dice Valentino.

– Se posso permettermi, dice il messo dell’Assemblea, mi ricordo anche io. Nel 2004 era appena nato il mio primo figlio e io avevo un sacco di cose a cui pensare. E quando Valentino è caduto e mancavano solo più tre gare alla fine del mondiale con Gibernau lì vicino al secondo posto, io ho pensato: se ce la fa Valentino, ce la posso fare anche io.

 – Così sono i tuoi tifosi, dice Aristide: ti scaricano addosso tutti i loro problemi e si aspettano che tu li risolva. È così che funziona: ci vedono quello che gli fa comodo. Sarebbero capaci di dire che sei comunista davanti a una tua foto col pugno alzato.

Foto di JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images, Valentino Rossi vince a Valencia il 31 ottobre del 2004.

Foto di JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images, Valentino Rossi vince a Valencia il 31 ottobre del 2004.

3.

Valencia, Spagna

Griglia di partenza dell’ultimo Gran Premio del Mondiale 2015, ultima casella

Intorno a Valentino ci sono Aristide, il messo con una borraccia di drink energetico e una modella con l’ombrellino. Valentino è di umore scuro, ha sbirciato nell’altra parte del box Yamaha e ha visto i preparativi per la festa di Jorge Lorenzo. Ripensa alla bambola gonfiabile, a quella volta che si è vestito da carcerato, a quell’altra in cui si è fermato per fare pipì, dopo aver vinto. A quella volta in cui è sceso dalla moto, ci si è appoggiato e ha cominciato a scuotere la testa, col casco addosso: da fuori non capivi se stesse ridendo o piangendo. Era la prima gara con la nuova moto, la Yamaha, tutti dicevano che vinceva sempre sì, ma perché aveva la moto più forte e lui quell’estate aveva cambiato moto, era passato alla Yamaha e aveva lasciato la Honda, e aveva vinto comunque.

– Ti ricordi quella volta che qui a Valencia sei caduto? gli chiede Aristide. – Diobo’, Aristide, lo sai che non si parla di cadute in pista, gli risponde Valentino. – Io, se posso permettermi, me la ricordo benissimo, dice il messo dell’Assemblea. – Era il 2006, si correva in Spagna l’ultima gara del mondiale, come oggi. Valentino è caduto e il mondiale l’ha vinto Hayden. Mi ricordo che eravamo a casa di mia nonna, stavamo guardando la trasmissione Quelli che il calcio in tv e Michael Schumacher ti ha chiesto se eri caduto per la pista sporca. Tu gli hai detto: “no”, che ti eri sbagliato, non hai dato la colpa alla pista, te la sei presa tu. – Eh, vacca boia, dice Valentino, adesso mi danno la colpa anche di quelli che non fanno lo scontrino al bar o tengono i camerieri a lavorare in nero. C’è gente che è convinta che se gli italiani non pagano le tasse sia colpa mia.

Aristide dà il casco a Valentino e gli dice – A cena dopo la gara del Qatar, mancavano tre gare alla fine del mondiale e ti avevo detto che se Gibernau avesse vinto la prossima ci avrebbe ripreso. Ti ricordi cosa mi avevi risposto?

Valentino non sente bene, si è già messo i tappi nelle orecchie e sta pensando ai quindici piloti che gli partono davanti. – Aristide, adesso ti sembra il momento di fare la biografia? Non possiamo pensarci dopo? Gli risponde, ma Aristide insiste – Mi avevi detto: “Gibernau non vince la successiva, Gibernau non vince più e sai perché? Perché le vinco tutte io”. È andata esattamente così: le hai vinte tutte e tre.

La modella ha chiuso l’ombrellino, tutti si allontanano e l’ultima cosa che vede Valentino, prima di iniziare il giro di ricognizione sulla pista di Valencia, è il messo dell’Assemblea che chiude un pugno; prima di accelerare gli legge sulle labbra: “Hasta Siempre Valentino”.

Il primo

In un caffè a Torino, ieri.

– Sono contento di averti conosciuta che eri poco più di una ragazzina. Adesso sei una donna e sei bella come allora.

– Non ricordo molto dei nostri incontri.

– C’è una sola cosa che vale la pena di ricordare e sono i tuoi occhi dopo che abbiamo fatto l’amore. Eravamo nella vecchia casa di mia madre, una casa che adesso non esiste più, è stata venduta. Eri stupita. Mi ricordo i tuoi occhi. Mi hai guardato, eri stupita. Non che tu abbia condiviso qualcosa con me. Non mi avevi detto niente, ma si vedeva che ti stavi chiedendo qualcosa rispetto al passato, rispetto al fidanzato che avevi prima. Potrei sbagliarmi, ma mi sembra di ricordare avessi avuto un lungo fidanzamento prima di me. Ti sei girata da un lato e hai smesso di guardarmi, mi hai guardato per un breve momento, io ti ero sopra, poi ti sei voltata di lato.

– Poi eri venuto su a Londra, quell’estate?

– Londra era stata un disastro.

– Io ero stata un disastro.

– Quel tizio, quel tizio grosso, che stava nello studentato, il tuo amico: volevi stare con lui, non con me. Te l’avevo anche detto.

– Non mi ricordo.

– A Londra mi ero trovato a girare per la città a cercare dove dormire, a piedi, senza indicazioni, due bancomat non mi avevano preso la carta.

– Mi ricordo di averti chiesto di andartene.

– Era stato divertente entrare di nascosto nel tuo studentato, a Marble Arch. L’unica cosa che ti rimprovero è che mi avevi chiesto le sterline per smezzare la stanza.

– Poi avevi trovato da dormire?

– Sì, mi avevi anche raggiunto, non ti ricordi? Mi sembra fosse un ostello vicino a Chelsea. La moquette puzzava, era blu, una stanza con diversi letti. Il tizio nel letto sopra il mio dormiva coi calzini ai piedi. Mi ricordo i suoi calzini che spuntavano dal letto. Quando eri passata avevamo preso una birra nella sala giochi dell’ostello, c’erano il biliardo, le freccette. Il posto era pulcioso. Tu eri in imbarazzo: quando hai visto dov’ero, hai avuto la conferma che non avevi perso molto a chiedermi di andarmene.

– Ci siamo baciati con Mark, il tizio grosso, come l’hai chiamato. Aveva la stanza in fondo al corridoio del dormitorio. Ci siamo baciati il giorno prima che tornassi in Italia.

– Mi era simpatico. Con me era stato gentile, ricordo che ci eravamo parlati a colazione una volta, nella caffetteria con la vetrata su Oxford Street. Mi consigliava di fare una passeggiata nel parco. Tu eri a lezione. Quel giro a Londra, dopo che me ne ero andato, con la paura di restare senza soldi, coi bancomat che non mi prendevano la carta, senza sapere dove andare, avevo provato una paura reale. La paura di essermi perso. È stata un’avventura divertente, a ripensarci. È successa al momento giusto. Ora, con internet, non sarebbe possibile.

– Cercheresti una stanza su Trip Advisor.

– Avrei prenotato un Airbnb e non sarei venuto al tuo studentato.

– Forse sarebbe andata meglio. Ma noi come ci eravamo conosciuti?

– Avevi dimenticato un accendino, fuori dalla biblioteca, l’aula studio a fianco di Palazzo Nuovo. Io l’avevo trovato, conservato, e quando ci eravamo trovati fuori, tutti e due a fumare, te l’avevo restituito.

– Doveva ancora cominciare tutto.

– Quegli occhi che avevi, quel giorno, in quel letto, sembrava che ti stessi dicendo “allora è così”.

– È stato un inizio.

Piangere da adulti

Woody, Buzz e gli altri sono nella fornace della discarica. Scivolano verso la fiamma rossa, la fiamma brucia rifiuti. Cercano di scappare, di arrestare la caduta, di uscire dalla massa di immondizia tritata, una montagna di coriandoli, che li sommerge. La caduta è inarrestabile,  la fiamma è vicina, gigantesca. Buzz prende la mano di Bonnie, Woody afferra Rex che stava precipitando più velocemente degli altri. Tutti hanno capito, Mr e Mrs Potato si guardano, questa volta non c’è niente da tentare, possono solo darsi la mano, fare una catena e aspettare la fine. Woody è un cowboy, Buzz un soldato spaziale. Woody e Buzz hanno fatto la rivoluzione: nel 1996 Toy Story vinse l’Accademy Award come primo film interamente animato al computer. Nel 2010 Toy Story 3 è stato il primo film animato a superare il miliardo di dollari di incasso.

Deitch Projects è una galleria d’arte con la facciata bianca, a SoHo, NYC, tra Broadway e West Broadway, al 76 di Grand Street. Dal 26 luglio al 18 agosto del 2007, in programma alla Deitch Projects, c’è Nest, un’installazione di Dan Colen e Dash Snow. Luglio è un mese speciale per Dash Snow, proprio nel 2007, a luglio, è nata sua figlia: Secret. Lo stesso Dash è nato a luglio e a luglio sarebbe morto. A luglio, nel 2007, alla galleria Deitch Projects di SoHo, si apre Nest, Il Nido.

Gang Gang Dance concert, Dash Snow e Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 24, 2007, Foto: Kristy Leibowitz

Presentazione di Nest di Dan Colen e Dash Snow, galleria Deitch Projects, 76 Grand Street, 24 luglio 2007, Foto: Kristy Leibowitz

Nest (il Nido) è una stanza piena di brandelli; nota anche come The Hamster Nest (la tana del criceto) una performance che consiste nel fare a pezzi l’ambiente circostante e rotolarsi tra le macerie, per nascondersi, per divertirsi, fare delle foto: per ricordarsene.  La tecnica del Nido è: strappare tutto il materiale lacerabile che sia nella stanza, per esempio la bibbia delle camere d’albergo, usare tutte le droghe a disposizione, ubriacarsi con tutti gli alcolici a disposizione, fare sesso con tutte le persone disponibili, scattare delle foto. Dash Snow usa una macchina Polaroid.  Negli anni Dash ha fatto Il Nido diverse volte, nelle polaroid si vedono letti ricoperti di stracci di carta, nei letti ci sono Dash e i suoi amici, sono nudi, sono con delle prostitute, sono drogati, sono ubriachi, sono giovani, si stanno rivoltando e nascondendo nei rifiuti che li sommergono.

Dash incarnava ogni cosa che volevo fotografare e ogni cosa che volevo essere: irresponsabile, sconsiderato, spensierato, selvaggio e ricco.

Ryan McGinley, luglio 2009

Per l’installazione del Nido alla Deitch Projetcs, luglio 2007, alcuni volontari hanno stracciato circa duemila copie dell’elenco telefonico di New York City: ci hanno messo tre giorni, con i brandelli hanno riempito la stanza al 76 di Grand Street. All’inaugurazione gli invitati hanno partecipato al Nido, hanno bevuto, si sono tuffati e rivoltati tra i rifiuti, c’era un concerto, hanno ballato, si sono spogliati, hanno fatto delle fotografie.

Quando stavo guardando Toy Story 3, durante la scena della fornace, mi è venuto in mente il Nido di Dash Snow, le sue polaroid, le foto dell’installazione alla Deitch Projects. Non saprei dire se mi sia venuto in mente la prima volta che ho visto il film o in un delle visioni successive. Per gli adulti è diventato normale guardare i film della Pixar, ma solo i genitori sono abituati a vederli due, tre, anche quindici volte. La qualità del film della Pixar è accettata dagli adulti, anzi guardare film della Pixar, con o senza obblighi parentali, è il segno dell’essere aggiornati alla proposta estetica contemporanea, una proposta che non divide il pubblico in adulti e bambini.

Mio figlio aveva circa tre anni quando ha cominciato a interessarsi ai film. Per alcuni terribili momenti avevo temuto che il mio futuro si sarebbe popolato di pupazzi gommosi che avevano sempre fame, o altre forme aberranti prive di linguaggio. Poi un’amica mi aveva fatto presente che avrei potuto avanzare delle proposte autonome: cioè fargli vedere quello che avrei deciso io, non quello che programmava la tv. Per la mia generazione è stato normale accettare la programmazione della tv e immaginare che il nostro margine di scelta fosse cambiare canale. Liberarsi da quell’abitudine al subire il palinsesto non è stato immediato, si trattava di accettare l’innovazione tecnica per cui la maggior parte dei film non li avremmo più visti in tv ma sul computer. Il mio momento di emancipazione è stato il film Yellow Submarine, del 1968, con le animazioni e le canzoni dei Beatles, la prima proposta che ho autonomamente sottoposto al bambino di tre anni. L’esplosione dei film è stata, poco dopo, Cars, motori ruggenti. Ne avevo scaricata una copia di qualità bassa, le immagini erano buie e, per conbinazione, in inglese; a mio figlio non importava, l’abbiamo visto decine di volte, sullo schermo di un portatile 13 pollici, anche così.

Dash Snow è morto a luglio del 2009, aveva 27 anni. Nella stanza del Lafayette House hotel, East Village, NYC, c’erano due lattine di birra vuote, una bottiglia di rum vuota, 13 boccette di vetro contenti tracce di eroina e tre siringhe usate. I bisnonni di Dash Snow, John e Dominique de Menil avevano commissionato a Mark Rothko una cappella a Houston, in Texas. La cappella non confessionale di Rothko contiene quattordici quadri, tele monocrome nere, ed è posizionata vicino alla collezione di arte contemporanea della famiglia: la de Menil Collection. La collezione di arte contemporanea de Menil è di circa 17 mille opere,  è una delle più vaste e importanti collezione d’arte degli Stati Uniti. Il palazzo che ospita la de Menil Collection è stato progettato da Renzo Piano, la collezione contiene, tra gli altri, Picasso, Matisse, Warhol, Rauschenberg. A riguardare oggi le polaroid di Dash Snow viene in mente che abbia inventato Instagram: i filtri che cambiano la luce, la produzione immediata, la possibilità di condivisione. In un’intervista del 2008 alla rivista francese Purple Fashion, Dash Snow aveva detto, parlando delle sue opere, che la storia che c’è dietro può essere più importante di quello che si vede nella composizione. A ripensare oggi alle copertine del New York Post che Dash Snow aveva colorato e decorato con sperma e sangue viene da pensare al rapporto organico che ci siamo abituati ad avere con le notizie date dai mezzi di informazione. Mezzi per una fine (Means To An End) è il titolo di un’opera di Dash Snow composta da un tavolo che contiene boccette per la droga vuote, siringhe usate e tutte le altre cose che aveva trovato mettendo a posto il suo appartamento sulla Avenue C quando si era trasferito. – Quel posto era davvero incasinato, ci ho messo una settimana a ripulirlo e quello che ho trovato l’ho messo in quel tavolo. A volte, le storie dietro un’opera sono più importanti di quello che non si veda nell’opera stessa.

Means To An End, Dash Snow

Means To An End, Dash Snow

Nell’ultimo film della Pixar, Inside Out, c’è una scena molto simile alla fornace di Toy Story 3. I protagonisti sono finiti in una specie di discarica e rischiano di svanire, di venire letteralmente polverizzati dalla memoria. Devono trovare il modo di salvarsi dalla discarica dei ricordi come i giocattoli di Toy Story 3 dovevano salvarsi dalle fiamme della fornace. Per preparare l’installazione alla Deitch Projects, Dash Snow aveva chiamato quindici compagni tra artisti e amici e aveva passato una notte nella sala al 76 di Grand Street facendo il Nido: usando le droghe che avevano a disposizione, ubriacandosi, disponendo del posto e facendo tutto quello che gli venisse in mente. Una notte non si era rivelata abbastanza per completare l’opera, al gruppo si sono aggiunti altri componenti e le notti sono diventate cinque. All’inaugurazione, il 24 luglio del 2007, c’era anche la nonna di Dash Snow, Marie-Christophe de Menil. È stata sua nonna a sostenere Dash Snow economicamente dopo che Dash aveva interrotto i rapporti con il resto della famiglia, una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti.

Nel novembre del 2007 la rivista The New Yorker ha pubblicato un profilo di Jeffrey Deitch e della sua attività di gallerista, recensendo, tra l’altro, Il Nido (o Tana del Criceto)

La scorsa estate Deitch ha affidato la galleria su Grand Street ai giovani artisti Dan Coleman e Dash Snow, per una delle loro installazioni Tana del Criceto. I due hanno riempito lo spazio, fino all’altezza della cintola, con i brandelli di duemilacinquecento elenchi telefonici di Manhattan, invitato trenta o più amici per sessioni notturne di pittura sui muri e altre attività creative alimentate dalle sostanze. Se questo genere di azione rappresenti il loro provocatorio rifiuto verso il surriscaldato mercato dell’arte e l’affermazione della decadenza del capitalismo, come Deitch e altri suggeriscono, resta una domanda aperta. La mia sensazione è che il livello di auto-indulgenza di questo genere di attività, conserva gli artisti in una sorta di stato pre-adolescenziale, o anche più infantile, dove l’aspetto provocatorio fatica a emergere.

The New Yorker, novembre 2007

Dash Snow and Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 26-August 18, 2007

Dash Snow and Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 26-August 18, 2007

Per gli adulti è diventato normale guardare i film a cartoni animati della Pixar: è una cosa che si fa,  è una moda e uno standard, uno standard per registrare il livello di innovazione nei film. Nel secolo scorso c’erano le invenzioni formali di Stanley Kubrick, in questo secolo, a inventare, a proporre soluzioni nuove, a fare film pieni di idee sorprendenti e di grande successo commerciale, c’è la Pixar Animation Studios. Se il paragone sembra eccessivo uno può chiedersi quanti altri film conosca che abbiano come argomento la costruzione del sé, la neuroscienza, la pedagogia comportamentale, se esiste, e siano capaci di intrattenere un pubblico tra i 3 e i 99 anni.

Nel 2010, guardavo Toy Story 3 per la terza o quarta volta, con mio figlio, che in quel momento aveva sei anni, e quando mi è venuto in mente Dash Snow e il suo Nido non stavo pensando che ora nessuno usa più un elenco del telefono di carta e che quindi, come le polaroid in anticipo su Instagram, Dash Snow era molto avanti con i tempi e non mi stavo neanche chiedendo se i brandelli in quella stanza tra Broadway e West Broadway rappresentassero il decadimento del capitalismo o fossero una forma di ribellione infantile: stavo cercando di non piangere. Quando Buzz e Woody e tutti gli altri stavano scivolando verso le fiamme della fornace e a me è venuto in mente il Nido di Dash Snow, non provavo nessuna interpretazione perché, semplicemente, stavo cercando di non piangere. Ora mio figlio ha circa dieci anni e l’altra sera, al cinema, durante Inside Out, questo problema non me lo sono più posto. I rifiuti nella discarica, i brandelli in cui nascondersi e rivoltarsi forse rappresentano il disastro della vita da cui uno cerca di salvarsi, accettare che la tristezza sia un elemento di trasformazione è liberatorio quasi quanto il non trattenere le lacrime.

La situazione del calcio greco

C’è una Grecia che sa l’inglese, prepara mojito da 12€ l’uno, vista mare. Ci si arriva in aereo, poi traghetto. Somiglia a tanti altri posti, dove si arriva in aereo, si parla in inglese, si beve mojito, vista mare.

– Che limpido questo mare, che fresco questo mojito.

–Twelwe, please.

– Thanks.

– You’re welcome.

Dormiamo nella guest house di un benzinaio, e “guest house” sono le uniche parole in inglese della zona, a parte le nostre. Ci arriviamo tardi, verso l’una di notte, in macchina: non abbiamo il navigatore e neanche il 3G sul telefono. Cerchiamo di accordarci sulla colazione, il benzinaio-oste parla greco: gli chiediamo in inglese e ci risponde in greco, risoluto.

– Pensavamo la colazione fosse inclusa.

– Va bene.

Arriva sua sorella o sua moglie.

– No, non è inclusa, costa 5€.

Anche lei in greco.

– Ok, la prendiamo, per quattro.

– Anzi, no sono 10€, a testa.

Sempre in greco.

– Non importa, lascia perdere la colazione, buona notte.

La stanza è dipinta di verde spento, infissi di alluminio, mobili sgraziati e ingombranti, la scrivania disegnata per essere inservibile: c’è una sbarra di metallo sotto il piano di legno che impedisce alle ginocchia di stendersi; le finestre danno su terrazzino lungo neanche un metro, impossibile sistemarci una sedia.

Usciamo al mattino, facciamo colazione con yogurt e gli avanzi di frutta del giorno prima. Stiamo fuori tutto il giorno, arriviamo alla punta del Mani e torniamo, sulla strada del ritorno le uniche luci vicino al benzinaio-guest house sono quelle di una taverna. Vediamo se hanno qualcosa da bere. C’è un terrazzo con degli ulivi nelle aiuole, elevato su un piccolo parcheggio, dentro il locale una cucina a vista  e qualche tavolo. Ci sistemiamo fuori, sul terrazzo: ordiniamo ouzo e acqua fresca. Il taverniere parla greco. Gli diciamo in inglese e lui risponde in greco, gentile. Ci sistemiamo fuori e giochiamo a carte, siamo uno dei due tavoli occupati, nell’altro c’è il taverniere, un paio di uomini, un paio di donne, tutti sui sessant’anni. Probabilmente abitano nella casa di fianco o sul retro. Giocando a carte facciamo chiasso. Il taverniere fuma diverse sigarette e sembra infastidito dal rumore. La luce è pochissima. A mezzanotte ci dice che deve chiudere, finiamo l’ouzo e gli chiediamo a che ora apra domani.

– Alle otto.
Ci capiamo a gesti.

Passata la seconda notte alla guest house, al mattino, ritiro il bucato che ho faticosamente steso sul minuscolo terrazzino: passare tra l’apertura delle finestre, lo scalino che dà sulla camera e lo stendino, che ho chiesto al benzinaio indicando quello sul balcone del vicino, è difficile. Paghiamo e andiamo via, andiamo alla taverna a fare colazione. Ci sediamo allo stesso tavolo della sera prima, ordiniamo caffè greco doppio senza zucchero, per due, un caffè frappé con poco zucchero, un latte con cioccolato e impariamo come si dice “zucchero” in greco. Chiediamo di mangiare qualcosa. Il taverniere è imbarazzato, è un uomo grosso, con la barba e i capelli grigi, ha una maglia bianca con lo stemma della Puma e una stella blu a cinque punte dentro un cerchio, è imbarazzato, non sa cosa darci. Entra nel locale, si consulta con le donne, torna e ci propone – Omelette?  Benissimo, omelette e pane per tutti. Finita la prima ne ordiniamo una seconda, sì, andava bene, siamo italiani, veniamo da Torino, Juventus, Torino FC; si indica la stella blu a cinque punte sulla maglia bianca

– Ατρόμητος!

Fa segno di aspettare, entra nel locale e esce con un calendario in mano. È il calendario degli ultras dell’Ατρόμητος Αθηνών, ci sono foto di tifosi tra i fumogeni e scontri con la polizia, una per ogni mese. Lascia il calendario sul nostro tavolo e lui si siede al suo, accende una sigaretta: è uno di loro, ci ha fatto capire. Sulla porta della locanda c’è un adesivo dell’Ατρόμητος. Nelle foto del calendario, ci sono tifosi con il passamontagna e con la kefiah,  scritte contro le telecamere della FIFA e contro i poliziotti. I tifosi sono quasi tutti vestiti di scuro: jeans e felpe nere. Da qui allo stadio dell’Atromitos, novemila posti a sedere, a Peristeri, nella periferia industriale a nord-ovest di Atene, ci sono circa tre ore e mezzo di macchina, duecento settanta chilometri. Dopo il derby Panathinaikos – Olympiakos del 24 febbraio 2015 il primo ministro greco Alexis Tsipras aveva sospeso a tempo indefinito il campionato di calcio. Il ministro dello sport Stavros Kontonis aveva messo in dubbio la possibilità di giocare la stagione 2016 se la Federazione non avesse introdotto nuove misure di controllo e selezione del pubblico. Il campionato è ripreso dal turno successivo, il 4 marzo, per un paio di giornate senza spettatori negli stadi. Il 12 marzo la partita dei quarti di finale di coppa di Grecia tra AEK Atene e Olympiakos è stata sospesa per il lancio di un razzo in campo, all’88° minuto, aveva segnato l’Olympiakos. Nella stagione 2014-2015 l’Atromitos è arrivato quinto nella stagione regolare e terzo nei play off, che nella Souper Ligka Ellada, il campionato di serie A greco, si giocano tra la seconda e la quinta classificata. Con 13 gol l’italiano Stefano Napoleoni – romano, classe ’86 – è stato il bomber della squadra. L’Atromitos non ha mai vinto niente, nessun campionato, nessuna coppa. Nel 2011 ha giocato la finale di coppa di Grecia contro l’AEK Atene, ha perso tre a zero. Su Ebay si può acquistare il dvd della partita, in copertina c’è la foto dell’invasione di campo dei tifosi. Essendo arrivato terzo in campionato l’Atromitos giocherà la prossima Europa League.

Finiamo il giro del Mani a Githion, la notte dormiamo a Skala. Il giorno dopo ci separiamo, Francesca e Simone continuano con la Nissan Micra rossa per l’ultimo dito verticale del Peloponesso. Io e Milo, mio figlio di dieci anni, tagliamo dall’interno, con la Hyundai i20 bianca, verso la costa, che poi risaliremo fino a Corinto e da lì a Patrasso, dove a ferragosto prederemo la nave per Ancona. Lungo quella costa troveremo molti adesivi dell’Olymipakos, attaccati ai registratori di cassa e sul retro delle automobili. Da Skala a Sampatiki c’è circa un’ora e mezzo di macchina, sono settantacinque chilometri, si sale e si scende per le montagna, si passa per Kosmas e Leonidio. A un ragazzo di dieci, quasi undici anni, difficilmente interessa il paesaggio. Più facilmente gli interessa leggere o giocare con dei videogiochi. Quando i miei genitori mi portavano in viaggio in macchina anche io facevo lo stesso, senza i videogiochi. Da Skala verso la montagna si comincia a salire dolcemente, si attraversano distese di ulivi. Ai due lati della strada: ulivi a destra e a sinistra, piantati nella terra rossastra che mi ricorda la Sardegna. Milo chiede quanto dura il viaggio e poi comincia a leggere. Sta leggendo l’Almanacco del calcio 2015, edizioni Panini. Gli piacciono le statistiche, rilegge i risultati delle partite, ogni tanto ne commenta qualcuno a voce alta, con sorpresa. Da dietro una collina, tra gli ulivi a destra e a sinistra, spunta un palo alto con dei riflettori in cima. Per attrarre l’attenzione di Milo gli dico – Guarda, uno stadio! La strada si assesta in piano, a sinistra ulivi, a destra un campo recintato con quattro gruppi di riflettori, alti sui loro pali, ai quattro angoli: non è uno stadio, non ci sono tribune né spalti, nessun posto a sedere. È un campo da calcio, ci sono le porte con le reti bianche e l’erba tagliata di fresco che brilla al sole. Lo superiamo, io e Milo ci guardiamo.

– Proviamo a entrare?

Tucidide non lo odiavo particolarmente, ma lo odiavo particolarmente il lunedì mattina. Il lunedì mattina era il giorno in cui la professoressa Mastrota aveva deciso di fissare la traduzione dal greco. Le prime due ore di ogni lunedì mattina, per tutto l’anno. Tucidide non lo odiavo più di Plutarco, Lisia, Senofonte, Pausania e tutti gli altri addetti a quel supplizio chiamato versione, ma il lunedì era il giorno dell’esercizio dell’odio. Tucidide aveva deciso di dedicare gli anni di esilio da Atene mettendo a posto i suoi appunti sulla guerra. Gli era venuta l’idea di scrivere una cosa che aveva visto, con la massima esattezza possibile, raccogliere documenti e testimonianze e mettere insieme una storia. Tucidide era stato sulle navi ateniesi, le aveva comandate da stratega, da stratega aveva perso ed era stato condannato all’esilio. Era ricco, aveva delle miniere d’oro da sfruttare, aveva pensato che quella tra Atene e Sparta sarebbe stata la guerra delle guerre e quindi si era messo a scriverla: aveva il tempo, aveva i soldi, aveva i suoi appunti e faceva le sue ricerche, ha scritto La guerra del Peloponneso. Erodoto aveva cominciato a usare questa parola: storia, che allora voleva dire fare ricerca, e “storia” continua a essere usata oggi con il doppio significato di racconto attinente a fatti realmente accaduti, elaborato con precisione e metodo, e di racconto inventato, versione immaginaria di fatti mai accaduti.

Intorno non c’è nessuno, c’è il recinto alto cinque metri, di rete colorata di giallo e rosso. C’è un casotto basso, probabilmente gli spogliatoi, sopra sventolano due bandiere, quella greca, blu e bianca, e una gialla con uno stemma rosso e la scritta

ΗΦΑΙΣΤΟΣ

in rosso.

– Non so se riusciamo a entrare.

Da vicino l’erba appena tagliata è ancora più bella.

– Ma ti arrestano se entriamo?

– No, non mi arrestano, ma vediamo se ci riusciamo a entrare.

La porta del recinto, di rete metallica, è vicino al casotto basso con le bandiere, c’è un chiavistello, infilo la mano tra i passanti della rete e lo sblocco: è aperta. Siamo dentro, prendiamo un pallone dalla macchina, ci mettiamo le scarpe da ginnastica, entriamo, ci togliamo le magliette le buttiamo sull’erba e cominciamo a correre tirandoci il pallone. Milo si mette al centro dell’aerea, io gli faccio i cross dall’ala. Ogni tanto passa una macchina sullo sfondo degli ulivi, dietro la porta, oltre il recinto. Proviamo le punizioni, poi una sfida ai rigori, cinque a testa, diciamo a voce alta il nome del giocatore che tira e del portiere che cercherà di parare. Tira Bastian Schweinsteiger, para Iker Casilas; tira Matteo Darmian, para Gigi Buffon e via così, con la cronaca a voce alta dell’esito del tiro. Quando finiamo i cinque rigori siamo pari e andiamo a oltranza, poi stabiliamo una rivincita e ricominciamo. Ogni tanto passa un camion. Vedo un aereo militare, non fa nessun rumore, attraversa il cielo e ci supera. Mi giro per indicarlo a Milo e arriva il rumore, tutto insieme, forte. Milo è sorpreso, il rumore ha rotto l’intimità del nostro prato verde. Mi chiede

– C’è una guerra?

– No.

– Sei sicuro?

– Sono sicuro.

Arriva un secondo aereo, il secondo rombo non è un’intrusione, è la conferma della realtà del primo.

– Papà, sei proprio sicuro che non c’è una guerra?

– No, non che io sappia.

la taverna il recinto le bandiere il campo

Gli ingredienti per truffare la malinconia

Io sono nato nel 1979; chissà com’era, nel 1979, vivere in Italia.

Nel 1979 Lucio Dalla e Francesco De Gregori vanno in tour insieme, è un tour bizzarro, ne viene fuori un disco, un film e una canzone.

Dalle & De Gregori durante Banana Republic, 1979

Dalle & De Gregori durante Banana Republic, 1979

Il ritornello di quella canzone, che si intitola Banana Republic, mi è venuta in mente una sera che con Cristian ce ne andavamo in giro.

Nel 1979 Lucio Dalla e Francesco De Gregori mettono insieme un’improbabile tournée, sarà l’inizio dei cantanti negli stadi. Un’altra sera io e Cristian cercavamo di rimorchiare e ci siamo trovati a parlare con uno chef stellato davanti a una serranda chiusa.

Francesco Farabegoli di Bastonate ha messo su una collezione di storie su canzoni italiane. La mia fa così:

Paolo Conte è un avvocato di Asti, ha 42 anni, sta andando al ristorante con sua moglie, a Roma. L’anno scorso è uscito il suo terzo disco: si intitola Un gelato al limon, come la canzone. Fuori dal ristorante incontra Francesco De Gregori che lo saluta e si scusa, gli chiede di perdonarlo. È il 1979, De Gregori è tornato dalla tournée con Lucio Dalla: Banana Republic, come la canzone che dà il titolo al disco.

– Andiamo al concerto di Lucio Dalla, aveva detto mio padre; siamo arrivati sul prato e ci siamo sdraiati, fuori. – Tanto si sente anche da qui, ha detto mio padre. Le canzoni arrivavano come un’eco: qualche parola ogni tanto, gli applausi del pubblico, certi momenti musicali più sostenuti, un crescendo, una ritmica insistita e basta. – Io non sento bene, avevo detto a mio padre, – Andiamo dentro a sentire che si sente meglio. – Per andare dentro bisogna pagare il biglietto, quindi si sente bene anche qui, mi aveva risposto lui. Da allora le canzoni di Lucio Dalla mi arrivano come un’eco lontana anche se le metto a un bel volume pieno, in macchina con i finestrini chiusi. Poi si presta la sua voce, quel gusto di sospensione che ha.

Quasi in ogni piatto si possono trovare, oltre agli ingredienti della ricetta, anche quelli di una storia: un incipit, uno sviluppo e un finale, scrive Michael Pollan nel libro Il cotto. Fuori dal ristorante De Gregori si scusa con Paolo Conte perché nel tour, con Lucio Dalla, hanno fatto una canzone di Paolo Conte, quella che dà il titolo al disco, la canzone che Paolo Conte ha dedicato a sua moglie: Un gelato al limon. De Gregori si scusa perché nel concerto hanno fatto un arrangiamento della canzone che, gli dice, non rende la profondità del testo, – Ma no, mi avete fatto un gran regalo, dice Paolo Conte.

Se fossi un professore di letteratura e dovessi spiegare il correlativo oggettivo a una classe di scolari, credo che userei la canzone di Paolo Conte: Un gelato al limon, con le strofe che hanno quel tono intimo per via delle immagini private, difficili da capire: “quel sogno arabo che ami tu”, quale sarà questo sogno? Gli “abissi di tiepidità”, gli “oceani notturni” e poi, invece, nel ritornello una cosa che sappiamo tutti: un gelato bianco che sa di limone.

Io nel locale avevo notato la ragazza bionda e alta. Era strano che una ragazza così bella ricambiasse così, diretta, lo sguardo mio.

Continua qui, su Bastonate.

Un solo albero rosso

Per una serie di circostanze l’altro giorno mi sono trovato davanti a una palla di specchi.

palla di specchi

Mi ha fatto venire in mente un vecchio disco, ho controllato ce l’ho ancora, aveva una copertina di cartone anziché di plastica, dentro c’è una canzone che non sentivo da anni e che dice – Sono l’oceano, sono l’oceano, che mi ha fatto venire in mente questa estate che con mio figlio, in macchina, abbiamo guidato fino all’oceano, e siccome lui non guida ancora guidavo solo io e mi sembrava di stare dentro l’epica di Cormac McCarthy a guidare mio figlio fino all’oceano

– Noi siamo i buoni.

– E perché?

– Perché portiamo il fuoco.

Andavamo a fare i castelli di sabbia sulla spiaggia.

E ieri, che eravamo di nuovo in macchina, a guidare da scuola a casa, e gli facevo sentire una canzone che si chiama il Partigiano. E lui mi diceva – Ma è italiano questo signore che scrive canzoni sui partigiani?– No, è canadese.

– Quante cose buone vengono dal Canada, ho pensato. E stamattina ho trovato, per caso, mentre cercavo altro, una foto di un viaggio in Canada. Eravamo vicino a una foresta, avevamo camminato su una rotaia, come in quel famoso film, eravamo in riva a un lago, davanti c’era una distesa di alberi verdi e un albero rosso in mezzo.

albero rosso

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