Crea sito

CategoryCorrispondenze

Piangere da adulti

Woody, Buzz e gli altri sono nella fornace della discarica. Scivolano verso la fiamma rossa, la fiamma brucia rifiuti. Cercano di scappare, di arrestare la caduta, di uscire dalla massa di immondizia tritata, una montagna di coriandoli, che li sommerge. La caduta è inarrestabile,  la fiamma è vicina, gigantesca. Buzz prende la mano di Bonnie, Woody afferra Rex che stava precipitando più velocemente degli altri. Tutti hanno capito, Mr e Mrs Potato si guardano, questa volta non c’è niente da tentare, possono solo darsi la mano, fare una catena e aspettare la fine. Woody è un cowboy, Buzz un soldato spaziale. Woody e Buzz hanno fatto la rivoluzione: nel 1996 Toy Story vinse l’Accademy Award come primo film interamente animato al computer. Nel 2010 Toy Story 3 è stato il primo film animato a superare il miliardo di dollari di incasso.

Deitch Projects è una galleria d’arte con la facciata bianca, a SoHo, NYC, tra Broadway e West Broadway, al 76 di Grand Street. Dal 26 luglio al 18 agosto del 2007, in programma alla Deitch Projects, c’è Nest, un’installazione di Dan Colen e Dash Snow. Luglio è un mese speciale per Dash Snow, proprio nel 2007, a luglio, è nata sua figlia: Secret. Lo stesso Dash è nato a luglio e a luglio sarebbe morto. A luglio, nel 2007, alla galleria Deitch Projects di SoHo, si apre Nest, Il Nido.

Gang Gang Dance concert, Dash Snow e Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 24, 2007, Foto: Kristy Leibowitz

Presentazione di Nest di Dan Colen e Dash Snow, galleria Deitch Projects, 76 Grand Street, 24 luglio 2007, Foto: Kristy Leibowitz

Nest (il Nido) è una stanza piena di brandelli; nota anche come The Hamster Nest (la tana del criceto) una performance che consiste nel fare a pezzi l’ambiente circostante e rotolarsi tra le macerie, per nascondersi, per divertirsi, fare delle foto: per ricordarsene.  La tecnica del Nido è: strappare tutto il materiale lacerabile che sia nella stanza, per esempio la bibbia delle camere d’albergo, usare tutte le droghe a disposizione, ubriacarsi con tutti gli alcolici a disposizione, fare sesso con tutte le persone disponibili, scattare delle foto. Dash Snow usa una macchina Polaroid.  Negli anni Dash ha fatto Il Nido diverse volte, nelle polaroid si vedono letti ricoperti di stracci di carta, nei letti ci sono Dash e i suoi amici, sono nudi, sono con delle prostitute, sono drogati, sono ubriachi, sono giovani, si stanno rivoltando e nascondendo nei rifiuti che li sommergono.

Dash incarnava ogni cosa che volevo fotografare e ogni cosa che volevo essere: irresponsabile, sconsiderato, spensierato, selvaggio e ricco.

Ryan McGinley, luglio 2009

Per l’installazione del Nido alla Deitch Projetcs, luglio 2007, alcuni volontari hanno stracciato circa duemila copie dell’elenco telefonico di New York City: ci hanno messo tre giorni, con i brandelli hanno riempito la stanza al 76 di Grand Street. All’inaugurazione gli invitati hanno partecipato al Nido, hanno bevuto, si sono tuffati e rivoltati tra i rifiuti, c’era un concerto, hanno ballato, si sono spogliati, hanno fatto delle fotografie.

Quando stavo guardando Toy Story 3, durante la scena della fornace, mi è venuto in mente il Nido di Dash Snow, le sue polaroid, le foto dell’installazione alla Deitch Projects. Non saprei dire se mi sia venuto in mente la prima volta che ho visto il film o in un delle visioni successive. Per gli adulti è diventato normale guardare i film della Pixar, ma solo i genitori sono abituati a vederli due, tre, anche quindici volte. La qualità del film della Pixar è accettata dagli adulti, anzi guardare film della Pixar, con o senza obblighi parentali, è il segno dell’essere aggiornati alla proposta estetica contemporanea, una proposta che non divide il pubblico in adulti e bambini.

Mio figlio aveva circa tre anni quando ha cominciato a interessarsi ai film. Per alcuni terribili momenti avevo temuto che il mio futuro si sarebbe popolato di pupazzi gommosi che avevano sempre fame, o altre forme aberranti prive di linguaggio. Poi un’amica mi aveva fatto presente che avrei potuto avanzare delle proposte autonome: cioè fargli vedere quello che avrei deciso io, non quello che programmava la tv. Per la mia generazione è stato normale accettare la programmazione della tv e immaginare che il nostro margine di scelta fosse cambiare canale. Liberarsi da quell’abitudine al subire il palinsesto non è stato immediato, si trattava di accettare l’innovazione tecnica per cui la maggior parte dei film non li avremmo più visti in tv ma sul computer. Il mio momento di emancipazione è stato il film Yellow Submarine, del 1968, con le animazioni e le canzoni dei Beatles, la prima proposta che ho autonomamente sottoposto al bambino di tre anni. L’esplosione dei film è stata, poco dopo, Cars, motori ruggenti. Ne avevo scaricata una copia di qualità bassa, le immagini erano buie e, per conbinazione, in inglese; a mio figlio non importava, l’abbiamo visto decine di volte, sullo schermo di un portatile 13 pollici, anche così.

Dash Snow è morto a luglio del 2009, aveva 27 anni. Nella stanza del Lafayette House hotel, East Village, NYC, c’erano due lattine di birra vuote, una bottiglia di rum vuota, 13 boccette di vetro contenti tracce di eroina e tre siringhe usate. I bisnonni di Dash Snow, John e Dominique de Menil avevano commissionato a Mark Rothko una cappella a Houston, in Texas. La cappella non confessionale di Rothko contiene quattordici quadri, tele monocrome nere, ed è posizionata vicino alla collezione di arte contemporanea della famiglia: la de Menil Collection. La collezione di arte contemporanea de Menil è di circa 17 mille opere,  è una delle più vaste e importanti collezione d’arte degli Stati Uniti. Il palazzo che ospita la de Menil Collection è stato progettato da Renzo Piano, la collezione contiene, tra gli altri, Picasso, Matisse, Warhol, Rauschenberg. A riguardare oggi le polaroid di Dash Snow viene in mente che abbia inventato Instagram: i filtri che cambiano la luce, la produzione immediata, la possibilità di condivisione. In un’intervista del 2008 alla rivista francese Purple Fashion, Dash Snow aveva detto, parlando delle sue opere, che la storia che c’è dietro può essere più importante di quello che si vede nella composizione. A ripensare oggi alle copertine del New York Post che Dash Snow aveva colorato e decorato con sperma e sangue viene da pensare al rapporto organico che ci siamo abituati ad avere con le notizie date dai mezzi di informazione. Mezzi per una fine (Means To An End) è il titolo di un’opera di Dash Snow composta da un tavolo che contiene boccette per la droga vuote, siringhe usate e tutte le altre cose che aveva trovato mettendo a posto il suo appartamento sulla Avenue C quando si era trasferito. – Quel posto era davvero incasinato, ci ho messo una settimana a ripulirlo e quello che ho trovato l’ho messo in quel tavolo. A volte, le storie dietro un’opera sono più importanti di quello che non si veda nell’opera stessa.

Means To An End, Dash Snow

Means To An End, Dash Snow

Nell’ultimo film della Pixar, Inside Out, c’è una scena molto simile alla fornace di Toy Story 3. I protagonisti sono finiti in una specie di discarica e rischiano di svanire, di venire letteralmente polverizzati dalla memoria. Devono trovare il modo di salvarsi dalla discarica dei ricordi come i giocattoli di Toy Story 3 dovevano salvarsi dalle fiamme della fornace. Per preparare l’installazione alla Deitch Projects, Dash Snow aveva chiamato quindici compagni tra artisti e amici e aveva passato una notte nella sala al 76 di Grand Street facendo il Nido: usando le droghe che avevano a disposizione, ubriacandosi, disponendo del posto e facendo tutto quello che gli venisse in mente. Una notte non si era rivelata abbastanza per completare l’opera, al gruppo si sono aggiunti altri componenti e le notti sono diventate cinque. All’inaugurazione, il 24 luglio del 2007, c’era anche la nonna di Dash Snow, Marie-Christophe de Menil. È stata sua nonna a sostenere Dash Snow economicamente dopo che Dash aveva interrotto i rapporti con il resto della famiglia, una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti.

Nel novembre del 2007 la rivista The New Yorker ha pubblicato un profilo di Jeffrey Deitch e della sua attività di gallerista, recensendo, tra l’altro, Il Nido (o Tana del Criceto)

La scorsa estate Deitch ha affidato la galleria su Grand Street ai giovani artisti Dan Coleman e Dash Snow, per una delle loro installazioni Tana del Criceto. I due hanno riempito lo spazio, fino all’altezza della cintola, con i brandelli di duemilacinquecento elenchi telefonici di Manhattan, invitato trenta o più amici per sessioni notturne di pittura sui muri e altre attività creative alimentate dalle sostanze. Se questo genere di azione rappresenti il loro provocatorio rifiuto verso il surriscaldato mercato dell’arte e l’affermazione della decadenza del capitalismo, come Deitch e altri suggeriscono, resta una domanda aperta. La mia sensazione è che il livello di auto-indulgenza di questo genere di attività, conserva gli artisti in una sorta di stato pre-adolescenziale, o anche più infantile, dove l’aspetto provocatorio fatica a emergere.

The New Yorker, novembre 2007

Dash Snow and Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 26-August 18, 2007

Dash Snow and Dan Colen, Nest, Deitch Projects 76 Grand Street, July 26-August 18, 2007

Per gli adulti è diventato normale guardare i film a cartoni animati della Pixar: è una cosa che si fa,  è una moda e uno standard, uno standard per registrare il livello di innovazione nei film. Nel secolo scorso c’erano le invenzioni formali di Stanley Kubrick, in questo secolo, a inventare, a proporre soluzioni nuove, a fare film pieni di idee sorprendenti e di grande successo commerciale, c’è la Pixar Animation Studios. Se il paragone sembra eccessivo uno può chiedersi quanti altri film conosca che abbiano come argomento la costruzione del sé, la neuroscienza, la pedagogia comportamentale, se esiste, e siano capaci di intrattenere un pubblico tra i 3 e i 99 anni.

Nel 2010, guardavo Toy Story 3 per la terza o quarta volta, con mio figlio, che in quel momento aveva sei anni, e quando mi è venuto in mente Dash Snow e il suo Nido non stavo pensando che ora nessuno usa più un elenco del telefono di carta e che quindi, come le polaroid in anticipo su Instagram, Dash Snow era molto avanti con i tempi e non mi stavo neanche chiedendo se i brandelli in quella stanza tra Broadway e West Broadway rappresentassero il decadimento del capitalismo o fossero una forma di ribellione infantile: stavo cercando di non piangere. Quando Buzz e Woody e tutti gli altri stavano scivolando verso le fiamme della fornace e a me è venuto in mente il Nido di Dash Snow, non provavo nessuna interpretazione perché, semplicemente, stavo cercando di non piangere. Ora mio figlio ha circa dieci anni e l’altra sera, al cinema, durante Inside Out, questo problema non me lo sono più posto. I rifiuti nella discarica, i brandelli in cui nascondersi e rivoltarsi forse rappresentano il disastro della vita da cui uno cerca di salvarsi, accettare che la tristezza sia un elemento di trasformazione è liberatorio quasi quanto il non trattenere le lacrime.

Perdere ancora, perdere meglio

Quando la sirena scatta sullo zero punto zero, LeBron James ha la palla in mano. Scarpe nere, calzini bianchi, divisa blu con bordi gialli e inserti granata; sul petto, scritto grande, CAVS e sotto il numero 23. LeBron James ha la palla e quando la sirena suona la fa rimbalzare via e si mette a urlare. Cleveland ha pareggiato la serie, i Cavaliers hanno vinto la prima partita della loro storia in una finale NBA.

Cleveland è una città di circa 400mila abitanti nello stato dell’Ohio, nord-est degli Stati Uniti; si trova sulla sponda del lago Erie, dall’altra parte del lago c’è il Canada. Cleveland è una città con una maledizione. LeBron James è uno del posto: è nato ad Akron, Ohio, 40 miglia a sud di Cleveland, nel 1984. Va a al liceo alla scuola cattolica St. Vincent-St. Mary; il 18 febbraio 2002 la rivista Sports Illustrated gli dedica una copertina: LeBron fa una faccia buffa mentre sta per lanciare una palla, ha la maglia bianca con la scritta Irish in verde, la divisa della sua scuola, il numero 23. Il titolo della copertina di Sports Illustrated è The Chosen One, il prescelto. L’anno dopo a Cleveland tocca la prima scelta tra i giocatori provenienti dalle scuole secondarie e dalle università: sceglie LeBron James. Nella parte superiore della schiena, in enormi caratteri ripassati, da una scapola all’altra, da sinistra verso destra, LeBron si tatua CHOSEN•1.

La maledizione di Cleveland è di non vincere: è la città con la peggiore storia sportiva degli Stati Uniti. Le squadre della città di Cleveland, nei maggiori sport professionistici non vincono un titolo da 148 stagioni. L’ultima volta è stata nel 1964 quando i Browns hanno vinto la NFL, il campionato di football. Tifare per una squadra che non vince è frustrante, allo stesso tempo ti dà la sensazione di appartenere a una comunità speciale; quando arrivi vicino a vincere, ti sembra che la giustizia sia pronta per essere ristabilita. L’unicità della comunità cui appartieni sta per essere riconosciuta, il mondo sta per rimettersi finalmente in ordine: puoi quasi dare un senso a quella sofferenza che hai patito.

Ogni tanto posso vincere anche io

Stanislas Wawrinka è un tennista professionista, svizzero, di Losanna, città di lago e di confine; viene preso in giro per la buffa trama a quadri dei pantaloncini colorati che sono la sua divisa di gioco. Il 7 giugno del 2015 Wawrinka ha vinto il Roland Garros, uno dei quattro tornei di tennis più importanti del circuito professionistico. In conferenza stampa a Parigi, dopo aver vinto il Roland Garros, Wawrinka ha detto – Io non sono forte come i quattro più forti giocatori al mondo ma ogni tanto posso vincere anche io. Wawrinka aveva portato i suoi pantaloncini colorati nella sala della conferenza stampa, li aveva sistemati davanti al microfono e aveva detto– Oggi hanno vinto anche loro.  Wawrinka si è fatto fare un tatuaggio, nel 2013, la famosa frase di Samuel Beckett: Provare, fallire. Non importa, provare di nuovo, fallire di nuovo, fallire meglio. Fail: fallire, sbagliare, perdere.

Uno degli altri tatuaggi di LeBron James è Gloria, il nome di sua madre: Gloria James. È sul deltoide destro, scritto in caratteri svolazzanti, incorniciati da una grande aureola circolare, vicino a una corona, una stella, e la scritta KING. Il padre di LeBron James è probabilmente un compagno di scuola di Gloria che rimane incinta a sedici anni. Il bambino prende il cognome della madre e cresce solo con lei. Quando inizia a giocare con i Cavaliers, nel 2003, tiene lo stesso numero di maglia che usava alla scuola superiore, il numero di maglia di Michael Jordan, il numero 23. La sirena suona, l’orologio è su zero punto zero, LeBron James urla e sbatte la palla a terra, la palla rimbalza via: Cleveland ha pareggiato la serie, per la prima volta nella sua storia Cleveland ha vinto una partita nelle Finali. È la seconda volta che i Cavs giocano le Finali, le partite che seguono la stagione regolare tra le due squadre che hanno vinto i play-off. Al meglio delle sette gare vince il titolo NBA chi raggiunge per primo quattro vittorie. Nella loro prima Finale, 2007, i Cavs non avevano vinto nessuna partita: 4-0 contro i San Antonio Spurs. Quest’anno le Finali sono Cleveland Cavaliers contro Golden State Warriors. I Golden State hanno in squadra il giocatore che è riuscito a togliere a LeBron James il titolo di giocatore decisivo della stagione regolare 2014/2015, Stephen Curry.

Stephen Curry, come LeBron James, è nato ad Akron, Ohio: stesso ospedale, quattro anni dopo, nel 1988. La famiglia Curry è in Ohio di passaggio: il padre di Step Curry, Dell Curry, è un giocatore di basket professionista, gioca a Cleveland, nei Cavaliers, quando Stephen nasce. Pochi mesi dopo la famiglia Curry si trasferisce a Charlotte, North Carolina. Dell Curry va a giocare per gli Hornets, tuttora è il giocatore che ha segnato più punti nella storia della squadra. È forte nei tiri da lontano, quelli che valgono tre punti, gioca con la maglia numero 30. Stephen Curry è alto 1 metro e 90 centimetri e pesa 86 chili, non molto per le media della NBA; Stephen Curry, ritenuto fragile ed esile, non è stato una prima scelta. I Golden State Warriors, nel 2009, lo prendono come settima scelta. I Golden State Warriors sono la squadra di Oakland, California, zona della baia di San Francisco. Nel 2009 Stephen Curry sceglie la maglia numero 30: lo stesso numero di suo padre. I Warriors non vincono un titolo dal 1975, quando batterono la squadra favorita, i Washington Bullets, per 4-0.

Le Finali di quest’anno, le finali del 2015, erano Cleveland contro Golden State: Cavaliers contro Warriors, LeBron James contro Stephen Curry. La squadra che non ha mai vinto contro la squadra che non ha quasi mai vinto. La squadra del giocatore più forte, del Prescelto, contro una squadra con un grande gioco collettivo e un grande singolo, molto forte nei tiri da tre, che gioca con la maglia numero 30.

L’arte di vincere

Nel 2003 il libro di Micheal Lewis Moneyball, l’arte di vincere in un gioco sleale entra nella classifica dei best seller del New York Times e ci resta per diciotto settimane. Racconta della stagione 2002 degli Oakland Athletics. Nell’ufficio della squadra di baseball di Cleveland, gli Indians, avviene il primo incontro tra Peter Brand, giovane laureato a Yale che ha delle idee personali su come selezionare i giocatori con cui comporre una squadra di baseball, e Billy Beane, il direttore sportivo degli Oakland Athletics, che ha il problema di formare una squadra competitiva con pochi soldi. Per combinazione il primo incontro dei due protagonisti del libro avviene tra le squadre delle stesse città che nel 2015 si affrontano per vincere la NBA: Cleveland Ohio e Oakland California. Nel 2011 la Columbia Pictures produce un film basato sul libro di Micheal Lewis, Moneyball: racconta la stagione 2002 degli Oakland Athletics, ovvero di come il direttore sportivo Billy Beane (Brad Pitt) e il suo assistente Peter Brand (Jonah Hill) usino idee rivoluzionarie per assemblare una squadra di baseball; di come queste idee funzionino e quella squadra riesca a stabilire il record di vittorie consecutive della Major League di Baseball, venti partite vinte di seguito; e di come, quella squadra, non riesca a vincere l’ultima partita, quella che vale il titolo. Di come si trasforma una squadra di perdenti in una squadra che comincia a vincere alcune partite, arriva a vincere molte partite, ma al momento decisivo perde. Nel finale del film, diretto da Bennet Miller e scritto da Steven Zaillian e Aaron Sorkin, a Billy Beane (Brad Pitt) viene offerta una grande occasione per cominciare a vincere sul serio, a vincere anche l’ultima partita; una scritta bianca sullo schermo nero dice quale sarà la sua scelta mentre sua figlia, in sottofondo, gli canta

sei un perdente totale, papà; almeno goditi lo spettacolo.

Quando una stagione va male, nello sport si dice: c’è sempre il prossimo anno. Cleveland, dopo aver pareggiato la serie 1-1, si è presentata nell’arena di casa per la terza partita delle Finali 2015 e sugli spalti i tifosi e lo sponsor hanno srotolato uno striscione che diceva C’è sempre quest’anno. C’è ancora quest’anno e ce la possiamo ancora fare, nonostante gli infortuni che hanno messo fuori dal campo alcuni dei giocatori più importanti, nonostante il pronostico dica che i Golden State hanno più possibilità di vincere; nonostante i giornalisti scrivano che i Warriors hanno un gioco migliore, un collettivo solido e un grande tiratore come Stephen Curry che può essere determinante. Cleveland può ancora battere la sua maledizione, grazie a The Chosen One, il giocatore che dice – La mia città, la mia squadra.  E Cleveland vince, vince la terza partita e passa in vantaggio, vince in casa ed è davanti 2-1 nella serie. Vince la seconda partita della sua storia in una Finale NBA e poi perde tutte le altre. Il titolo va a Golden State. Durante le Finali 2015, LeBron James è stato in campo 274 minuti su 298 minuti giocati e ha avuto il possesso della palla per circa un quarto del tempo, ma non è bastato: Cleveland ha perso ancora.

Stephen Curry ha giocato in modo incredibile le ultime partite delle Finali. A gennaio del 2015 si era fatto fare un tatuaggio, una citazione della Bibbia, in ebraico, dalla lettera ai Corinzi 13,8: L’amore non perde mai, Love never fails. Fail: fallire, sbagliare, perdere. In conferenza stampa dopo l’ultima partita delle Finali LeBron non aveva dei buffi pantaloncini colorati, a quadri, come quelli di Wawrinka, aveva invece un buffo cappello in testa e ha detto – Non è per niente bello perdere. Per la prima volta dopo anni i tifosi dei Cavs pensano con ottimismo alla prossima stagione, avranno ancora LeBron e forse avranno una squadra ancora più forte di quella di quest’anno. Ma quando in conferenza stampa un giornalista gli chiede – Come lo vedi il prossimo anno? LeBron gli risponde – Non ho minimamente pensato al prossimo anno.

Valentino Rossi è un pilota di moto da corsa italiano, ha 36 anni e ha vinto nove titoli mondiali. Ha vinto un mondiale in tutte le categorie motociclistiche: 125, 250, 500 e MotoGP, è l’unico pilota a esserci riuscito. Nel 2015, a metà mondiale, è in testa alla classifica. Per alcuni anni sembrava imbattibile, aveva continuato a vincere anche quando aveva lasciato la moto favorita, la Honda, per una moto da rilanciare, la Yamaha. Per alcuni anni non ha più vinto e di quel momento ha detto – Si dice che, quando attraversi un periodo difficile diventi più forte, secondo me non è vero; sicuramente diventi più vecchio. Quando si trattava di scegliere con che numero iscriversi alle prime corse ufficiali nell’officina di un amico aveva visto un poster del padre, Graziano Rossi, anche lui pilota da corsa, e gli aveva chiesto – Graziano, ma tu correvi con il 46? Valentino Rossi ha sempre corso con il numero 46, anche dopo aver vinto i campionati del mondo, quando avrebbe potuto scegliere il numero 1.

Tifare per una squadra che non vince è frustrante, allo stesso tempo ti dà la sensazione di appartenere a una comunità speciale, perché comunque non smetti di sperare nel prossimo anno. Finite le Finali NBA 2015, dopo qualche settimana di silenzio, LeBron James ha scritto che perdere fa male, che non è contento di come siano andate le cose. Ha scritto che i suoi figli sono i suoi muscoli e ha promesso di fare meglio.

Gli ingredienti per truffare la malinconia

Io sono nato nel 1979; chissà com’era, nel 1979, vivere in Italia.

Nel 1979 Lucio Dalla e Francesco De Gregori vanno in tour insieme, è un tour bizzarro, ne viene fuori un disco, un film e una canzone.

Dalle & De Gregori durante Banana Republic, 1979

Dalle & De Gregori durante Banana Republic, 1979

Il ritornello di quella canzone, che si intitola Banana Republic, mi è venuta in mente una sera che con Cristian ce ne andavamo in giro.

Nel 1979 Lucio Dalla e Francesco De Gregori mettono insieme un’improbabile tournée, sarà l’inizio dei cantanti negli stadi. Un’altra sera io e Cristian cercavamo di rimorchiare e ci siamo trovati a parlare con uno chef stellato davanti a una serranda chiusa.

Francesco Farabegoli di Bastonate ha messo su una collezione di storie su canzoni italiane. La mia fa così:

Paolo Conte è un avvocato di Asti, ha 42 anni, sta andando al ristorante con sua moglie, a Roma. L’anno scorso è uscito il suo terzo disco: si intitola Un gelato al limon, come la canzone. Fuori dal ristorante incontra Francesco De Gregori che lo saluta e si scusa, gli chiede di perdonarlo. È il 1979, De Gregori è tornato dalla tournée con Lucio Dalla: Banana Republic, come la canzone che dà il titolo al disco.

– Andiamo al concerto di Lucio Dalla, aveva detto mio padre; siamo arrivati sul prato e ci siamo sdraiati, fuori. – Tanto si sente anche da qui, ha detto mio padre. Le canzoni arrivavano come un’eco: qualche parola ogni tanto, gli applausi del pubblico, certi momenti musicali più sostenuti, un crescendo, una ritmica insistita e basta. – Io non sento bene, avevo detto a mio padre, – Andiamo dentro a sentire che si sente meglio. – Per andare dentro bisogna pagare il biglietto, quindi si sente bene anche qui, mi aveva risposto lui. Da allora le canzoni di Lucio Dalla mi arrivano come un’eco lontana anche se le metto a un bel volume pieno, in macchina con i finestrini chiusi. Poi si presta la sua voce, quel gusto di sospensione che ha.

Quasi in ogni piatto si possono trovare, oltre agli ingredienti della ricetta, anche quelli di una storia: un incipit, uno sviluppo e un finale, scrive Michael Pollan nel libro Il cotto. Fuori dal ristorante De Gregori si scusa con Paolo Conte perché nel tour, con Lucio Dalla, hanno fatto una canzone di Paolo Conte, quella che dà il titolo al disco, la canzone che Paolo Conte ha dedicato a sua moglie: Un gelato al limon. De Gregori si scusa perché nel concerto hanno fatto un arrangiamento della canzone che, gli dice, non rende la profondità del testo, – Ma no, mi avete fatto un gran regalo, dice Paolo Conte.

Se fossi un professore di letteratura e dovessi spiegare il correlativo oggettivo a una classe di scolari, credo che userei la canzone di Paolo Conte: Un gelato al limon, con le strofe che hanno quel tono intimo per via delle immagini private, difficili da capire: “quel sogno arabo che ami tu”, quale sarà questo sogno? Gli “abissi di tiepidità”, gli “oceani notturni” e poi, invece, nel ritornello una cosa che sappiamo tutti: un gelato bianco che sa di limone.

Io nel locale avevo notato la ragazza bionda e alta. Era strano che una ragazza così bella ricambiasse così, diretta, lo sguardo mio.

Continua qui, su Bastonate.

Il pullman dietro

Io, non lo dico per vantarmi, sono entrato nella sede di un partito politico una volta sola. Magari domani mi ricapita ma per adesso è così.

Era a Torino, io sono di Torino, era la sede del Partito Democratico della Sinistra, credo si chiamasse così in quel momento, era luglio del 2001, io avevo ventidue anni.

Nella sede di quel partito politico si decideva che vista la situazione non si poteva garantire la sicurezza delle persone, non si poteva organizzare un servizio d’ordine e che quindi non si potevano portare le bandiere del Partito alla manifestazione, la manifestazione era a Genova, dove si teneva una conferenza di capi di stato nota come G8. Era il 20 luglio del 2001, nel pomeriggio era morto Carlo Giuliani.

Però i pullman per Genova erano prenotati e chi voleva poteva trovarsi il mattino dopo in Piazza Arbarello, una piazza di Torino, e partire per Genova, in un certo senso per i fatti suoi o come si suol dire a suo rischio. Potrei aver capito male ma credo che il viaggio lo pagasse l’Arci. Noi eravamo io, Chiara, Daniele e Tommaso, ci siamo svegliati presto e ci siamo trovati in Piazza Arbarello; Marco che era del Partito e che sarebbe sceso a Genova anche lui ha contato tutti quelli che erano sul pullman e segnato i nomi, era sabato.

Io non mi ero portato nessuna macchina fotografica, guarda quanta gente che fa fotografie, avevo pensato, bastano già loro, avevo pensato e oggi, che sono passati quindici anni, mi è venuto in mente che forse una foto, una foto mia, mi sarebbe piaciuto averla di quella giornata. Oggi fotografo un sacco di cose, per via della facilità e della disponibilità di una macchina fotografica dentro il mio telefono. Poi a vent’anni si ha un atteggiamento diverso verso l’archiviazione dei ricordi, non sembra un fatto necessario o almeno non impellente.

Quindici anni dopo ci sono delle sentenze di tribunali italiani e internazionali che dicono alcune cose precise su quello che successe in quei giorni, a luglio, a Genova, durante le manifestazioni in contemporanea al vertice dei capi di stato noto come G8.

Il ritrovo, alla fine della manifestazione, era nel piazzale di Marassi, davanti al carcere. Marco ha rifatto l’appello, c’eravamo tutti, e siamo saliti sul pullman. Guardavamo dai finestrini e abbiamo visto un cordone di polizia  che si chiudeva subito dopo passato il nostro pullman, abbiamo pensato che eravamo stati fortunati a non essere sul pullman dietro.

Quando son tornato a casa, e son rimasto da solo, ho cominciato a guardare i telegiornali e dopo tutta quella giornata ho capito per che motivo ci ero voluto andare a Genova, quel giorno: sabato 21 luglio 2001. Ero tornato senza neanche una fotografia, senza un graffio,  con la mia versione dei fatti.

L’oceano

Andranno mai le cose a posto? All’Università un professore sadico aveva messo un seminario con obbligo di frequenza il sabato mattina alle otto. Il tema era l’analisi del libro di Giobbe della Bibbia. Giobbe è noto per avere una grande capacità di sopportare le sofferenze. Il titolo del seminario era una citazione da quel Libro: Avranno fine le parole vane? Tutta questa sofferenza, ma perché?

Nel 1992 con le bombe nelle strade il mondo aveva cominciato a vacillare, il mondo degli adulti. Io ero un ragazzo, non giocavo a ramino, come nella canzone di De Gregori, ma avevo paura di sbagliare i calci di rigore, come nella canzone di De Gregori. Il mondo, in tempo di pace, lo ricevi dagli adulti e ti fidi. In tempo di guerra il mondo vacilla per tutti. Le bombe segnano il confine della pace.

Il 1994 è, come noto, un anno in cui sono successe alcune cose capitali. Il mondo degli adulti ha vacillato, ma ha resistito. Con tante cose nuove, tipo Silvio Berlusconi candidato alle elezioni, André Agassi che vince Wimbledon. Il mondo degli adulti non è quello dei ragazzi. I ragazzi  pensano che potranno diventare André Agassi, vincere Wimbledon, fidanzarsi con Brooke Shields, che hanno visto nuda, tutta nuda, in un film su Rete4, la televisione di Silvio Berlusconi. Votarlo o no è un problema degli adulti.

I ragazzi pensano che potranno diventare delle rockstar, ma delle rockstar che non ci stanno a fare le rockstar, almeno lo pensavano fino al 1994, almeno lo pensavo io, e intanto potevi cominciare a vestirti come loro, per fare pratica. Io avevo due buchi al lobo dell’orecchio, i capelli a metà schiena e altre cose del genere. Quando la rockstar si suicida non è più il mondo degli adulti a vacillare, è il confine che salta.

Il 1995 è l’anno in cui le cose si mettono a posto. L’ho capito vent’anni dopo. Vent’anni è il periodo di tempo tra il primo e il secondo libro dei Tre moschettieri, è il tempo standard perché le cose tornino di moda, è una cifra tonda; in vent’anni hai il tempo di farti un’idea su cosa sia stare dalla parte degli adulti.

Se eri ragazzo all’inizio degli anni novanta non avevi il problema di votare Silvio Berlusconi, avevi il problema di decidere se volevi essere i Pearl Jam o i Nirvana. Poi, nel giugno del 1995, un anno dopo che Kurt Cobain s’è ammazzato, Neil Young pubblica Mirror Ball, il suo ventiduesimo album in studio e lo suona con i Pearl Jam, mettendo le cose a posto. Mettendo le cose a posto perlomeno per me: perché dentro Mirror Ball c’è la prima canzone da adulto che io ricordi. E anche se è una canzone che dice Io sono un incidente, stavo andando troppo veloce – Io sono l’oceano, per me dice, l’ho capito vent’anni dopo: no, le cose non andranno mai a posto una volta per tutte, ma solo una alla volta.

Ho fatto la guerra e mi è rimasta voglia di ballare

Mi ricordo dove ero quando ho letto la prima pagina de La paga del sabato di Beppe Fenoglio: ero seduto sulle panchine di pietra di piazza Vittorio a Torino.

In quel periodo stavo cercando lavoro, e forse è per questo motivo che mi ricordo così bene l’inizio di quel libro che avevo preso dalla libreria di mio padre, una copia dell’edizione del 1969.

La paga del sabato di Beppe Fenoglio è il suo romanzo di esordio, il primo che ha scritto tornato dalla guerra, ma è uscito postumo, nel 1966, per la casa editrice Einaudi.

Fenoglio è morto nel 1963, aveva dato delle indicazioni chiare e suggestive per la sua lapide. La lapide di Fenoglio a me è capitato di vederla in una circostanza buffa.

Quando avevo vent’anni, alla scuola di teatro, avevo trovato un amico col quale passavamo delle notti a vedere spettacoli, film; a parlare, bere, fumare. Questo mio amico, che era un cantante lirico che arrivava al Mi alto senza falsetto e leggeva Ariosto a colazione, è morto a 32 anni.

Quando mi sono organizzato per visitare la sua tomba, ho sbagliato città: invece del cimitero nell’astigiano dove sta la sua, sono andato ad Alba; mentre cercavo la lapide del mio amico Simone, ho trovato quella di Beppe Fenoglio.

Sulla tomba di Beppe Fenoglio c’è scritto

1922 – 1963

partigiano e scrittore

Poi il lavoro l’ho trovato. Ho trovato anche la tomba del mio amico.

Sabato 25 aprile 2015, per la Festa della Liberazione, al Casseta Popular di Torino, con Cristian Cerruto Delmastro, facciamo uno spettacolo che si intitola È SEMPRE SABATO SERA QUANDO NON SI LAVORA, e viene da La paga del sabato di Beppe Fenoglio. Parla di lavoro e di ballare.

Samuele Carosiello©

Samuele Carosiello© per È SEMPRE SABATO SERA QUANDO NON SI LAVORA

 Qui c’è un sito con tutte le cose dello spettacolo: la paga.

I calzini

Conosco la storia di un mio amico, per il fatto che me l’ha raccontata lui stesso, ieri all’osteria.

Dice il mio amico che lui non crede in dio ma l’altro giorno gli è capitata una rivelazione. Siccome non sapeva a chi dire grazie per questa rivelazione, ma voleva ricordarsene per bene, ha deciso di chiamarla la rivelazione dei calzini. Perché, quando gli è capitata la rivelazione, si trovava davanti al cassetto dei calzini.

Se il mio amico fosse stato un uomo di lettere, avrebbe detto l’epifania dei calzini. Come c’è l’epifania in Dedalus di Joyce, per esempio, mi sembra, quando lui vede una donna con le gambe nude nell’acqua e la gonna tirata su e dice quella cosa in latino: Non sarò un servo.

Se ci pensi la Befana, all’Epifania, porta i doni in un calzino.

Invece il mio amico non è dotto, non crede in dio e penso neanche nella Befana e ieri, all’osteria, mi raccontava che era lì davanti al suo cassetto di calzini, appena sveglio, doveva decidersi per quali calzini prendere e si è ricordato che spesso, mentre doveva decidersi che calzini prendere, aveva sentito una voce che gli diceva:

-Ma guarda che disordine questo cassetto. E a lui veniva da rispondere -In effetti, dovrei tenere questo cassetto della biancheria più ordinato, al buio faccio fatica a trovare i calzini e le mutande che mi servono.

-Lo vedi, non trovi niente in questo disordine, è freddo fuori e oggi patirai il freddo  perché anziché i calzini di lana ti metterai quelli di cotone, perché non sei capace di badare e te, di tenere a modo i cassetti, devi perderci delle ore, al mattino, appena sveglio, a frugare nelle calze. Ma sarà una buona maniera di impiegare il tempo del risveglio? Ah, ma te ne accorgerai oggi, quando sentirai freddo per via dei calzini di cotone, quanto poco sai badare a te. E a lui, al mio amico, gli veniva sempre di rispondere -Dovrei mettere in ordine così quando mi sveglio al mattino, ci metto poco a trovare i calzini adatti alla stagione, è da queste cose piccole che uno può volersi bene, prendersi cura di sé.

E poi un’altra volta quella voce gli diceva -Bravo dài, prendo quei calzini di quel verdino lì, quelli sì che ti devi vergognare se ti si alza il pantalone sulle scarpe e li mostri a tutti quei calzini di quel verde lì. Ma cosa avevi in testa quando li hai comprati, non distinguevi i colori? Oppure -Ma chi ti credi di essere con quelle calze a righe, dove credi di andare, chi credi che abbia del tempo da perdere a guardare le tue calze? E lui, il mio amico, mi raccontava ieri all’osteria che rispondeva alla voce -In effetti farei meglio a comprare delle calze tutte uguali, di uno stesso colore, sarebbe anche più pratico trovare la coppia, presto di mattina.

E insomma tempo io ne avevo, ma mi sarebbe piaciuto capire quando arrivava questa rivelazione, la rivelazione del cassetto dei calzini. E il mio amico mi ha detto -Stamattina ho sentito la voce che mi diceva -Eccoti qui, apri il cassetto, vediamo come te la cavi stamattina, il solito disordinato, e lui stavolta le ha risposto, alla voce del cassetto dei calzini -Hai finito di rompermi i coglioni?

-E via quella voce, mi ha detto; una voce che ci aveva fatto l’abitudine a sopportarla, una voce che non gli dava mica dei buoni consigli, che era sempre lì a giudicarlo per il verso cattivo e che lui pensava di doverci stare assieme per sempre, un bel mattino, davanti al cassetto delle mutande e dei calzini, è scomparsa. Al suo posto c’era il silenzio.

Io detto, al mio amico, ieri all’osteria, che mi sembrava una bella storia anche se non ero sicuro di averla capita del tutto, che però mi aveva fatto venire in mente una cosa che era successa a me. Dovevo andar via dalla casa dove stavo con mia moglie e con mia figlia, e non sapevo dove e mio padre mi ha detto -Vai pure a stare a casa mia, io sono dalla morosa. Ci sto ancora adesso in quella casa lì, ma non è tanto questo. È che quando si è capito che non mi sarei fermato una notte o due in quella casa, ma magari un po’ di più, mio padre mi ha fatto un regalo: dei calzini nuovi.

Una birra media

Una volta, quando sentivo di Nino e della sua paura di tirare i calci di rigore, ero Nino.

Una volta, grossomodo all’età di Nino, sentivo una canzone che dice

Uno perché a me mi piace andare veloce
che quando sali su vedrai poi come ti piace
due perché con te potremmo andare in giro
col serbatoio pieno e col giubbotto nero
fazzoletto al collo e lo sguardo incazzato
per me una birra media e per te un gelato

E quando la sentivo avevo già di sicuro ordinato dei gelati ma mai una birra media.

Una volta, quando sentivo di Nino con le spalle strette e le scarpette di gomma dura, ero Nino, adesso sono quello che gli dice di non aver paura.

La barba

Mio padre aveva la barba. Io avevo la barba anche dieci anni fa. Ci son dei segnali. A me sono piaciuti diversi signori con la barba, nel tempo: Giuseppe Verdi, Karl Marx, Jim Morrison. Dieci anni fa avevo la barba ma la radevo di continuo, la tenevo corta, cinque – sette millimetri. Mio padre di quelle barbe rase diceva -Mica saranno delle barbe quelle.

Un estate l’avevo tagliata del tutto la barba, prima di partire per un viaggio da solo con mio figlio e la mia ragazza mi aveva detto -Meno male che io non vengo così quando ci rivediamo ti sarà ricresciuta.

Dieci anni fa la barba, se non era una cosa rara, era di sicuro più rara di adesso. Per esempio i cantanti. C’era il cantante dei Cake che aveva la barba, ma appunto erano i Cake. Poi ci sono dei segnali che le cose stanno cambiando. Da noi i segnali per esempio sono stati due, secondo me: Lorenzo Cherubini e Fabio Volo. Fabio Volo e Lorenzo Cherubini sono chiaramente due senza barba. E invece. Continue reading

Il tagliagole

Pensa a un allenatore che a sessantasei anni sta facendo la sua migliore stagione in carriera, una carriera iniziata ad allenare le giovanili della Sampdoria nel 1976; la prima panchina all’Albenga nel 1980.

Per la prima volta in carriera si gioca l’Europa League, l’anno scorso è arrivato in alto in classifica come non mai; si è fatto la fama di uno che fa giocare bene la squadra, che sa far rendere i giocatori, anche quelli poco valutati, anche i giovani, anche quelli che sembravano finiti.

È lì che la società gli ha venduto i pezzi migliori in cambio dello scarto dell’ultima in classifica, di giovani sudamericani che patiscono il freddo, di scommesse che di certo hanno solo il risparmio; è lì in casa della prima in classifica che rischia di vincere.

Invece perde, negli ultimi dieci secondi, e quando un tifoso dei suoi se la prende con il ragazzo di vent’anni che ha sprecato la partita, la sua partita, il ragazzo di vent’anni che secondo lui deve fare il regista della sua squadra, perde la pazienza.

Non se la prende con la società, che con un briciolo di intelligenza adesso non sarebbe in zona retrocessione ma nei primi sei posti in alto, non se la prende coi suoi, quello magari dopo, non se la prende con l’arbitro, con gli avversari, che giustamente esultano, se la prende col suo tifoso e difende il suo giocatore, il suo regista di vent’anni.

-L’esperienza si fa sul campo. Ha detto Giampiero Ventura, dopo aver perso la partita di cui tutti gli saremmo stati grati.

Quando ho visto Ventura fare il gesto del tagliagole al tifoso che insultava Benassi, regista di vent’anni in prestito dall’Inter che ha sprecato il primo derby che il Torino FC rischiava di pareggiare o di vincere dopo tanti anni, mi è tornato in mente Carlo Mazzone che corre sotto la curva dei tifosi avversari.

Quando ho visto un allenatore che vede la sua migliore stagione in carriera in gran pericolo per un mercato sciagurato e miope, la partita più partecipata persa all’ultimo per un errore stupido dei suoi, quando ho visto questo allenatore difendere il suo giocatore e dire solo: -L’esperienza si fa sul campo, ho pensato che abbiamo qualcosa da imparare, come dalla corsa di Carlo Mazzone, anche dal gesto del tagliagola di Giampiero Ventura.

Cosa lasciano i padri

Humans Of New York è un libro di successo (ottobre 2013), è diventato un Best seller del New York Times nella prima settimana. Viene da un sito di successo (2010), un blog, un Tumblr: secondo il fondatore di Tumblr (2007) – David Karp – il migliore di tutti i Tumblr, il suo preferito. Tre colonne ininterrotte di fotografie, ciascuna completata da un breve testo.

Humans Of New York, random screenshot

L’autore di Humans of New York si chiama Brandon Stanton, ha cominciato nel 2010 quando era disoccupato, la fotografia era il suo hobby e stava piovendo. Era per strada senza un ombrello e incontra un vecchia signora; le fa un ritratto, le scatta una fotografia da vicino, così vicino che si trova sotto il suo ombrello. A quel punto le chiede: -Se mi potessi dare un solo consiglio, quale mi daresti. Lei gli risponde: -Quello che mi diede mio marito, quando stava per morire. Gli chiesi “come faccio ora a vivere senza di te?” e lui mi rispose “Prendi l’amore che hai per me e spargilo ovunque”.

È una linea editoriale. L’epifania di un’immagine e della sua schietta didascalia, che magari è un piccolo dialogo o un racconto commovente: -Mio papà era un poliziotto, la mattina dell’undici settembre non era in servizio ma si diresse verso le torri e rimase schiacciato dal crollo della seconda perché stava tentando di salvare una persona rimasta intrappolata durante la fuga. Ero a scuola e quando ho visto che tutti ricevevano telefonate e messaggi ho capito che era successo qualcosa di grosso e sulla strada di casa mi sono detto “chissà che straordinari toccheranno a papà per questa cosa. Sarà laggiù a salvare persone un giorno dopo l’altro e non lo vedrò per settimane”.

Nei testi di HONY si trovano il semplice imbarazzo di essere fotografato: -Ci sono i miei colleghi che stanno ridendo di me; o qualcosa di davvero personale: -La terapia sta andando bene; o banalmente scherzoso: -Nella vita credo in tre cose: mangiare bene, fare sport e non fumare. Immagino di poter migliorare nella terza, dice il signore con il sigaro in mano.

New York è il palco della contemporaneità e questa è una sfilata invitante che dice: partecipa! alla comprensione se non all’immedesimazione. HONY è The Sartorialist (2005) ma a proposito della gente comune, sono le foto di Vivian Maier (2007) ma all’oggi e con la rivelazione sulle labbra, a metafora svolta, da condividere con gli amici.

Humans Of New York è costruito come un puzzle senza ordine stabilito per i pezzi, come un’inquadratura su un campo lungo nella quale puoi scegliere che particolare notare, chi viene per primo e chi trascurerai. Quindi è una tecnica di costruzione che favorisce la coabitazione delle diversità, degli stili, delle contraddizioni. C’è un signore con un abito da business man, che dice che la sua impresa nel cloud computing ha un ottimo mercato ma siccome è un settore che non ha pause teme di esserne assorbito: eppure ci sarebbe così tanto altro da fare nella vita oltre il lavoro. C’è un signore, di profilo, con gli occhiali da sole e il volto pesantemente tatuato, che dice: -Mio padre era strafatto di crack, mia madre bipolare. È quello che è.

Sfogliare Humans Of New York ha un effetto positivo. È attuale: poco testo e immagini che sembrano spontanee e famigliari; l’effetto è: ispirazione e consolazione. Il mondo è quello che è, in fondo siamo felici di farne parte, di poter dare il nostro contributo, di avere la nostra presenza. Di proiettarci sullo scenario della contemporaneità, immaginando uno sfondo, un vestito e una frase che suoni sincera e appropriata.

Appendice

C’è un uomo vestito da cerimonia di Laurea, con il diploma in mano. Vicino a lui un bambino, con la cravatta. Il testo dice: -Qual è il miglior consiglio che tuo padre ti abbia mai dato? -Niente scuse.
È l’emblema di un successo possibile, è inspiring e allo stesso tempo leggera; funziona perfettamente: il testo completa l’immagine dotandola di un senso che immediatamente la supera: è anche ideologica, di una ideologia leggera e inspiring: dipende da te, se lo vuoi e se lavori duro tutto è possibile. Forse lo spirito positivo di HONY può essere riassunto da quest’immagine.

Albert Camus era rimasto orfano di padre quando aveva un anno. In una recente biografia, si dice che ci fu un episodio rilevante per Albert Camus, rispetto a suo padre. L’episodio gli era stato probabilmente raccontato dalla madre. Suo padre si era alzato alle tre del mattino, aveva attraversato Algeri a piedi per arrivare in tempo, un’ora dopo, all’esecuzione di un uomo che faceva il suo stesso mestiere: un bracciante, nel settore vinicolo. L’uomo aveva commesso un omicidio particolarmente violento, uccidendo il suo padrone e i suoi due figli piccoli, con un martello. L’uomo era stato catturato e condannato alla pena di morte per decapitazione. Il padre di Camus era d’accordo con la sentenza e anche per questo ci teneva a essere presente. Ma una volta tornato a casa aveva vomitato tutta la notte, l’esperienza della decapitazione lo aveva sconvolto e non volle parlarne mai più.

Dice, questa biografia (ottobre 2013), che quell’episodio fu influente nel determinare l’atteggiamento futuro da parte di Camus nei confronti delle contraddizioni.

Walpole era un hipster

Ora si sta affermando un nuovo stile, mutante, trasversale, transatlantico. Un melting pot di stili, gusti e comportamenti che va genericamente sotto il nome di stile ‘hipster’. Lo stile hipster ha operato un’appropriazione artificiale di stili differenti, provenienti da epoche differenti. L’hipsterismo è lo stile caratteristico della fine dell’occidente – una cultura persa nella riedizione superficiale del proprio passato, incapace di creare qualcosa di nuovo. Non è soltanto insostenibile, ma suicida.
Douglas Haddow, Adbusters, 2008, nella traduzione di Tiziano Bonini.

Strawberry Hill house on September 23, 2010 in London. Designed and created as a gothic fantasy between 1747 and 1792 by Walpole. Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images

Strawberry Hill house on September 23, 2010 in London. Designed and created as a gothic fantasy between 1747 and 1792 by Walpole. Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images

Walpole decise che sarebbe stato noioso costruire la sua villa estiva a Strawberry Hill come una delle tante corrette ville palladiane. Egli aveva il gusto dello strano e del romantico ed era noto per la sua stravaganza, per cui fu veramente degna di lui l’idea di costruire Strawberry Hill nello stile gotico come un castello romantico del passato. A quel tempo, attorno al 1770, la villa gotica di Walpole fu considerata una bizzarria di chi voleva ostentare i propri gusti di conoscitore dell’arte. Ma, vista alla luce di ciò che seguì, fu ben altro: fu il primo segno di una consapevolezza nuova, grazie alla quale la gente poteva ormai scegliersi uno stile architettonico come ci si sceglie una carta da parato.
E. H. Gombrich, La storia dell’arte raccontata da E.H. Gombrich, Einaudi, 1979, p. 473

© 2017 eudemonico

Theme by Anders NorenUp ↑