Crea sito

CategoryApprossimazioni

I valori dell’occidente

– Hemingway primo in classifica, questo è il riscatto dell’occidente!

– Hemingway primo in classifica, ma di cosa stai parlando?

– La classifica di vendita dei libri! I francesi, dopo gli attentati di Parigi, stano comprando 500 copie al giorno di Festa mobile, la storia di quando Ernest Hemingway era a Parigi per diventare scrittore, i magazzini hanno finito le scorte, in libreria non si trova, lo stanno ristampando.

– Puoi abbassare la voce? ci sentono tutti.

– Ma non capisci, Hemingway deve andare primo in classifica perché è da lui che impariamo a essere uomini, maschi bianchi occidentali che rispondono alla sfida del presente!

– Occristo, mi sembri Giuliano Ferrara, per favore ordina un altro pastis e fatti passare la smania di trovare i valori dell’occidente all’ora dell’aperitivo.

– A me Hemingway ha insegnato cos’è essere un uomo.

– C’entra con la moda hipster del farsi crescere la barba?

– Non sarà colla tua ironia che ci salveremo il culo. Leggi La breve vita felice di Francis Macomber. È la storia di marito e moglie che vanno a fare un safari in Africa, per sparare a leoni e rinoceronti. La coppia litiga e discute. Una notte la moglie, stufa di litigare, si fa la guida che li portava in giro e gli insegnava a sparare. Il giorno dopo il marito li scopre e lì si rende che invece di dispiacergli non gliene frega niente.

– Dove sta la lezione?

– Che lui appena si libera dalle pressioni esterne e prende la sua decisione finalmente è felice. La lezione è che è lì che diventi un uomo, quando sei capace di affrontare la tua decisione al di là delle pressioni sociali e personali che ricevi. Quando prendi la tua decisione anche al di là delle conseguenze.

– Il racconto finisce così?

– No.

– E come?

– E niente, la moglie lo centra con una fucilata in testa.

(Continua)

Compleanni e gente morta (la complessa elaborazione del lutto degli adolescenti durante gli anni ’90)

Un cerchio di persone sedute, riunione dei novantisti anonimi.

– Ciao mi chiamo Diego ed ero adolescente durante gli anni ’90.

(tutti)

– Ciao Diego.

– Raccontaci quello che vuoi, non ti preoccupare, qui non ti giudichiamo.

– Dunque, non so bene come cominciare. Oggi è il 1995, no, cioè, scusate, oggi è il 12 novembre. Io lo celebro il 12 novembre perché è il compleanno di Neil Young, sono molto legato a Neil Young. Sapete che Kurt Cobain aveva detto che lui da vecchio voleva solo diventare come Neil Young e scrivere canzoni con la sua chitarra acustica?

– Occristo, io un’altra storia su Cobain non ce la posso fare.

– Andrea, cerchiamo di portare pazienza, Diego sta cercando di raccontarci qualcosa di importate per lui.

– No, no, avete ragione. Però vi ricordate quel senso, quel senso di, insomma un giorno pensavamo che ci saremmo presi il mondo, che con l’aria paranoica e i capelli non lavati avremmo conquistato ragazze che somigliavano a Winona e il giorno dopo abbiamo dovuto affrontare il fatto che con l’aria paranoica e i capelli non lavati potevamo più probabilmente arrivare a tirarci una fucilata in testa.

– Ah, io ce l’ho avuta una ragazza che somigliava a Winona ed è il più bel ricordo di quel periodo. Il più bel ricordo di quel periodo a parte le serate in cui Rete 4 passava Laguna blu.

– Ecco, vi ricordate quando Agassi ha vinto Wimbledon, lì voi non avete pensato che allora anche noi avremmo potuto fare un giro con Brooke Shields?

– Tu ci sei andato sotto coi videoclip, lasciatelo dire. Quante ore di MTV ti facevi al giorno?  Voglio dire adesso lo sappiamo: allora pensavamo di avere dei gusti musicali invece era solo la rotazione di MTV. I video musicali avevano creato l’illusione di portarci gli artisti in casa e l’artista in casa ci dava l’impressione che avremmo goduto del loro stile di vita: le ragazze, la droga, le chitarre.

– Non è che c’ero andato sotto io, c’erano sotto tutti, i Queen dicevano che non avrebbero più fatto live perché preferivano fare i video.

 – Non so se lo sapete ma i Van Halen fecero un video con una classe di bambini di dieci anni arrapati per la maestra in minigonna. Cioè gli arrapati erano loro, ‘sti cazzo di capelloni con la giacca di pelle e i pantaloni attillati, in mezzo ai bambini conciati come loro. Bambini di dieci anni, non so: mi spiego?

– Ve li ricordate i video del Motley Crue con le spoglierelliste?

– Quella roba hard rock, tipo metal, era la peggiore.

– Pensa a quanti culi in primo piano sono arrivati dopo, con l’hip hop.

– Neil Young è una figura paterna, dopo il 1994 avevamo bisogno di qualcuno di rassicurante.

– Nel ’94 i padri, in genere, pensavano alla discesa di Silvio Berlusconi.

– Nel 1995 è arrivato Neil Young a tirarci su il morale e a dirci che non saremmo morti tutti, suicidi, lasciando una vedova che ci aveva intrappolato nella sua cosina a forma di cuore. Almeno a me ha fatto quell’effetto. Neil Young ha preso Johnny Depp, che è l’archetipo del fidanzato di Winona, cioè quello che noi avremmo voluto essere, e l’ha messo, moribondo, su una piroga. Ha spinto la piroga sul fiume che andasse a finire nell’oceano.

– Dove starebbe la rassicurazione?

– È stato un rito, un rito funebre.

– Neil Young ha ricomposto le cose. Infatti nel ’95 con chi l’ha fatto l’album? Con i Pearl Jam. Ha messo insieme tutti, ha azzerato i conflitti e ha sciolto la veglia funebre dicendo: “Non vi preoccupate, lasciamoci le spiagge tristi alle spalle. Non vi preoccupate quando arriveremo all’oceano ce ne staremo allegri, tra di noi. Sedetevi sulle mie spalle, sono io il gigante, sono io l’oceano”.

Io sono l’amore mimetico

– Noi siamo quello che ci manca.

– Siamo quello che desideriamo.

– Se avessimo tutto non desidereremmo niente, dobbiamo mancare di qualcosa per desiderarlo.

– Ma il desiderio non è nostro.

– Finché non ce l’abbiamo desideriamo l’oggetto del nostro desiderio.

– No, no, proprio la scelta di cosa desiderare non è nostra, non è mia, non è tua.

– E di chi è?

– Eh, sta in giro.

– In giro dove?

– Nei tuoi amici, nei tuoi conoscenti, nella società, dove abiti. Desideri quello che desiderano gli altri. Impari a desiderare a seconda di cosa si desidera intorno a te e poi desideri di arrivarci per primo.

– Minchia che fatica.

– Potessimo desiderare ciascuno una sua cosa, ciascuno una cosa diversa, ce ne sarebbe per tutti.

– Eh, in effetti non funziona così.

– Però l’alternativa è sgozzarsi per i bisogni essenziali.

– La società è  quel posto dove si combatte per desideri accessori.

– La società è quel posto dove siamo quel che fingiamo di essere.

– A patto di credere alla finzione.

– A patto di credere a diverse finzioni, a partire da quella di essere uguali nella società.

– Hai sentito di questo Girard che è morto?

– Sì ma adesso figurati se mi metto a leggere antropologi francesi per far figura nelle conversazioni.

– Guarda, ti pigli questo romanzo di Tom Wolfe e ci trovi tutto, la competizione sociale e l’amore mimetico ambientato nelle università americane: il posto dove si allevano i migliori di tutta la società e li si mette gli uni contro gli altri. È parecchio bello.

CS_cover

Più Pasolini di te

– Veramente vi interessa sapere cosa è stato Pasolini per me?

– Chissà perché a dire “Pasolini” gli dà in vento in testa alla gente.

– Ah, non lo so. Io mi ricordo che mi ero spaventato a vedere la locandina delle 120 giornate di Salò, da ragazzino, al cinema Eliseo in piazza Sabotino a Torino: le persone portate al guinzaglio come i cani. Era molto preoccupante.

– Il finale del Decamerone è il motto paraculo di qualunque studente del DAMS.

– Qual è? non sono sicuro di averlo visto.

– Quello su quanto sia bello immaginare l’opera, in senso l’opera d’arte, più bello pensarla che realizzarla.

– Ah, sì, quello a episodi. A me piace il Vangelo di Matteo.

– Ma dài, immagina di dire a un gruppo di nati nel ’90: adesso ci guardiamo un bel film sul Vangelo di PPP.

– Mi il ricordo il pomeriggio: passava su Rete4, non avevo  niente da fare, ero ancora a casa dei miei, pensavo avrei smesso di guardarlo dopo pochi minuti e invece lo vidi tutto e mi piacque moltissimo. Mi ricordo della sensazione di sorpresa. Era in bianco e nero con attori del posto, forse a Matera come quello di Mel Gisbon.

– Gli articoli erano fighi.

– Ma ci sono un sacco di cose fighe: quei filmati dove intervistava la gente al mare, sul sesso. Mi sembra di vedere veramente come erano gli italiani negli anni ’60, di vederli per la prima volta.

– Quelle interviste sul fascismo della televisione.

– Certo era un bell’uomo.

– Elegante.

– Cavani, l’ex del Napoli gli somiglia un poco.

– Comunque Pierpaolone m’ha svoltato un paio di regali di Natale a mio padre, quando veramente non sapevo che fare. Sai la raccolta di poesie Petrolio, o si chiamava Bestemmia? quelle in dialetto. Un libro mai aperto.

– Una volta ho mandato Mi domando che madri avete avuto… a un amico che si era messo con la mia ragazza. Avrei fatto meglio a dargli un pugno e chiuderla lì.

– A me avevano dato Ragazzi di vita a un corso di Letteratura moderna, due palle. Lo dissi al professore: io mi aspettavo chissà che e invece. Gli dissi anche l’ha letto Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby Jr? quello sì che sono cazzi. La scena della gente del quartiere che fa la fila per ammazzare di botte lo stupratore me la ricordo ancora adesso. Non l’aveva letto, il Prof di Letteratura moderna.

– Adesso Brooklyn è di moda, come è di moda il Pigneto.

– Quando le borgate erano le borgate.

– Quando le borgate le cantava Eros.

– Più Pasolini di te, più bella cosa non c’è.

Il primo

In un caffè a Torino, ieri.

– Sono contento di averti conosciuta che eri poco più di una ragazzina. Adesso sei una donna e sei bella come allora.

– Non ricordo molto dei nostri incontri.

– C’è una sola cosa che vale la pena di ricordare e sono i tuoi occhi dopo che abbiamo fatto l’amore. Eravamo nella vecchia casa di mia madre, una casa che adesso non esiste più, è stata venduta. Eri stupita. Mi ricordo i tuoi occhi. Mi hai guardato, eri stupita. Non che tu abbia condiviso qualcosa con me. Non mi avevi detto niente, ma si vedeva che ti stavi chiedendo qualcosa rispetto al passato, rispetto al fidanzato che avevi prima. Potrei sbagliarmi, ma mi sembra di ricordare avessi avuto un lungo fidanzamento prima di me. Ti sei girata da un lato e hai smesso di guardarmi, mi hai guardato per un breve momento, io ti ero sopra, poi ti sei voltata di lato.

– Poi eri venuto su a Londra, quell’estate?

– Londra era stata un disastro.

– Io ero stata un disastro.

– Quel tizio, quel tizio grosso, che stava nello studentato, il tuo amico: volevi stare con lui, non con me. Te l’avevo anche detto.

– Non mi ricordo.

– A Londra mi ero trovato a girare per la città a cercare dove dormire, a piedi, senza indicazioni, due bancomat non mi avevano preso la carta.

– Mi ricordo di averti chiesto di andartene.

– Era stato divertente entrare di nascosto nel tuo studentato, a Marble Arch. L’unica cosa che ti rimprovero è che mi avevi chiesto le sterline per smezzare la stanza.

– Poi avevi trovato da dormire?

– Sì, mi avevi anche raggiunto, non ti ricordi? Mi sembra fosse un ostello vicino a Chelsea. La moquette puzzava, era blu, una stanza con diversi letti. Il tizio nel letto sopra il mio dormiva coi calzini ai piedi. Mi ricordo i suoi calzini che spuntavano dal letto. Quando eri passata avevamo preso una birra nella sala giochi dell’ostello, c’erano il biliardo, le freccette. Il posto era pulcioso. Tu eri in imbarazzo: quando hai visto dov’ero, hai avuto la conferma che non avevi perso molto a chiedermi di andarmene.

– Ci siamo baciati con Mark, il tizio grosso, come l’hai chiamato. Aveva la stanza in fondo al corridoio del dormitorio. Ci siamo baciati il giorno prima che tornassi in Italia.

– Mi era simpatico. Con me era stato gentile, ricordo che ci eravamo parlati a colazione una volta, nella caffetteria con la vetrata su Oxford Street. Mi consigliava di fare una passeggiata nel parco. Tu eri a lezione. Quel giro a Londra, dopo che me ne ero andato, con la paura di restare senza soldi, coi bancomat che non mi prendevano la carta, senza sapere dove andare, avevo provato una paura reale. La paura di essermi perso. È stata un’avventura divertente, a ripensarci. È successa al momento giusto. Ora, con internet, non sarebbe possibile.

– Cercheresti una stanza su Trip Advisor.

– Avrei prenotato un Airbnb e non sarei venuto al tuo studentato.

– Forse sarebbe andata meglio. Ma noi come ci eravamo conosciuti?

– Avevi dimenticato un accendino, fuori dalla biblioteca, l’aula studio a fianco di Palazzo Nuovo. Io l’avevo trovato, conservato, e quando ci eravamo trovati fuori, tutti e due a fumare, te l’avevo restituito.

– Doveva ancora cominciare tutto.

– Quegli occhi che avevi, quel giorno, in quel letto, sembrava che ti stessi dicendo “allora è così”.

– È stato un inizio.

Il portone

In macchina, a fumare le sigarette.

– Te come lo sai quando ti piace una ragazza?

– Ma che domanda è, cosa vuol dire?

– Quando ti piace una ragazza; metti che ci sei uscito, non la conoscevi o la conoscevi poco. Ci esci, siete soli, fate le cose da primo appuntamento, mangiate, bevete, ridete.

– Quindi piacerti già lo sapevi che ti piaceva perché ci sei uscito.

– Sì, dico dopo, il momento dopo. Dopo che ci sei stato solo, soli tu e lei e ve la siete raccontata. Come fai a sapere se ti piace, dico al di là del fatto di volerci scopare.

– Lo sai quando la porti a casa.

– Se ti fa salire?

– Ma no, avevi detto al di là del fatto di scopare.

– E la casa che c’entra?

– Dopo che la porti a casa è il primo momento che sei di nuovo solo, dopo essere stati in due, con lei. E la cosa che fai quando sei rimasto solo è guardare dove abita, la strada, la piazza, cosa c’è intorno. I negozi, gli alberi, ma soprattutto il portone.

– Che minchia c’entra il portone?

– Il portone è fondamentale. Quando ti piace una ragazza è come se diffondesse una polvere sulle cose, quella polvere cambia le cose su cui si posa. Le cose su cui si posa diventano pure loro belle come è bella la ragazza. Il quartiere è squallido, la polvere lo fa diventare come dev’essere: giusto, che ci volevi proprio passare. Lo guardi è pensi “Quanto tempo era che non passavo in un quartiere così appropriato, dove ogni cosa sta nel suo, senza sbordare”.

– Questo è l’effetto della ragazza.

– Se la ragazza ti piace, spilla polvere, tipo Campanellino di Peter Pan. Ma per accorgetene, se ti piace, c’è un modo facile che pure una capa di minchia come te lo capisce.  Devi guardare il portone.

– E dagli col portone.

– Intanto il portone è proprio cosa sua. Il portone ha raccolto polvere come si raccoglie la polvere dietro i mobili, senza sforzo. È il portone che se l’è inghiottita ed è il portone che contiene la promessa di rivederla. Ed è li che lo capisci, se ti piace, perché, a sorpresa, il portone ti ha fatto una domanda. E se non sei uno con la testa nel culo, la domanda la senti e ti puoi dare una risposta. Ma io quel portone lo voglio rivedere?

– Ma scusa non fai prima a chiederti se vuoi rivedere lei?

– Chiedere guardando lei è troppo confuso, magari non sei sincero. Magari ti fa tenerezza, magari non vuoi che ci rimanga male, magari sei distratto che ci vuoi fare all’amore.  Col portone si può parlare a occhi diritti.

– Lo sai come si diceva una volta quando due uscivano e se ne andavano nei campi o nelle stalle a fare all’amore?

– Come si diceva, che chiavavano?

– No, quando non si poteva dire, quando due che non erano sposati non si poteva sapere che uscivano insieme. Si diceva che “si parlavano”. Quei due si parlano, si diceva.

Carcosa nel cuore – la seconda stagione di True Detective (prima metà)

Come si fa a replicare un successo, un successo enorme, rivoluzionario – almeno per le vite e le carriere di chi vi ha preso parte. Come si fa a bissare una stagione che è andata bene, tanto bene, bene come la prima stagione di True Detective?

Ve lo dice la sigla della seconda stagione di True Detective, ve lo dice subito, non dovete aspettare gli sviluppi della storia. Ve lo canta Leonard Cohen nella prima strofa: non si fa, non si può.

La guerra è persa

Abbiamo perso, siamo arrivati che i trattati di resa erano già firmati. A farci caso era così già nella prima stagione di True Detective. Pensate a Carcosa. Una città immaginata in un racconto del 1891, Gli abitanti di Carcosa di Ambrose Bierce; nel racconto la città è distrutta.  Le poche descrizioni di Carcosa sono nei ricordi di uno dei personaggi.

Ingresso a Carcosa, di Carcosa è pieno il mondo

Ingresso a Carcosa, di Carcosa è pieno il mondo

Carcosa è difficile da dimenticare e infatti pochi anni dopo, nel 1895, Carcosa ritorna nella raccolta di storie The King In Yellow di Robert Chambers

Non posso dimenticarmi di Carcosa, dove in cielo sono appese stelle nere, dove nel pomeriggio si allungano le ombre dei pensieri degli uomini, dove soli gemelli affondano nel lago Hali; la mia mente porterà sempre il ricordo della Maschera Pallida. Prego che Dio maledica lo scrittore, come lo scrittore ha maledetto il mondo con la sua bella, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità – un mondo che ora trema davanti al Re Giallo.

Maledetto sia lo scrittore. Maledetto sia lo scrittore che con la sua opera di storie maledice il mondo.

Il Re Giallo è passato di qui

Il Re Giallo è passato da qui

Nella sigla della seconda stagione di True Detective Leonard Cohen canta

La storia viene raccontata con i fatti e con le bugie, io avevo un nome ma adesso non importa

A chi importa della storia? A me no, e non dico in questa seconda stagione di cui si sente dire che la storia è troppo complicata, che la trama non si segue, dico già della prima stagione di True Detective: a me della storia importava poco. (È probabilmente un problema mio, se mi chiedete della trama del Falcone Maltese me ne ricordo, se va bene, metà, e anche Chandler: stessa cosa). Quello che era interessante della prima stagione di True Detective sono i detective. A me della famiglia Tuttle non me ne importa nulla, mi interessa vedere Rust che litiga con Marty, chi è il peggio dei due, chi strascica di più l’accento del sud, quante birre bevono, come si riscattano. Mi interessa a tal punto che mi sono fatto l’idea che True Detective, prima stagione, sia un buddy movie, uno di quei film dove quello che conta è il rapporto tra i due protagonisti. Infatti se mi viene un film da comparare con la prima stagione di True Detective penso a L’ultima corvè (The Last Detail), del 1973, diretto da Hal Ashby, tratto da un romanzo di Daryl Ponicsan, con Jack Nicholson, Randy Quaid e Otis Young, film meraviglioso su due soldati che devono scortare un commilitone in prigione.

Come si fa a replicare il successo della stagione precedente? È una guerra persa, e la si gioca su quanto siano interessanti i detective. Una battaglia con dei perdenti in campo. Colin Farell, protagonista della seconda stagione di True Detective, ha in carriera un buddy movie: Tigerland, 2000, regia di  Joel Schumacher. Un film riuscitissimo, ambientato in un campo di addestramento per la guerra in Vietnam, che ha incassato veramente poco. I nuovi detective sono personaggi che hanno perso la guerra, una loro guerra, ma ce l’hanno fatta a non finire prigionieri

Per quanti tentativi abbiate fatto, non mi avete preso, vivo tra voi, ben nascosto

come dice Leonard Cohen nella seconda strofa della sigla. Per sopravvivere a un successo bisogna imporsi di tentare di non rifare la stessa cosa, e la seconda stagione di True Detective non è più un buddy movie, questa volta è l’epica degli sconfitti, ma non degli sconfitti grandiosi o eroici, una sconfitta normale, di città industriali in cui nessuno vorrebbe abitare. I personaggi della seconda stagione di True Detective sono, fin qui, la sconfitta che li attende; una sconfitta inesorabile: una sconfitta che li riporta al punto da cui erano partiti. Se qualcosa dovesse salvarli, questa volta difficilmente sarà l’amicizia.

(Le foto sono delle mie vacanze; sì, avrei potuto almeno farle dritte, ma ero strafatto di creosoto)

Innamorarsi nel 1979

Io non l’ho capito bene Mad Max Fury Road, però mi sono ricordato che c’era un tempo in cui i film non li capivo bene, non li capivo interi e andava bene così. Pensavo che forse un giorno li avrei capiti interi, un giorno poi, un giorno: da grande.

Te la ricordi la prima volta che hai visto una ragazza in mutande? Io benissimo: si chiamava Desiré, aveva i ricci, eravamo in una casa in campagna, bambini e ragazzini di età diverse a dormire nella stessa stanza: c’era una guerra di salto sui letti e di botte coi cuscini. Quella sera, in quella stanza, in quella casa di campagna dove dormivamo insieme bambini e ragazzini, in quel saltare sui letti e botte di cuscini, ho difeso Desiré, con slancio.

Guidavo diverso dopo aver visto Mad Max Fury Road: mi sembrava che mettere le marce avesse in sé, nel movimento, qualcosa di eroico. Non so bene perché, mi sembrava che mi fossero rimasti addosso i piccoli scatti montati uno vicino all’altro che ha il film appena prende velocità.

Una volta i film avevano delle metafore lente. Metafore che se ne potevano stare lì sospese, anche senza bisogno di essere svolte. Per esempio Alien, un film di Ridley Scott del 1979. Potevi tornarci sopra anche degli anni dopo e chiederti – Cos’è l’alieno per l’ufficiale Ripley? Avevo affittato la vhs al noleggio sotto casa, ma anche riavvolgendo il nastro non lo capivo per intero. Innamorarmi sì, quello certo.

sigourney-weaver

Mi ero  preparato un discorso su Sigourney Weaver e Charlize Theron, mi avvinceva la coincidenza che Alien è del 1979, come il primo Mad Max, che Ridley Scott, 33 anni dopo il primo Alien, ha fatto un altro film su Alien con protagonista Charlize Theron. Non l’ho visto. Invece Mad Max l’ho visto, e volevo vederlo con slancio e c’è sempre Charlize Theron, il regista, scrittore e produttore è George Miller come nel 1979, e mi viene da pensare che forse è dai tempi di Sigourney Weaver in Alien che non c’è un film con una protagonista femminile così avvincente. Tra l’altro Sigourney Weaver un pochino somigliava a Desiré.

Ora, certo, Mad Max Fury Road non è un film con metafore lente. Verrebbe da dire che tutta la velocità del film è l’unica metafora che conta, comunque ho provato ieri a fare questo discorso su Sigourney Weaver e Charlize Theron con una ragazza, al tavolo di un locale a Torino, a San Salvario, in via Baretti. Eravamo in quattro e in tre si lamentavano del film di Matteo Garrone e io ho detto che dei film di Cannes l’unico che ho visto era Mad Max Fury Road, e sono partito con una recensione di Mad Max Fury Road e i due maschi al tavolo li ho persi quasi subito, la ragazza invece mi è stata dietro ancora un po’ ma quando mi sono messo a dire le date e che Mad Max del ’79 era stato il film di più grosso successo con piccolo budget (fino al 1999 di The Blair Witch Project) ho cominciato a perdere anche lei e il parallelo tra Sigourney Weaver e Charlize Theron è stato il colpo finale della conversazione: – Sì, Charlize Theron è proprio figa, ha guardato il suo amico e ha detto che forse era ora di andare a cena.

Lo scrittore Paolo Nori dice che per sapere se una pagina è venuta bene la legge a voce alta, così lo capisce meglio se è venuta bene o no. Per provare se un discorso è noioso o no si può farlo a una ragazza. Nel migliore dei casi sono salti sul letto e botte di cuscino.

Il sale

Stavamo a fare i compiti: l’inizio di Roma, la costa con gli etruschi, il commercio del sale.

– Gli etruschi erano importanti perché commerciavano il sale. Il sale era importante perché non c’era il frigo e con il sale potevi conservare il cibo, per esempio la carne.
– E come facevano ad avere il sale?
– Avevano inventato un sistema per estrarlo dal mare. È un fatto culturale.
– Culturale, cioè cosa vuol dire?
– Che sapevano come fare.
– E come facevano?
– Eh, non lo so. Ci siamo anche stati, due estati fa, ti ricordi quella spiaggia, quella che faceva una specie di golfo, con gli alberi dietro, avevamo preso un panino alla salsiccia, eravamo col nonno.
– Quella dove c’era Lorenzo e avevamo pescato col retino?
–Quella, poi dopo siamo andati in un insediamento etrusco, c’era un plastico e c’era anche un castello su una collina.
– No, non mi ricordo. Ma come fanno a togliere il sale dal mare?
– Adesso cerchiamo.

Ecco come fanno, costruiscono una pozzanghera con l’acqua di mare e poi il sole fa evaporare l’acqua e rimane il sale. La cultura è quello: è saper estrarre il sale dal mare.

Il terrore dell’insalata verde

Da quella volta di Fruttero e Lucentini ci siamo conosciuti con il twitter di Einaudi e l’altra settimana mi ha chiesto se avevo voglia di leggere un libro che si chiama Annientamento o annichilimento o annullamento, non mi è rimasto molto in testa il titolo.

Io ho detto sì, ma poi ho rimandato il momento di cominciare la lettura perché avevo sfogliato l’indice e non mi sembrava molto allettante.

L’indice di Annientamento – ho controllato, fa così

01 – Iniziazione

02 – Integrazione

03 – Immolazione

04 – Immersione

05 – Dissoluzione

Mi sono detto meglio essere allegri prima di cominciarlo perché tra titolo e indice non promette benissimo.

La prima cosa di cui son stato contento, di Annientamento, è che si parlasse di una Area X, perché mi ha ricordato il libro di Arkadij e Boris Strugackij, Picnic sul ciglio della strada, dove si parla della Zona e degli esploratori della Zona: Stalker, come si chiama il film che Andrej Tarkovskij ha tratto da quel libro.

Son stato contento perché non leggo molti libri di fantascienza e Picnic sul ciglio della strada credo sia uno dei miei libri di fantascienza preferiti.

I libri di fantascienza per me si dividono in due grandi categorie: quelli in cui arrivo alla fine della prima pagina e quelli in cui una forza misteriosa mi impedisce di arrivare alla fine della prima pagina. Per capirci potremmo chiamare quella forza misteriosa un insieme di informazioni di cui non mi interessa niente che di solito sono seguite da un insieme altrettanto ampio di spiegazioni di cui non mi interessa niente. Per fortuna Annientamento non è di questo tipo di fantascienza. Anzi, se devo dire, è più del tipo: informazioni poche, spiegazioni anche meno, che sono i miei preferiti.

Potendo fare delle domande a Jeff VanderMeer, che ha scritto Annientamento, che domande gli faresti? io queste due.

Ora, adesso come adesso, scriviamo tutti tanto, non solo gli scrittori. Scriviamo sui telefoni, scriviamo sui computer, scriviamo per lavoro, scriviamo per raccontare i fatti nostri, scriviamo subito. La tecnologia per scrivere in Annientamento non c’è; però l’atto di scrivere è al centro del libro, perché?

-Perché me lo sono sognato, ha risposto Jeff VanderMeer, dalla sua casa in Florida. -Mi sono sognato le scritte, quelle che poi sono nel libro,  e ho cercato di svegliarmi per scriverle.

Ha mai sentito parlare del Paese dei Balocchi, quello di Pinocchio?

-Uh! è una domanda a proposito delle bugie? No, comunque l’ho letto molto tempo fa, Pinocchio, e non mi dice niente il Paese del Balocchi.

IMG_2044

Io adesso qui non lo dico perché mi è venuto in mente il Paese del Balocchi, ma magari si capisce se uno legge Annientamento. In ogni caso, sia se si voglia considerare Pinocchio un libro di fantascienza o meno, io – dopo aver letto Annientamento – ho comprato dei fiori da mettere in casa. E anche il perché di questo, secondo me, si capisce se uno legge il libro.

Modi per dirsi addio

Lene Nystrøm è una cantante norvegese.
Lavora sui battelli che traversano lo Skagerrak, il pezzo di mare tra la Norvegia e la Danimarca.
Lene canta sulle navi.
René Dif è un cantante danese, una volta che sta andando in Norvegia, su un battello della Color Line, sente Lene cantare.
Le propone di unirsi a lui, a Søren Rasted e Claus Norreen: i Joyspeed, il gruppo con il quale avevano prodotto la colonna sonora del film Frække Frida og de frygtløse spioner.

Lene accetta, i Joyspeed firmano un contratto con una casa discografica svedese e pubblicano un singolo che non ha successo.
Sciolgono il contratto con la casa discografica svedese, continuano a suonare e cambiano il nome del gruppo.

Nel 1996 firmano con la Universal Denmark e escono per il mercato danese con una canzone che, a differenza di quella prima, va bene. La Universal, propone al gruppo il mercato internazionale, la Universal senza Denmark.
Lene, René, Søren e Claus preparano un nuovo singolo che esce a febbraio, nel 1997; Lene Nystrøm ha 24 anni. La canzone si chiama My Oh My, gli Aqua stanno per vendere un po’ di dischi.

My Oh My, do you wanna say goodbye?

Con la stessa rima, nel 2006, i Placebo pubblicano, nel loro quinto album Meds, Song to Say Goodbye.
Il video della canzone è un bella idea tirata senza nessuna ragione così in lungo.

My Oh My / a song to say goodbye

I Seattle Mariners sono una squadra di baseball della Western Division della Major League Baseball’s American League.
Hanno giocato la loro prima partita nell’aprile del 1977 e non hanno vinto niente per diciotto anni, fino al 1995.
Nel 1995, all’undicesimo hinning della quinta partita contro i New York Yankees, i Mariners vincono per la prima volta l’American League Division Series.
In quel momento Ben Haggerty ha dodici anni. Ascolta la partita in garage, con suo padre e suo fratello. È tifoso dei Mariners, colleziona le figurine.

Dave Niehaus è stato assunto nel 1977 per fare la radiocronaca delle partite dei Seattle Mariners, non ha mai cambiato lavoro.
La radiocronaca che Ben Haggerty sentiva in garage, con suo padre e suo fratello, nel 1995 quando dopo diciotto anni i Seattle Mariners vincono, è la sua.

Nel novembre del 2010 Dave Niehaus muore; Ben Haggerty – Mackelmore – gli dedica una canzone My Oh My, e con Ryan Lewis la suona davanti a cinquantamila persone.
Si può sentire il momento in cui i Mariners battono gli Yankees, si può sentire Dave Niehaus dire: non ci credo, sta succedendo davvero, ommioddìo.

Leonard Cohen ha 80 anni e ha pubblicato un nuovo disco l’autunno scorso. La sesta canzone più o meno dice che non è stato difficile innamorarmi di te, è venuto senza sforzo. Che quando sei in una stanza tutti i ragazzi si sbracciano per attirare la tua attenzione. Che ti ho tenuta stretta per un po’, appena un po’, poi ti ho accompagnato alla stazione, senza chiederti perché.

La lingua della famiglia

Mi stavo lamentando con Enrica Tesio di aver scelto la donna sbagliata quando lei ha fatto spazio tra i ricci, ha guardato lungamente, ma non troppo, il Po in lontananza e con un sospiro da romanzo russo mi ha detto:

-Non ci sono donne sbagliate, ci sono erezioni preistoriche.

Io zitto.

Dice, sempre Enrica Tesio, -Gli uomini si vergognano di leggere il mio libro, è come comprare assorbenti per le mogli.

Io l’ho letto.

Dentro c’è Torino e la soluzione per affrontare lo schianto, cose cucite da una lingua che è di oggi e di qui.

La famiglia ne La verità, vi spiego, sull’amore, non è un teorema sull’impossibilità della felicità in famiglia, detto in una bella lingua letteraria; non ci sono sfondi romanzeschi, eppure succedono cose sorprendenti. Per esempio i genitori hanno trent’anni. Ma non trent’anni negli anni ’70; no, trent’anni oggi. Incredibile.

Altra rivelazione (spoiler) c’è una madre che scopa uno che non è il padre dei suoi figli. E fin qui. Ma lo fa (altro spoiler) senza sensi di colpa. Sembra addirittura (terzo spoiler) piacerle. Non so se siam preparati a tutto questo, a pensare di aborto senza gli scudi di Giovanardi o di Concia (o di chi per loro). A vedere la paura di cosa succede nella normalità di una separazione, a sentircela raccontare per davvero.

Il vero sta nel tentativo di evitare lo schianto, sta nella soluzione che ti deve portare avanti, sta nel fare con quel che si ha. Tesio ha che fa ridere, si mette a giocare con la fenomenologia di padri e madri imperfetti e poco inclini a riconoscerlo, con le parole e i ricordi di una generazione che pensava che sarebbe stato facile e poi all’improvviso non era più facile per niente. Ma lo stesso devi fare con quel che hai.

Le mamme diventano noiose e petulanti, i padri distratti, la felicità in famiglia non va come deve andare, ma comunque c’è una cena da preparare che i bambini aspettano quello e, dopo, la favola della buona notte. Uno si può fare rovinare la festa dalla felicità che non è arrivata come previsto, oppure può preparare la cena, che se aspetti di sentirti adeguato, non è che la cena si fredda è che ormai è tardi anche per la storia della buona notte.

In effetti per un uomo non è semplice arrivare alla cassa con un romanzo pieno di sentimenti gentili, di soluzioni divertenti, di delicata e paziente costruzione.

tesio

© 2017 eudemonico

Theme by Anders NorenUp ↑