Crea sito

Salsiccia alla Ranieri

Stasera si gioca Leicester Liverpool, la prima partita del dopo Ranieri. L’andata, a Liverpool, 10 settembre 2016, era tutto diverso. Era il primo home game ad Anfield, festa di inaugurazione per l’aggiunta di 8000 posti, la squadra di Klopp riceveva i Campioni. Io ero atterrato a Stansted, Londra, alle 11 e 30 del mattino, avevo affittato una macchina e cominciato a guidare verso Liverpool.

Non ho mai capito l’Inghilterra come durante quelle cinque ore di viaggio contromano.

Tifo il Torino FC, mio figlio, 12 anni, la Juve. È difficile ma ci conviviamo. Non tifiamo la stessa squadra; finché non è arrivato il Leicester di Claudio Ranieri. L’estate del 2015 eravamo in Grecia, guardavamo un partita in un pub e parlavamo dell’ultima panchina di Ranieri: la nazionale greca. Un punto in quattro partite, esonero dopo la sconfitta in casa contro le  Fær Øer. L’ingaggio di Ranieri in quella squadra inglese di cui non avevamo mai sentito parlare ci aveva incuriosito. Tornati a casa abbiamo cominciato a seguirla e non ci pareva vero che continuasse a vincere. Avevamo una squadra per cui tifare insieme.

Da Londra a Liverpool, 232 miglia: sull’autostrada guidare a sinistra è accettabile, sono gli incroci che fanno davvero paura, le rotonde e gli svincoli. Verso l’una ci eravamo persi per trovare un posto dove mangiare. Mangiare cose che sanno di burro e di affumicato, in un posto pieno di vecchi che mangiano toast e tè. Fuori pioveva, quella pioggia non pioggia, era grigio. Eravamo in ritardo per la partita.

Cancello, Anfield Road, Liverpool

Cancello, Anfield Road, Liverpool

Daniel vive a Leicester, ha una maglietta con la faccia di Claudio Ranieri, gli piacciono le sue battute scherzose, l’aria di chi non si prende troppo sul serio, diversa dall’arroganza di altri manager della Premier. Il macellaio di Daniel, a Leicester, vende la salsiccia Ranieri: è speziata, all’aglio. Daniel insegna sociologia all’Università di Loughborough, Leicestershire, segue tutte le partite del Leicester, da casa le trasferte, allo stadio gli home game. A settembre avevo chiesto a Daniel com’è stato l’anno della vittoria: «Nessuno ci credeva, ci aspettavamo che avremmo cominciato a perdere, magari che ci saremmo qualificati per l’Europa League, già la Champions sarebbe stata un obiettivo incredibile».

Romano, figlio di un macellaio, nell’estate del 2015 Ranieri sta per andare in vacanza in Calabria, quando riceve una telefonata: gli propongono un viaggio a Londra e il contratto per allenare il Leicester, che l’anno prima si è salvato all’ultima giornata, dopo un’improbabile rimonta. A giugno del 2015 tre giocatori del Leicester sono sul Sunday Mirror con un video in cui chiamano “occhi a mandorla” una ragazza, sono nudi e sono in una stanza d’albergo, a Bankok. Uno dei tre è il figlio dell’allenatore. I giocatori vengono licenziati e poco dopo viene licenziato anche l’allenatore: Nigel Pearson. Nel 2015 Ranieri era considerato un allenatore nella fase finale della sua carriera, aveva vinto un paio di coppe nazionali (con Fiorentina e Valencia), coppe internazionali minori, un secondo posto col Chelsea e col Monaco, molto spesso esonerato. Era considerato un indeciso, un perdente. In un anno diventa il simbolo del riscatto, per tutti i perdenti.

«Leicester è una città multiculturale – mi raccontava Daniel – allo stadio ci sono tifosi da tutto il mondo, Pakistan, India, immigrati di seconda e terza generazione. Io sono cileno. Quello che è successo l’anno scorso ha messo Leicester sulla mappa. Quando a Santiago mi chiedevano dove vivessi in Inghilterra, nessuno sapeva dove fosse, nemmeno come pronunciarlo. Le altre città hanno i Beatles o nomi famosi per il calcio: Leicester la tomba Ricardo III. Sono usciti articoli che dicono che la ricaduta economica sulla città per la vittoria in Premier League sarà di centinaia di milioni di sterline; magari sono esagerati, ma è arrivato il turismo, investimenti, studenti stranieri e i miei amici cileni mi chiedono di raccontare minuto per minuto com’è stato l’anno in cui abbiamo vinto la Premier».

A Birmingham, un incidente ci aveva rallentati; verso Manchester, il cielo si era aperto. Avevamo lasciato la macchina in albergo, era uscito il sole, ritirati gli abbonamenti avevamo preso un taxi che ci aveva lasciato davanti al cartello ‘strada chiusa’, sotto la collina di Anfield. «Da qui dovete andare a piedi», ci aveva detto il tassista. Prima partita casalinga dell’anno, appena inaugurato il nuovo settore con 8000 nuovi posti. Eravamo entrati al 9° del primo tempo, Davanti a noi la curva Kop cominciava You’ll never walk alone, e gli altri settori la seguivano, sopra di noi i tifosi blu: C’mon Leicester! Un grande OHHHH ogni volta che la palla arrivava a un giocatore smarcato sulla fascia. Il Liverpool riceveva i campioni in carica. E se li era mangiati. Finita la partita avevo pensato all’annuncio allo stadio Grande Torino: “I tifosi del settore ospiti sono pregati di attendere l’annuncio delle autorità competenti prima di lasciare lo stadio.” Qui i tifosi escono tutti insieme, maglie blu e rosse che si mischiano, senza nessun problema.

Anfield Road, 10 settembre 2016

Anfield Road, 10 settembre 2016, Liverpool – Leicester 4-1

A settembre Daniel mi diceva: «No, non siamo preoccupati per come andrà questa stagione. Sarebbe bello arrivare nei primi dieci o nella prima metà della classifica, andare avanti in Champions. Eravamo preoccupati che i giocatori più forti se ne andassero. Se riusciamo a restare in Premier potremmo diventare un club da metà classifica e non più una squadra piccola, per la storia del Leicester sarebbe un grande risultato. In ogni caso, per la prima volta, Leicester è una città famosa in tutto il mondo».

Daniel abita vicino allo stadio, da tre anni ogni partita casalinga va a vederla con sua figlia Leonor, che ha nove anni; fanno la strada a piedi, parlano della formazione e fanno pronostici. Arrivano allo stadio un’ora prima dell’inizio della partita: «È una cosa nostra».

L’11 settembre 2016, Il giorno dopo Liverpool Leicester 4-1, torniamo verso Londra, facciamo una deviazione per passare da Leicester. Quando arriviamo in città siamo stanchi e non sappiamo dove andare. «Allo stadio» dico a Laura, che mi aveva regalato i biglietti per la partita e che aveva affrontato con me quella trasferta per vedere il Leicester dal vivo. Sono le nove di sera, il King Power Stadium è chiuso, chiuso il negozio con le magliette di Mahrez, Vardy e Drinkwater, un poster sulla colonna davanti all’ingresso dice: “Campioni della Premier League”. Abbiamo aggiunto due ore alle cinque di viaggio contromano, per guardare un muro su cui c’è scritto #SENZAPAURA. L’anno scorso Leicester Liverpool era finita 2-0, un gol pazzesco di Vardy stava rendendo credibile una stagione incredibile. Grazie per tutte le salsicce, Claudio.

Muro, King Power Stadium, Leicester

Muro, King Power Stadium, Leicester

Gus Van Sant a Torino

gus_van_sant_torino

“Mi dicono che Gus dovrebbe arrivare a momenti”
Io immagino attese di ore, quando sento un presentatore dire così.
Ma quelli del Piccolo Cinema, i fratelli De Serio, mi hanno offerto due bicchieri di vino e pop corn, cosa ti vuoi lamentare?
Li hanno offerti a tutti quelli che sono venuti fino in via Cavagnolo 7, Falchera, Torino.
Hanno combinato la proiezione fuori, così ci si sta tutti, “Abbiamo messo dei plaid sulle sedie se avete freddo. Per favore non portateveli a casa i plaid, non portatevi a casa neanche le sedie, siamo stati in Circoscrizione a prenderle stamattina: 175 sedie e dobbiamo riportagliele tutte”.
Arriva il taxi.
Gus Van Sant è incredulo, ha la faccia di “dove mi avete portato?”, che è la stessa faccia che ha fatto la mia fidanzata, che si è trasferita a Torino di recente e a Falchera non c’è mai stata.
Se vi interessa questo genere di consigli può darsi che Falchera sia un buon posto dove investire, dal punto di vista immobiliare. Costa poco e si rivaluterà, intanto adesso Gus Van Sant è lì a rispondere a domande strambe e commoventi, a portare pazienza per tutto e a stupirsi di duecento ragazzi che si ritrovano all’aperto per vedere un VHS di un suo film del 1997.
“Matt Damon e Ben Allfeck si scrivevano i ruoli perché nessuno li scritturava, guardali adesso: Jason Bourne e Batman”, Gus Van Sant parla di Tim il papà di Ben Affleck che è stata l’ispirazione per Will Hunting – Genio ribelle e di William Borroughs, cui il film è dedicato, che aveva recitato per lui in Drugstore Cowboy.
Parla dei suoi inizi e di come approvi il metodo del Laboratorio del Piccolo Cinema, apprendimento orizzontale, tra pari, e non cattedratico.
Altre domande strambe dal pubblico: “perché Elephant si chiama Elephant?”. Gus Van Sant è rilassato, se non a suo agio, racconta di come fosse impossibile fare un film che si intitolasse “Columbine”, mentre era possibile fare un film che si intitolasse “Elephant” e raccontasse dell’omicidio di dodici studenti e un professore nel liceo di Columbine in Colorado. Dice di intreccio tra cronaca e finzione: della drammaturgia dei fatti reali attraverso cui raccontare l’elefante nella stanza che tutti vedono e di cui nessuno parla.
Mi piacerebbe chiedergli: ma come ti è venuto in mente di rifare Alfred Hitchcock, girare ultimi giorni di Kurt Cobain o dell’adolescente omicida, e il romanzo di Tom Robbins, con che coraggio? come hai fatto a scoprire Matt Damon, Una Thurman, Ben Affleck, Matt Dillon, River Phoenix, Keanu Reeves e avere voglia di essere qui, a Falchera, periferia di Torino, a parlarne.
“Non pensate di essere in periferia – dice – siete semplicemente da qualche parte”.

Vittorio Sermonti è un figo pazzesco

Ieri, in macchina con mio figlio di 12 anni, discutevamo di che scuola voglia fare, finite le medie e lui mi diceva: Papà a cosa serve studiare la Divina Commedia? Quando vai a lavorare mica nessuno te la chiede. – Intanto la Divina commedia è una delle più grandi opere d’arte dell’umanità, poi ha fondato la lingua italiana – ho risposto io prendendo tempo, cercando di trovare una risposta convincente – e poi devi tenere conto che ve la fanno studiare nel modo sbagliato. L’unico modo per capire la divina commedia è leggerla a voce alta, altrimenti non si capisce. È come se fosse una canzone, ma senza la musica.
Non era per niente convinto.
Non so se la divina commedia sia la più grande opera d’arte dell’umanità, in effetti quelle dove la musica c’è sono più dirette, per esempio il Don Giovanni di Mozart.
Le parole del Don Giovanni di Mozart sono di Lorenzo Da Ponte, un italiano con una vita da romanzo d’avventura: fughe, debiti, donne, capolavori lirici immortali.
Quando ho scoperto che la tesi di laurea di Vittorio Sermonti era su Lorenzo Da Ponte ho scritto all’indirizzo mail che ho trovato sul suo sito chiedendo se ne esistesse una copia consultabile.
Mi ha risposto lui, Sermonti in persona. Mi ha detto che non ce l’aveva più e, anzi, che se l’avessi trovata nei corridoi della Sapienza di Roma, dove (forse) giace dal 1964, sarebbe stato contento di rivederla.
La burocrazia mi fa paura: la burocrazia universitaria romana con 50 anni di polvere è un mostro che non ho saputo affrontare. Ho chiesto a degli amici romani di fare delle ricerche, ma non sono arrivato a nulla.
Credo che Sermonti sarebbe stato capace di rispondere a mio figlio meglio di quanto abbia fatto io che, alla fine, gli ho detto: la Divina commedia ti fa scoprire la lingua italiana, quindi se la studi parlerai meglio e dunque ragionerai meglio.
Sermonti queste cose non le spiegava, le faceva.
La sua traduzione delle metamorfosi di Ovidio, per esempio, era così bella da annullare qualsiasi distanza e lo faceva diventare un libro contemporaneo.
Il mio verso preferito è quando descrive la corsa di due innamorati:

Volerebbero a pelo di mare senza diresti bagnarsi i piedi o su un campo di grano senza piegare una spiga.

Come non andare al Salone del libro di Torino

Quest’anno finalmente non andrò al Salone del libro. Se siete di Torino, io sono molto di Torino, ci sono tre cose che fin da bambini vi ci portano: il museo egizio, la mole antonelliana e il Salone del libro. Poi crescendo capita di non tornarci mai più (al museo egizio), ogni tanto (la Mole) o tutti gli anni (il Salone).

Se fossi andato al Salone quest’anno sarei andato sicuramente a sentire Paolo Nori che presenta domani il Repertorio dei matti delle città di Torino, Parma, Cagliari e Roma. Non tanto perché il Repertorio dei matti della città di Torino ha contribuito a scriverlo anche il mio babbo (Giorgio), quanto perché mi sarebbe piaciuto distrarmi durante la presentazione e fare un mio personale elenco dei matti del Salone del libro di Torino.

Per esempio:

c’era uno che in vita sua non aveva mai rubato niente, a parte un pezzo di Lego rarissimo in casa di un amico quando aveva otto anni, che quando, al primo anno delle superiori, andò con la sua classe al Salone del libro fece a gara con i suoi compagni a chi rubasse più libri. E nonostante avesse pochissima esperienza di furti riuscì a vincere la gara: in termini di valore in lire, soprattutto grazie a un Meridiano Mondadori. Era il tempo in cui non c’erano le presentazioni degli scrittori al Salone del libro. Dall’anno dopo ci sarebbero state le guardie agli stand.

C’era uno che nel 2016 pensava che andare alla festa di Minimum Fax fosse figo.

C’era uno che passava 12 ore consecutive a firmare copie del suo libro e che nell’unica mezz’ora di libertà era andato a sentire la presentazione di un libro di un autore che non era lì perché la procura di Torino lo voleva interrogare e lui invece aveva mandato un messaggio e dei suoi amici lo avevano letto.

C’era uno che stava rimorchiando tantissimo alla festa di Minimum Fax e alla terza ragazza che si presentava si è girato verso il suo amico e gli ha detto: – Vedi quanto scopavo se ero etero.

C’era uno a uno stand che stava sostituendo la ragazza delle vendite che era andata in bagno quando è arrivato uno scrittore molto famoso in compagnia di uno scrittore meno famoso. Lo scrittore molto famoso aveva trovato nello stand un suo libro, scritto da lui, e lo aveva fatto vedere allo scrittore meno famoso dicendogli: – Questo lo hai letto? Te lo regalo. Il ragazzo che sostituiva la ragazza delle vendite allo stand, anche se aveva riconosciuto lo scrittore famoso, gli aveva fatto pagare il prezzo pieno.

Alla festa di Fandango c’era uno che era veramente sbalordito che gli avessero dato una stanza, in albergo, con la vasca idromassaggio. Era la prima volta che gli capitava.

C’era uno che veniva a Torino tutti gli anni solo una volta, per il Salone del libro, e tutti gli anni diceva: – Certo che Torino è proprio cambiata dopo le Olimpiadi del 2006.

C’era uno che era arrivato il giorno prima dell’inizio del Salone per montare lo stand e se ne era andato il giorno dopo la chiusura per mandare l’invenduto alla casa editrice che aveva passato una media di dodici ore dentro il Lingotto e aveva ricevuto 600€ in contanti per la prestazione e prima di uscire dal Salone ne aveva già spesi la metà.

C’era uno che non aveva l’invito per la festa di Minimum Fax.

C’era uno che andava al Salone da quando era bambino e ogni anno cercava un modo per entrare al Salone senza pagare il biglietto, senza un piano preordinato prima di arrivare sul piazzale davanti all’ingresso, quello con le code alle biglietterie. Un anno si faceva passare il pass da un espositore passando dal lato a sinistra delle biglietterie, un anno si faceva passare il pass da un responsabile marketing dall’altro lato, un anno aveva trovato degli amici che facevano una presentazione con un accredito vacante, un anno era venuto a prenderlo un suo amico scrittore, un anno un famoso venditore di braccialetti arabo-torinese gli aveva rivenduto a prezzo di cortesia un ingresso, ma c’era stato un anno in cui tutto sembrava perduto: dopo aver telefonato a tutti quelli che erano dentro, sembrava davvero che avrebbe dovuto fare la coda. Ma alla fine anche quell’anno lì, improvvisando, era riuscito a trovare un punto debole nell’organizzazione del Salone del libro.

Poi probabilmente la presentazione di Paolo Nori del Repertorio dei matti sarebbe finita. Peccato non andarci.

Un numero in più nel destino

– Oh, senti: Automobili di Dalla & Roversi: esce nel 1976. C’è l’anniversario quest’anno, dobbiamo scriverne qualcosa.
– Se pensi che io sia così vecchio da ricordarmi l’impatto, quando uscì eccetera, no: ho ricordi infantili. Siccome parlava di macchine pubblicarono i testi sul Corriere dei Ragazzi a cui mio fratello era abbonato.
– Data di uscita?
– Ah, pensavo sapessi già tutto, visto che ne vuoi parlare. Ora guardo su Google. Tu, sta’ pure comodo.
– Il disco ha una storia divertente; fecero uno spettacolo per la Rai Il futuro dell’automobile e altre storie. Andò bene e Dalla volle fare il disco, con una selezione delle canzoni. Roversi le voleva tutte e da lì rompono.
Poi Nuvolari è la migliore canzone Metal in italiano!
– No, non mettermi in queste robe da neocritici hipster che poi si finisce che Cristina D’Avena era punk e Il Guardiano Del Faro se la giocava con i Kraftwerk. Una canzone con le BabaYaga a fare shubidubida non è MAI metal. Guarda invece cosa ti mando, grazie ai miei potenti addentellati:

Il_toro_nell_arena

– Bellissima!!!

– Non ringraziarmi (no, non ringraziarmi commosso e confuso e pieno di imbarazzo nel non sapere come sdebitarti) (non farlo, ti dico)

Agnelli_Dalla_Roversi

– Automobili è un album capitale o no? Dalla e Roversi lì si separano, l’ultima volta che poesia e canzone pop sono andate d’accordo, dopo Dalla scoprirà di essere capace di scrivere canzoni che solo lui (“Siamo noi, siamo in tanti”).
– Inizio a pensare che capitali lo siano tutti. Ieri ero con le Storie Tese davanti a degli scaffali di vinili della Mondadori Duomo. E mentre guardavamo da vecchi infoiati, a me è capitato in mano Tales of Topographic Oceans degli Yes. E onestamente, quel disco era inascoltabile anche per chi come me non ha preclusioni nei confronti del prog. E lui: “Eh, però aveva una ragione d’essere”. “Non so quale”, “Può essere, ma se ti impegni, una la trovi. Quello che esce oggi, non ce l’ha”.
Credo avesse ragione. Il 90% di ciò che è stato partorito dall’industria musicale negli anni 70 e 80, per quanto difficilmente difendibile all’epoca e confezionato da veri magliari (Eagles, Supertramp, il beatificatissimo Giorgio Moroder) era a suo modo una proposta artistica. Oggi è quasi sempre il momento in cui qualcuno che non ama nemmeno particolarmente la musica afferma la propria esistenza. Comunque no, “l’ultima volta che poesia e canzone pop sono andate d’accordo” non te la passo. Panella e Battisti hanno fatto cose fantastiche negli anni 90. E anche Bianconi non ha scherzato niente, prima di rendersi conto che la gente lo seguiva sul serio.
– Hai presente il testo di Nuvolari, va be’ che non sarà metal, va be’ che non sarà stata l’ultima volta che poesia e canzone pop siano andate insieme ma il testo di Nuvolari, voglio dire:

Gli uccelli nell’aria perdono l’ali
quando passa Nuvolari!
Quando corre Nuvolari mette paura…
perché il motore è feroce
mentre taglia ruggendo la pianura

– Non sembra una cosa che potrebbe aver scritto anche DeGregori? Il capitano non tiene mai paura…
– Però poi

Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro
batte Varzi e Campari,
Borzacchini e Fagioli
Brilliperi
e Ascari..

– Questi cognomi mi facevano impazzire. Non ne ho mai beccato uno nella vita reale, tranne Fagioli. Avrei dato venti euro per conoscere un Brilli-Peri. O una Brilli-Peri.
– La differenza con De Gregori è il pericolo. Il pericolo è sempre lì in queste canzoni di Dalla & Roversi. Il pericolo di non essere una canzone capibile, una storia raccontabile. Con De Gregori sai da che parte stare, bellissima eh, ma vedi De Gregori che racconta il Capitano e lo fa benissimo. Dalla è sulla macchina con Nuvolari, è la macchina di Nuvolari, non sai se si schianta o no.
– Interessante. Ok. Comunque quella fase lì della musica italiana, gli arrangiamenti in vaghissimo odore di jazz usatissimi anche da altri cantautori, che strani che erano. Evidentemente c’era tutta una generazione di musicisti che attingeva da lì. Ci sono pochissime rispondenze nella musica angloamericanaimperiale di quel periodo. Tranne, volendo tirarla per i capelli, quei proggers che erano approdati al jazz (King Crimson di Islands).
– Canzoni improbabili, ma ti pare una canzone d’amore Due ragazzi?

– Sto pensando che quel tipo di sensibilità musicale sembrerebbe più rivolgersi agli ascoltatori di Area e Perigeo, che non alle radio. Anche se poi, i cori delle BabaYaga erano una specie di must, che ribilanciavano tutto verso Sanremo.
– Vado verso Sanremo anche io. Ti manca quell’improbabilità? Secondo me Dalla è stato uno improbabile sempre, anche nei successi degli anni dopo.
– Non condivido del tutto, perché secondo me andava a strappi, ogni tanto faceva esattamente quello che ci si aspettava (che poi era spesso roba egregia). Però è una bella definizione, sicuramente il suo tasso di improbabilità è altissimo all’interno dello stretto novero di quelli che hanno avuto un successo immenso. Ho sempre pensato che il boom di Dalla descriva in modo impeccabile il passaggio tra i 70 e gli 80. Ma tu che vuoi saperne, teenager.
– Ehi! Io sono del ’79, l’anno di Banana Repulic di Dalla – De Gregori, l’anno in cui fu inventato il tour negli stadi dei cantati italiani. Quella sì fu una cosa epocale. E assurda, con gli spettatori lontanissimi, la cover di Paolo Conte, Ron che fa gli arrangiamenti, la band che sarebbe diventata gli Stadio (vincitori quest’anno di Sanremo), Dalla e De Gregori che guidano senza cintura, in un paese del sud, scambiandosi una bottiglia di vino, a canna. Come fanno i marinai.
– Non so quando sia entrata in vigore. Credo che tutti guidassero senza cintura.

(io e Paolo Madeddu)

Questa poesia è una spada laser

Una volta  a Torino c’erano i Murazzi, era il posto, in una città che non si mischia, dove le persone si mischiavano. Una volta a Torino c’era il Re, è rimasta una pianta, una pianta sociale, ordinata secondo il modello della corte e dell’aristocrazia. Una volta a Torino c’era la Fiat, ci lavorava mio nonno. Una volta a Torino c’erano gli immigrati dal sud, che adesso sono diventati i nonni dei torinesi.

Una volta a Torino c’era un locale che si chiamava Café Liber, in piazzetta dei Mastri Minusieri, che è una parola che viene dal francese e vuol dire falegnami. In quella piazza, una volta, c’era l’università dei falegnami, ebanisti e Mastri di Carrozza. Al Café Liber al piano terra affittavano vhs, al piano di sopra c’era un biliardo, ma non di quelli seri: di quelli con le impronte delle cicche e delle birre versate. Un biliardo per perditempo. Al Café Liber una sera, e non era una cosa normale, un tipo mani piccole e barba grande, leggeva dietro i suoi occhiali poesie d’insuccessi amorosi che facevano ridere. Le leggeva su grandi fogli stampati, era emozionato ma sicuro, aveva una erre molto particolare, la gente rideva e faceva attenzione. Le poesie erano d’amore triste ma attraverso di lui facevano ridere.

Circa tredici anni dopo l’ho incontrato a Rimini, stesso tipo barbuto che nel frattempo era diventato conosciuto, un poeta professionista. Gli ho detto – Ma sai che c’ero anche io quella volta che avevi letto le poesie al Café Liber? E lui un po’ si è commosso e mi ha detto che era la prima volta che leggeva le sue poesie in pubblico.

Nel frattempo, nella pianta di Torino, non c’è più la Fiat, non ci sono più le persone che si mischiano ai Murazzi, non c’è più il Café Liber in piazzetta del Mastri Minusieri e Guido Catalano è in Tour per l’Italia; questa sera “suona” all’Hiroshima Mon Amour, in via Bossoli 83 a Torino, i suoi libri di poesie hanno venduto ventimila copie. L’11 febbraio esce il suo primo romanzo, D’amore si muore ma io no, per Rizzoli.

Una volta a Guido ho detto

– Ma lo sai che tu sei un esempio?

– Un esempio di cosa?

– Di come si può farcela senza diventare stronzi.

– Sono un’eccezione del sistema.

I miei articoli preferiti del 2015 sul New Yorker

Off Diamond Head, To be thirteen, with a surfboard, in Hawaii.

BY personal History JUNE 1, 2015 ISSUE

NYer_hawaii

Teach Yourself Italian, For a writer, a foreign language is a new kind of adventure.

BY Personal History, DECEMBER 7, 2015 ISSUE

learning_italian

Omission, Choosing what to leave out.

BY The Writing Life, SEPTEMBER 14, 2015 ISSUE

mc_phee_omission

Copertina dell’anno: The Endless Summer

ny_2015_08_03

Libri del 2015

Gennaio

Da piccolo, un’estate, venni affidato a uno zio poliomelitico; uscivamo poco leggevamo molto, tra gli altri un libro dove il protagonista viene trasformato in uno scarafaggio (un coleottero, più precisamente). La metamorfosi può essere un libro per bambini? Kafka quando lo leggeva ai suoi amici rideva di continuo, quindi perché no. (che Kafka ridesse l’ho sentito dire su RadioTre, Chi ha ucciso Gregorio Samsapodcast).

my-first-kafka

My First Kafka, Matthue Roth, Rohan Daniel Eason, One Peace Books

Febbraio

È brava, fa ridere, è sincera, tratta di cose che ti aspetti in modo che non ti aspetti (articolo lungo su La verità, vi spiego, sull’amore).

tesio_libro

Enrica Tesio, La verità, vi spiego, sull’amore, Mondadori

Marzo

Fantascienza cupa, solitaria e vegetale: ho chiesto all’autore se c’entrasse Pinocchio, mi ha detto di non dargli del bugiardo (articolo lungo su Annientamento).

Annientamento

Jeff Vandermeer, Annientamento, Einaudi

Aprile

25 aprile 2015 a Casseta Pop, abbiamo letto e ballato le prime 30 pagine de La paga del sabato di Beppe Fenoglio, uno dei più bei romanzi italiani. (È sempre sabato sera quando non si lavora, uno spettacolo da La paga del sabato di Beppe Fenoglio).

la_paga_cover

Beppe Fenoglio, La paga del sabato, Einaudi

Maggio

Più che un libro di memorie è un trattato di scrittura: si scrive quello di cui non si deve parlare; per scrivere, forse,  bisogna uccidere qualcuno.

vita_romanzo_russo

Emmanuel Carrère, La vita come un romanzo russo, Einaudi

Giugno

Libro che mi ha fatto controllare di che segno fosse Murakami, che è capricorno, come me. Mi sono spiegato così l’alto tasso di immedesimazione. Ma forse vale anche per i sagittari, i gemelli e così via.

murakami_correre

Haruki Murakami, L’arte di correre, Einaudi

Luglio

Divertente, scorrevole, piacevole. Almeno per un maschio, bianco, etero.

maschio_bianco_etero

John Niven, Maschio bianco etero, Einaudi

Agosto

Molto più appassionante dei libri di Game of Thrones, che da qui copiano diverse cose, quelle che funzionano. Libro bellissimo, naturalmente da leggere in vacanza in Grecia.

tucidide

Tucidide, La guerra del Peloponneso, Garzanti

Agosto, appendice

La parte più bella del Peloponnesso è il Mani, qui attraversato a piedi da Patrick Leigh Fermor negli anni ’50.

mani

Patrick Leigh Fermor, Mani, Adelphi

Per chi non fosse mai stato nel Mani: è più o meno così, una luna col mare.

Settembre

Il più bravo dell’anno.

ricordami-così

Bret Anthony Johnston, Ricordami così, Einaudi

Ottobre

Quest’anno Stephen Curry ha battuto LeBron James (perdere ancora, perdere meglio) e i Golden State hanno fatto il record di partite vinte di seguito all’inizio della stagione (24). È anche l’anno in cui è morto René Girard che ci ha insegnato l’amore mimetico. Tom Wolfe mette insieme basket e mimetismo sociale in un college americano.

CS_cover

Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons, Mondadori

Novembre

Compendio di storia del design nella parte centrale, romanzo nei primi capitoli, bellissima, utile e usabile la visione di cosa sia progettare.

enzo_mari

Enzo Mari, 25 modi per piantare un chiodo, Mondadori

Dicembre

Io sono del ’79, l’anno in cui Madre Teresa vinceva il Nobel per la pace, lo stesso anno del tour di Banana Repubblic di Dalla e De Gregori. Nel ’79 Cristopher Lasch pubblica un libro che comincia così

La società borghese sembra aver esaurito dovunque il suo patrimonio di idee costruttive, perdendo sia la capacità sia la volontà di affrontare le difficoltà che minacciano di sopraffarla. La crisi politica del capitalismo riflette la crisi generale della cultura occidentale, che si manifesta  in una diffusa sensazione di incapacità a comprendere il corso della storia o a gestirlo secondo una linea razionale. […] La negazione del passato, in apparenza ottimistica e progressista, rivela – a un esame più approfondito –  la disperazione di una società incapace di affrontare il futuro.

Lasch_narcisismo

Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani

Fine dell’anno

Un libro che ho iniziato e non ho finito si chiama Creativity: Flow and the Psychology of Discovery and Invention di Mihaly Csikszentmihalyi è un libro molto bello. L’autore ha inventato il concetto di flusso (flow) per descrivere cosa succede a livello neurologico in una mente impegnata in un’attività creativa. Capodanno di qualche anno fa un’amica aveva suggerito di leggere Guerra e Pace, di carta, nel caso ti trovassi senza rete internet. Vale anche con Anna Karenina, dentro ci si può trovare una perfetta definizione del concetto di “flusso”:

Passarono ancora una falciata, poi un’altra. Passavano falciate lunghe, corte, con l’erba buona, con l’erba cattiva. Lévin aveva perso ogni nozione del tempo e non sapeva assolutamente se ora era tardi o presto. Nel suo lavoro cominciò adesso un mutamento che gli procurava un piacere immenso. Nel mezzo del suo lavoro aveva dei momenti durante i quali dimenticava quel che faceva, il lavoro gli diventava facile, e in quei medesimi momenti la sua falciata riusciva uniforme e bella quasi nello stesso modo come  Tilt. Ma appena si ricordava di quel che faceva, e cercava di far meglio, immediatamente sperimentava tutta la pesantezza del lavoro, e la falciata riusciva cattiva.

anna-karenina

Lev Tolstoj, Anna Karenina, Einaudi

Padre di figlio maschio

La prima cosa che ho pensato, quando ho saputo di mio figlio, è che non ero in grado di diventare padre. La seconda cosa che ho pensato, quando ho saputo che mio figlio sarebbe stato maschio, è stata – Mal che vada giocheremo a pallone. Poi sono uscito e ho iniziato a cambiare pannolini, non è difficile.

Se chiedi a una mamma che cosa vuole dal crescere un figlio maschio probabilmente parlerà di emozioni. Educazione delle emozioni, consapevolezza delle emozioni, gestione delle emozioni, felicità delle emozioni, protezione delle emozioni. Non so, mi immagino. Mi immagino che se chiedi a una mamma ci siano un sacco di emozioni. A me invece se chiedi cos’è che serve per crescere un figlio, per fare il padre di un figlio maschio, non ti saprei rispondere, in generale. Però ti potrei dire cosa ho usato io, cosa è servito a me. Un ago per gonfiare i palloni.

Nella mia esperienza di figlio quando i palloni si sgonfiavano restavi sospeso tra le forze del destino. Per esempio i benzinai. Dovevi andare da un benzinaio e chiedergli se per favore ti gonfiasse il pallone, ma non sapevi mai come ti avrebbe risposto o se avesse l’ago. Altrimenti dovevi giocare col pallone sgonfio, sperare che quel pallone morisse di morte sua e che le leggi del mercato che governano il mondo degli adulti te ne portassero un altro, sano. Anche quello si sarebbe corrotto: coll’uso il pallone si consuma. Pure col tempo si consuma: se non usi il pallone, per preservarlo, per evitare che si sgonfi fai uno sbaglio perché si sgonfierà lo stesso, anche stando inusato in un angolo. Non usarlo non vale a proteggerlo dall’asfissia del tempo.

Ecco cosa faccio: sono l’argine alle forze ineluttabili, sono il rimbalzo della corruzione: gonfio palloni. Sono il custode  dell’ago. Lo tengo in un cassetto insieme ai documenti di identità e alla tessera elettorale, alle foto di lui bambino, di me che mi laureo e a delle bollette del telefono vecchio che non so perché siano lì, dovrei buttarle. Prima di uscire, d’estate o d’inverno, sento quella voce che dice – Papà questo è sgonfio, lo gonfiamo? – Certo, e via con la pompa. Fuori ci mettiamo a correre dietro al pallone. Così può aver luogo la funzione paterna, quella di dire – Raggiungi il pallone, quando lo raggiungi facci qualcosa, non aver paura.

Ho fatto una corsa, non ho trovato un taxi. Dove stai andando?

Se non trovi criteri scientifici sufficienti per decidere quale sia il tuo film preferito di Woody Allen pesca la tua data di nascita.

via GIPHY

I valori dell’occidente

– Hemingway primo in classifica, questo è il riscatto dell’occidente!

– Hemingway primo in classifica, ma di cosa stai parlando?

– La classifica di vendita dei libri! I francesi, dopo gli attentati di Parigi, stano comprando 500 copie al giorno di Festa mobile, la storia di quando Ernest Hemingway era a Parigi per diventare scrittore, i magazzini hanno finito le scorte, in libreria non si trova, lo stanno ristampando.

– Puoi abbassare la voce? ci sentono tutti.

– Ma non capisci, Hemingway deve andare primo in classifica perché è da lui che impariamo a essere uomini, maschi bianchi occidentali che rispondono alla sfida del presente!

– Occristo, mi sembri Giuliano Ferrara, per favore ordina un altro pastis e fatti passare la smania di trovare i valori dell’occidente all’ora dell’aperitivo.

– A me Hemingway ha insegnato cos’è essere un uomo.

– C’entra con la moda hipster del farsi crescere la barba?

– Non sarà colla tua ironia che ci salveremo il culo. Leggi La breve vita felice di Francis Macomber. È la storia di marito e moglie che vanno a fare un safari in Africa, per sparare a leoni e rinoceronti. La coppia litiga e discute. Una notte la moglie, stufa di litigare, si fa la guida che li portava in giro e gli insegnava a sparare. Il giorno dopo il marito li scopre e lì si rende che invece di dispiacergli non gliene frega niente.

– Dove sta la lezione?

– Che lui appena si libera dalle pressioni esterne e prende la sua decisione finalmente è felice. La lezione è che è lì che diventi un uomo, quando sei capace di affrontare la tua decisione al di là delle pressioni sociali e personali che ricevi. Quando prendi la tua decisione anche al di là delle conseguenze.

– Il racconto finisce così?

– No.

– E come?

– E niente, la moglie lo centra con una fucilata in testa.

(Continua)

30 anni di Calvin & Hobbes

Alta letteratura

A Novembre (2015) è uscito il film dei Peanuts, tratto dai personaggi delle strisce di Charles Schulz: le strisce che, secondo Umberto Eco, sono al livello dei classici greci, meglio di Salinger, vera poesia. A me i Peanuts piacciono, non ho nulla contro i Peanuts, semplicemente, sulla stessa rivista in cui uscivano i fumetti di Charlie Brown e Snoopy, prima di leggere i Peanuts, andavo a cercare le strisce di Calvin & Hobbes di Bill Watterson.

Il mondo secondo Calvin

Trent’anni fa, oggi, usciva la prima vignetta di Calvin & Hobbes. Non ci sarà nessun film di Calvin & Hobbes, come non c’è nessuna tazza o maglietta: nessun gadget ufficiale, perché Bill Watterson, che per dieci anni ha scritto e disegnato un bambino biondo e la sua tigre, non ha ceduto i diritti per fare merchandising dei suoi personaggi. Calvin & Hobbes iniziano il 18 novembre del 1985 e finiscono il 31 dicembre del 1995.

Il mondo come volontà e rappresentazione è un libro di uno scrittore tedesco: Arthur Schopenhauer; è un libro lungo e complicato, con un inizio bellissimo e comprensibile: “Il mondo è una mia rappresentazione”. Uno potrebbe smettere di leggerlo dopo la prima frase, posare il libro e pensarci su. Calvin è un bambino biondo che abita nel nord degli Stati Uniti e ha una tigre che gli risponde e gli tira le palle di neve; Calvin guida un’astronave, spesso la guida in classe, durante le lezioni a scuola. Calvin riceve messaggi dagli alieni e sfida i dinosauri. Così va il mondo per Calvin.

La tigre di Calvin si chiama Hobbes, se nella vignetta ci sono degli adulti Hobbes è un pupazzo di pezza a forma di tigre, se nell’inquadratura ci sono Calvin e la tigre, Hobbes parla, tenta di aggredire Calvin, lo abbraccia da dietro quando la slitta prende velocità. Thomas Hobbes è uno scrittore inglese, si è occupato di politica, geometria, natura dell’uomo. Una frase famosa di Hobbes è “gli uomini sono lupi per gli altri uomini”. La condizione spontanea dell’uomo è la lotta e il tentativo di sopraffazione reciproca. Il mondo è un posto inospitale e per sopravvivere dobbiamo lottare. Calvin tenta di non fare il bagno, di non mangiare niente che sia verde, di non cedere il posto sull’altalena. Nella sua lotta contro il resto del mondo: gli adulti, i genitori e la maestra, i compagni di classe, le ragazze, le sue risorse sono immaginative, il suo compagno è una tigre che per tutti gli altri è un pupazzo.

Secondo lo psicanalista infantile Donald Winnicott per essere dei genitori sufficientemente buoni bisogna lasciare che il proprio bambino si arrabbi e si deve evitare di pretendere che il proprio bambino sia sempre obbediente. Calvin ha avuto dei genitori sufficientemente buoni, che gli hanno permesso di sviluppare la sua personalità, in prospettiva di diventare un uomo che lotta con altri uomini per affermare la propria rappresentazione del mondo.

La meraviglia e la conoscenzacalvin-and-hobbes

Quando ci succede qualcosa facciamo un’ esperienza, quando raggruppiamo esperienze simili sotto una regola, abbiamo trovato una causa. Se i Peanuts di Schulz sono letteratura, e certamente lo sono, Calvin & Hobbes di Watterson mi ricordano la filosofia, il tentativo di trovare le regole. I bambini, fin da piccolissimi, imparano così: fanno qualcosa (prassi), provano a stabilire una regola che valga per le esperienze simili (teoria).

– Bill Watterson, perché non ha voluto fare merchandising di Calvin & Hobbes?

– Non aveva senso commercializzare dei prodotti basati su Calvin & Hobbes, se l’avessi fatto avrei tradito lo spirito della mia storia e la dignità dei fumetti come forma d’arte. Le mie storie funzionano così, non in un altro modo, non su una tazza o su una maglietta.

– Perché il primo gennaio del 1996 ha smesso di pubblicare le storie di Calvin & Hobbes?

– Perché avevo detto quello che avevo da dire.

Per Aristotele la filosofia è la conoscenza delle cause. Quando a qualcuno succeda qualcosa quella è un’esperienza, quando qualcuno provi a trovare la regola, la causa che valga per esperienze simili quella è conoscenza. Nel suo libro più famoso, La metafisica, Aristotele dice che l’origine di ogni conoscenza, per l’uomo, è il sentimento di meraviglia. Se non ci stupiamo, non siamo spinti a conoscere. Quando qualcosa ci sorprende è allora che nasce in noi il desiderio di conoscere e conoscere è conoscere le cause. Per i bambini conoscere è una condizione normale, è il loro modo di relazionarsi al mondo. Gli adulti possono decidere di smettere di imparare, di accontentarsi di quello che sanno. Mi ricordo una frase di Bill Watterson

– Se nell’ultimo riquadro di una striscia di Calvin & Hobbes non sono sorpreso di quello che succede, se non mi meraviglio io stesso, ricomincio da capo. Se non sono sorpreso non mi fa ridere e se non fa ridere me allora non farà ridere nessuno.

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes

La mia striscia preferita di Calvin & Hobbes è del 28 ottobre 1992. Calvin è a scuola e inizia l’intervallo. Dopo aver fatto merenda si butta dallo scivolo, si arrampica ed è felice di stare da solo; nella striscia successiva fa uno scherzo a Siusi, la sua amica, (“sei una mangiacaccole”) che di conseguenza lo picchia, come è normale tra loro. Poi c’è la mia striscia preferita.

Nella mia striscia preferita Calvin è ancora nel cortile della scuola, durante l’intervallo. Sente la campanella suonare, ma continua a dondolarsi sull’altalena. Siusi gli passa davanti, sta rientrando in classe, dice a Calvin

– Non hai sentito la campanella? L’intervallo è finito, è ora di rientrare.

Calvin si dondola e le risponde

– Non sono ancora pronto. Mi ci vuole più di un intervallo per mettermi in stato di sottomissione.

Recess_is_over_Watterson

© 2018 eudemonico

Theme by Anders NorénUp ↑